Ferdinando Dubla
Il popolo della sinistra richiede unità, in queste settimane per vincere le elezioni contro il peggior governo dagli anni ’50 ad oggi, domani per dare corpo alle speranze di radicale trasformazione di questa società di ingiustizie e disuguaglianze. La frammentazione contro un nemico potente, si dice, è debolezza e impotenza. Tutto vero, ma questo sentimento popolare farebbe bene a mediarsi con un ragionamento che affonda le sue radici nella categoria gramsciana di egemonia. L’unità per l’unità, allo stato attuale, significherebbe un’egemonia, una direzione politico-programmatica della sinistra cosiddetta riformista, moderata nei contenuti; e questo proprio a dispetto dei veri sentimenti della base militante e complessivamente dell’elettorato di riferimento. Proprio l’analisi gramsciana ci consente di abbozzare a un processo ricompositivo necessario, ma chiaro e limpido nelle sue linee traccianti. C’è da por fine innanzitutto alla diaspora comunista: in Italia vi sono due partiti che si dichiarano idealmente marxisti e politicamente socialisti, critici a vario modo dell’esperienza sovietica (senza rinnegare la rottura leninista dell’Ottobre ’17), essi respingono l’impotenza storica e il fallimento della socialdemocrazia, incapace per programma di fuoriuscire dalle contraddizioni del capitalismo. E entrambi vogliono ricavare dall’esperienza storica del PCI lezioni salutari per affrontare il presente. Sono elementi che possono, dovrebbero unire piuttosto che accentuare le differenze che si palesarono nel 1998 nei confronti del governo Prodi. Questa ricomposizione, assolutamente necessaria nella fase storica che attraversiamo, è la precondizione per esercitare una direzione unitaria nei confronti della sinistra d’alternativa. Una sinistra di alternativa che non si proponga come minoritaria per definizione, dovrebbe inverare la propria articolazione interna in una forza che ponga contenuti sociali avanzati e sfidi la sinistra moderata sul terreno dell’egemonia.
Il ragionamento, semplice e lineare in apparenza, ha un grande ostacolo nei fatti: la formazione di un ceto politico autoreferenziale sempre più autonomo nelle sue dinamiche interne dalla reale e concreta dialettica sociale. E’ il grande tema della riforma della politica. Qualche anno fa, Robert Lumley ha scritto che la politica deve diventare «totalizzante», nel senso che è la scelta di come vivere, non di come votare. Da questo punto di vista, è la partecipazione cosciente il rimedio alla malattia mortale della democrazia nell’epoca della globalizzazione imperialista. Siamo infatti sempre più convinti che il capitalismo, che è anche (e in certe fasi soprattutto) sistema di valori (competitività esasperata, carrierismo, lotta per il potere e il prestigio personali, ecc..) riesca a penetrare nelle fila dei partiti e delle organizzazioni che dovrebbero combatterlo. Abbiamo citato Gramsci e su questo punto potremmo citare il Che Guevara, che non è un’icona mitologica, ma un esempio nel presente di rigore morale: il socialismo non si può costruire su categorie capitalistiche, non può prendere a fondamento la legge del valore, ma deve prediligere la dimensione etica e la centralità della classe.
Svolgiamo alcune considerazioni alla luce della nuova legge elettorale approvata come colpo di coda dall’attuale governo morente: una legge falsamente proporzionalista che non permette alcuna preferenza e che dunque consegna alle segreterie dei partiti la responsabilità assoluta delle scelte dei candidati. I partiti sono il nerbo della democrazia e dunque non ci associamo al coro degli anti-politici- quelli, per intenderci, ad es., che sponsorizzano la nascita del partito democratico e la morte della storia che ha connotato il paese - , ma siamo anche convinti assertori di un radicale cambiamento del modo di far politica dei partiti. Senza una profonda riforma che rovesci le piramidi e renda protagonista la base, senza rapporti con la società civile e, in specie, con il mondo del lavoro (e del lavoro precario e non-lavoro), le segreterie hanno prodotto e stanno rischiando di riprodurre sempre più un ceto politico autonomo e separato, con una logica da mercato. E se questa logica è propria per il centro-destra, così non dovrebbe essere per il centro-sinistra, che aspira a candidarsi alla guida del paese dopo i disastri del berlusconismo. Le stesse primarie, non erano un modo per ratificare, vox populi, scelte operate da ristrette minoranze? alla luce di quanto accade oggi, si vede come nessuno strumento finora utilizzato abbia dato risultati apprezzabili per la riforma della politica.
Bertinotti non ha esitato a giubilare la candidatura di Marco Ferrando sull’altare della nuova “affidabilità” richiesta al PRC e offerta in cambio di un’entrata organica nella compagine governativa. Ma questo è potuto accadere perché si è sostituito il centralismo democratico con un leaderismo esasperato e una personalizzazione della politica che sono contrari a ogni prassi realmente comunista, con un frazionamento correntizio che fa esprimere le minoranze solo formalmente senza alcuna incidenza sulle scelte operative, lasciate alla dittatura della maggioranza. Il segretario di Rifondazione è ormai più segretario della nuova formazione della SE (Sinistra Europea) e ragiona da capocorrente, blinda i gruppi parlamentari fidelizzandoli alle sue tattiche contingenti, che, ci sembra chiaro, mirano ad un’unica strategia: riempire il vuoto che si creerà con la nascita del Partito Democratico, liquidando così l’esperienza rifondativa.
E quale interpretazione, storicamente, è stata data allo stesso centralismo democratico, causa di storture nel rapporto dirigenti-diretti?
Il centralismo democratico che governa il PdCI, non impedisce dinamiche similari, e leaderismo e carrierismo corrodono profondamente la tenuta unitaria, limitando di fatto la capacità espansiva, il radicamento sociale e anche l’autonomia e l’indipendenza del partito, già di molto indebolite dal troppo forte collaterismo negli anni scorsi con il centro-sinistra e le politiche compatibiliste.
I comunisti devono riorganizzarsi, tenendo conto di queste dinamiche reali e questa riorganizzazione storicamente dovrà passare per l’unificazione dal basso delle attuali esperienze e non dagli accordi dei vertici dei gruppi dirigenti.
Senza attraversare questo guado, sarà impossibile essere in sintonia con i sentimenti del popolo di sinistra e ogni processo ricompositivo, così chiaramente necessario, sarà solo il flatus voci dei semplici e dei senza potere.
pubblicato anche su Lavoro Politico nr.16/06