www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 27-07-06

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Autonomia comunista e unità della sinistra

 

Nella dialettica tra moderati e sinistra i comunisti hanno un assoluto bisogno di riappropriarsi di un profilo storico-valoriale che sia specifico della realtà italiana. L’esperienza del PCI è il loro patrimonio

 

Ferdinando Dubla

 

«Ricordatevi che ogni progresso pratico del movimento rivoluzionario, insegnerà immancabilmente e fatalmente alle giovani generazioni la scienza stessa del socialismo, perché questa scienza è fondata sulla evoluzione oggettiva delle forze e delle tendenze delle diverse classi sociali e perché la rivoluzione non è che la demolizione di vecchie sovrastrutture e l’entrata in linea delle classi sociali desiderose di fondare la nuova società.»

(Lenin, dal programma dell’I.G.C.)

 

Il tramonto del berlusconismo, che non coincide con la minorità dei poteri forti del capitalismo italiano, ha consegnato il campo dell’egemonia alla dialettica tra moderati e sinistra, almeno ai livelli del governo guidato da Prodi e dei rapporti parlamentari interni alla coalizione unionista. Non è indifferente a questa dialettica il progetto di ridislocazione dei partiti in relazione alla capacità di incidenza sociale: la nascita del “partito democratico” e l’opposizione ad esso della componente sinistra dei DS; la costituente della Sinistra Europea con il superamento obiettivo dell’esperienza del PRC e l’opposizione delle sue componenti interne di cultura politica marxista; la proposta confederativa del PdCI con la difficoltà di tenere insieme autonomia e unità. La via di fuga da questi processi, la nascita di un ulteriore partito comunista (dei lavoratori) della componente ex-Rifondazione di Ferrando, inevitabilmente si scontra con lo spazio politico-sociale ristrettissimo che la competizione tra i due blocchi nelle ultime elezioni politiche ha lasciato alla geometria variabile delle relazioni tra società politica e società civile. Sullo sfondo, la dura realtà dei fatti ha posto fine all’apologetica dei movimenti, in particolare ai limiti della sua efficacia nel determinare trasformazioni e radicali cambiamenti proprio nei rapporti con la politica e con i più complessivi orientamenti di massa.

 

- La vicenda del rifinanziamento della missione militare in Afganistan è emblematica di quella dialettica e del riposizionamento politico: ma non sarà l’unica, e presumibilmente il cuore della partita ci sarà su problemi di carattere sociale, dal versante del welfare come, e di più, su quelli dei cambiamenti necessari per offrire un terreno più avanzato al mondo del lavoro, del non-lavoro e del lavoro precario, in sintesi al tentativo di centralizzare un protagonismo del nuovo proletariato e della vecchia e nuova classe operaia.

 

Berlusconi, e non il berlusconismo (inteso come insieme dei valori più retrivi e reazionari del capitale), sarà continuamente lo spettro agitato dalle componenti moderate dell’Unione per rendersi permanentemente egemoni nel quadro politico, confidando in due fattori: la sostituzione progressiva dell’insediamento sociale (ancora rilevante per i DS) con la guida dell’orientamento della cosiddetta “pubblica opinione” attraverso poteri economici e poteri mediatici; la debolezza della destra divisa e privata dell’appoggio di alcuni poteri forti.

 

La sfida del “partito democratico” a medio termine, oltre che la soluzione delle sue interne contraddizioni (ad es. sui diritti civili e la modernizzazione) è quella di rendere ininfluente la sinistra, depotenziarne la possibilità di incidenza, renderla solo sentinella sorvegliatrice dell’antagonismo sociale. L’elezione di Bertinotti a Presidente della Camera, purtroppo, si inscrive in questa direzione, perché lo scambio è proprio, appunto, l’obiettivo blocco dell’azione politica trasformatrice appena oltre le compatibilità dettate dagli interessi capitalistici.

 

- La battaglia per l’egemonia tra moderati e sinistra alternativa, se da una parte vede comunque un avvio di processo di unificazione, difficile, contraddittorio ma funzionale ai poteri lobbistici del capitalismo che lo affianca, dall’altra sconta una visione particolaristica che non va nella direzione di una riaggregazione forte. La costituente della Sinistra Europea non è, non può essere, allo stato attuale, un reale processo riaggregativo, ma in Italia si delinea come un “allargamento” dell’attuale PRC, che sussume in sé componenti politico-intellettuali o sociali dislocate già in un’area limitrofa e ponendo serie discriminanti alle esperienze con valori e tradizioni comuniste. Un’operazione che divide, scinde, dunque e svuota di fatto l’alternativa di sistema dei suoi contenuti antagonisti. Tra l’altro, la svolta “entrista” di Bertinotti ha portato a casa un risultato che è quello di aver indebolito politicamente la componente interna dell’’Ernesto’, dove alcuni hanno già scelto la compatibilità della creazione della Sinistra Europea con l’illusione (a nostro avviso) di poter modellare una fisionomia diversa più vicina alle sensibilità marxiste piuttosto che intraprendere una più decisa battaglia perché quel modello non si sviluppi e possa provocare di fatto lacerazioni piuttosto che fusioni. La componente ernestina, con l’entrata in Parlamento di alcuni suoi autorevoli rappresentanti, ha accentuato e accentuerà sempre di più una vocazione unitaria con il resto della maggioranza del partito, rischiando di perdere di vista la necessità, pur presente nell’analisi, di lavorare alla riaggregazione politica della sinistra di alternativa, una sinistra in cui l’autonomia dei comunisti possa essere valore aggiunto e capacità di incidenza trasformatrice nel passaggio da un generico antiliberismo ad un più coerente anticapitalismo dei movimenti e della società civile. La dura lotta ci sarà sì, ma per negoziare continuamente posti di rappresentanza nel partito, proporzionali al peso effettivo ecc.., rischiando un’inclinazione autoreferenziale già presente ma ancora più accentuata, così da divenire un ceto politico professionalizzato con pochissimo respiro sociale. Ricordiamo qui di sfuggita la dura reprimenda fattaci da autorevoli esponenti di componente quando, due anni fa, in una delle riunioni semestrali a Roma, facemmo presente che la deriva bertinottiana consegnava a noi comunisti il problema della divergenza strategica e non tattica con le politiche e i valori imposti all’intero corpo del PRC, diversità che si appalesa nelle difficoltà squadernate davanti a noi oggi.

 

- Il problema della capacità di incidenza e dell’efficacia, all’unisono sempre con i sentimenti unitari che animano il variegato popolo della sinistra, è al centro, nella fase politica attuale, della linea che Diliberto ha scelto per il PdCI, scontando addirittura un’irrimediabile frattura con il suo storico fondatore ed ex-Presidente, il compagno Cossutta.

 

Una scelta di militanza attiva nel Partito dei Comunisti Italiani rafforza, a nostro modo di vedere, la possibilità concreta di ritessere la trama complessa ma necessaria per coniugare autonomia comunista ed unità della sinistra, per lavorare alacremente, con il bagaglio dell’esperienza e della tradizione propria dei comunisti di questo paese, ad un processo dinamico di ricomposizione unitaria che salvaguardi innanzitutto la possibilità di tendere ad una società socialista, nella tempesta però delle contraddizioni della società a capitalismo maturo e non nelle fumisterie astratte degli schemi ideologici fissi e immutabili per tutte le stagioni.

 

In particolare, la sfida della proposta confederativa del PdCI è nella costruzione di un moderno blocco storico di gramsciana memoria che politicamente sappia fronteggiare le controffensive reazionarie della destra, conservi sul versante dei valori, dei principi e della strategia un’autonomia per ogni componente e rafforzi socialmente i movimenti antagonisti al sistema capitalista.

 

Rimane un problema grande da affrontare: la permeabilità reale del quadro politico alle istanze sociali antagoniste. La sinistra alternativa deve farsi promotrice e interprete di quelle istanze sociali e tentare di trasformare radicalmente il quadro politico in cui le componenti moderate e centriste vogliono rendersi egemoni. E non è compito facile.

 

- Inoltre, i comunisti hanno un assoluto bisogno di riappropriarsi di un profilo storico-valoriale che sia specifico della realtà italiana, per poter lavorare in prospettiva all’autosufficienza della propria stessa autonomia (che non è una petizione di principio, ma un risultato storico). L’esperienza del PCI è il loro patrimonio: da analizzare, esaminare, rielaborare, ma lì è la loro storia e la loro specificità. La ricostruzione di un partito comunista autonomo e di massa non può fare a meno di quel patrimonio. Si faccia caso che il moderatismo pentitista e l’estremismo parolaio della priorità degli schemi ideologici, concordano da opposte sponde alla liquidazione dell’esperienza del PCI: rifarsi oggi a quell’esperienza è dunque un atto di coraggio, ma necessario all’intero popolo della sinistra.

 

Una preziosa lezione viene da quella storia: ogni conquista di emancipazione proviene da una lotta e dalla parallela capacità di trasformarla in azione politica incidente nella realtà. E le conquiste sono un terreno più avanzato per una trasformazione strutturale in direzione del socialismo. La conquista di “trincee” e “casematte” è essenziale nella “guerra di posizione”, affermava Gramsci, in un processo politico-sociale complesso che deve ridisegnare il campo della transizione alla società socialista.

 

L’errore da non commettere è la considerazione che il nemico è a sinistra. Nessun nemico è a sinistra, anche se le soggettività più coerentemente marxiste e leniniste farebbero bene a rinunciare ad abiure e scomuniche e a porsi seriamente il problema di un unico contenitore politico, in questa fase, una contingenza storica che non permette affatto la distinzione in base a interpretazioni “integrali” di sapore dottrinario.

 

- Le degenerazioni, gli opportunismi, il piccolo cabotaggio e la cultura dominante che penetra nelle stesse fila di chi deve combatterla: ma proprio dalla storia è possibile imparare a riconoscere i sintomi e i germi della dissoluzione dell’autonomia.

 

E il tempo per cui, per noi comunisti, per non incorrere nei pericoli dell’autoliquidazione storica, si debba scegliere tra il bagaglio teorico coerentemente marxista ma con insussistenza politica oppure il politicismo tattico pragmatico-riformista che mette in mora valori, principi e prospettive strategiche, ci sembra davvero finito.

 

ferdinando.dubla@tiscali.it, luglio 2006

Lavoro Politico-Linea Rossa