www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 16-11-06

Riceviamo dai compagni di "Contropiano" e volentieri pubblichiamo

Il dibattito sull’attualità di una ipotesi comunista in Italia
 
Si è aperto sulle pagine di Contropiano il dibattito sulla credibilità di una ipotesi comunista in Italia stretta oggi tra liquidazione e il rischio del residualismo. In questo numero intervengono due compagni bolognesi, Diego Negri e Carlos Venturi, e Fosco Giannini (direttore de L’Ernesto e senatore del PRC).
Il dibattito, anche in previsione dell’assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, prosegue anche sui prossimi numeri. Vi anticipiamo i due contributi. Per intervenire scrivere a: cpiano@tiscali.it


La questione comunista in Italia: un problema di teoria, di processi reali e di organizzazione
Diego Negri e Venturi Carlos Alexandre 
 
Oggi i comunisti sono divisi in varie organizzazioni, dai partiti "di massa" alla miriade di gruppi che operano in Italia. Per partiti "di massa" intendiamo Prc e Pdci. Questi ultimi sul piano internazionale abbracciano un filo europeismo in funzione anti USA, nella politica interna sostengono coi fatti questo governo, che oltre a qualche azione simbolica, neanche troppo riuscita, non ha dato segni sostanziali di discontinuità dal governo precedente. Inoltre negano nei fatti
ogni autonomia e creatività alle fasce popolari. Il Prc ha il chiaro intento di trasformarsi in un nuovo soggetto politico denominato Sinistra Europea (SE).
Dopo aver ripudiato l'esperienza marxista-leninista (ML) intesa come presa del potere della classe lavoratrice e trasformazione dello Stato, si è inserito in quella, pur gloriosa anche se riformista, storia del socialismo italiano, umanista e a tratti pacifista, in sintesi le radici storiche di Bertinotti.
 
La componente ML presente dentro il PRC, pur conducendo una vivace battaglia contro questa mutazione "naturale" del partito, non si discosta nella sostanza dall'impostazione europeista e governista. L'assenza di una possibilità già strutturata al di fuori rimane ragione sufficiente alla loro critica adesione al progetto della SE. Questo a causa di una visione del partito comunista unicamente come struttura di massa. Lo spazio d'azione per i comunisti nel PRC si restringe ancor più poiché la mutazione da "destra" del partito è vissuta come trasformazione, mentre la battaglia della "sinistra" come conservazione.
 
Il Pdci vive una fase di isolamento e immobilismo essendogli stata scippata dal PRC il ruolo di comunisti di governo. L'identità comunista si basa unicamente sul passato, e questo gli permette di pescare nello zoccolo duro legato e nato dalla tradizione del PCI. Le posizioni espresse sono simili a quelle di Bertinotti, su tutta la questione europea. Tuttavia il gruppo dirigente vive con apprensione la nascita della SE, poiché è il medesimo progetto promosso da Diliberto, di matrice storica amendoliana. La sinistra del partito, se cosi si può definire, è legata unicamente all'estetica comunista, il dibattito in questi ultimi mesi si è ridotto alla difesa del simbolo.
Ambedue i partiti, in forma più marcata il PdCI, vivono unicamente come partiti istituzionali, e raramente hanno la capacità politica di dirigere, e partecipare a movimenti sociali. La scelta per entrambi di accettare il bipolarismo ha tolto ogni velleità di trasformazione e senso critico (1). Inoltre si potrebbe affermare che una scelta di classe porterebbe a una lunga assenza dalle istituzioni, e questo la dice lunga sui reali scopi economici della classe politica dirigente di questi partiti.
Su Contropiano, lungamente si è parlato dello scollamento tra piano sociale e politico e quindi non ci dilunghiamo su questo aspetto, che tuttavia rimane centrale per l'analisi e l'azione dei comunisti oggi. Vi sono piccoli partiti e gruppi che si richiamano alle diverse scuole comuniste, non riuscendo però a darsi una propria fisionomia e indipendenza. I marxisti-leninisti e i movimentisti, presenti in quest'arcipelago sono divisi ideologicamente, ma vittime dei loro errori di schematismo:
tutto partito (ma con uno spontaneismo palese), oppure niente-partito (ma con un partito occulto), non riuscendo ancor oggi a fare i conti con il passato. Inoltre,spesso, l'attività politica è modulata in funzione dei due partiti più grandi. Questo schema è la fotocopia di quello che esisteva tra PCI e gruppi negli anni 70. Questi ultimi nascevano in contrapposizione di un blocco comunista di massa revisionista. Mancando oggi un tale blocco è necessario sviluppare relazioni e dinamiche diverse fra comunisti e nella classe.
 
Esiste ancora oggi una memoria storica in senso comunista, che spesso è polo di attrazione per giovani e lavoratori. La maggior parte dei compagni che decidono oggi di iscriversi ad un partito lo fanno per quello che rappresenta storicamente, difficilmente per il portato attuale. Quest'identità è rivolta al passato, ma se supera la liturgia storicista, è un elemento importante con cui fare i conti.
La questione del Partito non è secondaria, anzi rimane un tema centrale per un piano di indipendenza politica. Esiste un problema di prospettiva in senso comunista, che spesso sono molto pochi i compagni inseriti nelle situazioni sociali a reclamare, vivendo, ovviamente come un limite, la separazione tra attività politica e sociale, chi invece n'è fuori non ne comprende l'obbiettivo ne riesce a vedere la reale possibilità di dare un apporto al cambiamento, si è insomma accettata l'idea che la politica la fanno i professionisti e che sia giusto delegare senza partecipare.
La questione comunista poggia su tre tratti fondamentali: acquisizione teorica di una prospettiva socialista (intesa come indipendenza), capacità di stare dentro i processi reali (come agenti attivi degli eventi) e organizzazione (come avanguardia di quadri militanti). La proiezione in avanti del movimento comunista, va ritrovata nell'acquisizione dei tre elementi sopra indicati. Se non faremo ciò il pericolo a cui andiamo incontro è che vi sia ancor più un riflusso verso dimensioni localiste
o nulliste. Conseguenza lampante di quest'immobilismo è la difficoltà comunicativa sia nelle forme sia nei mezzi che oggi i comunisti utilizzano. Negli anni 20 le riviste comuniste erano il contenitore principale delle forme d'arte d'avanguardia, oggi è raro vedere prodotti leggibili...lo stesso accade nella tecnologia e nella scienza.
La dimensione identitaria in senso comunista non va vissuta nel passato, ma rispetto al presente e al futuro.
E' significativo che nel 1921 le differenze del PCdI rispetto al PSI fossero oltre alla composizione di classe e all'ideologia, fondamentali per definire l'identità dei comunisti, l'età anagrafica e la percentuale femminile presente nel nuovo partito. Non vorremmo cadere in facili teorie sociologiche giovanilistiche, ma il comunismo dovrebbe essere una prospettiva legata al nuovo che vive e trasforma il presente. E' in questo modo che i comunisti e la loro organizzazione potranno sintetizzare gli elementi più avanzati. Non ci sono scorciatoie, ma un lento lavoro di formazione e organizzazione del movimento comunista indipendente in Italia.
 
Note
1) Vedere il capitolo: “I sopravvissuti” dal libro di S.Manes, Senza testa, limiti e insegnamenti delle lotte degli anni 60 e 70, La città del sole, 2006, Napoli 
 
 

"Ritengo realistico battersi per il rinnovamento di una soggettività comunista in Italia"
intervista a Fosco Giannini*
 
 Il PRC si avvia alla costituzione di una formazione politica – il Partito della Sinistra Europea – che vedrà offuscare la presenza di una forza politica comunista in Italia dentro un fronte più ampio. Che cosa pensi di questo processo?
 
Vorrei partire da un dato: la caduta dell’Urss e del campo socialista “ratifica” la sconfitta di fase del movimento comunista, una sconfitta su cui – colpevolmente – le stesse forze comuniste non hanno scientemente indagato e che ha visibilmente prodotto un arretramento dell’intero fronte rivoluzionario, comunista e antimperialista mondiale, e ciò a prescindere dai gravi processi di involuzione delle stesse esperienze del cosiddetto socialismo realizzato. Anche se, sin dall’inizio, la “profezia” di Fukuyama “sulla fine della storia” risultò essere risibile e di natura essenzialmente idealistica e anche se tale profezia è stata in poco più di un decennio largamente sconfessata dalla pulsione antimperialista che ha attraversato e attraversa l’intera America Latina, vaste aree dell’Africa e che prende diversamente corpo nell’Eurasia del costituendo polo Cina, Russia e India; anche se tutto ciò è accaduto ed accade non si può ragionevolmente asserire che entro questo nuovo contesto ( positivo, ma segnato ancora in larga misura dall’egemonia imperialista) la crisi del movimento comunista mondiale ( e scrivo consapevolmente crisi per tenermi alla larga dalla categoria di estinzione che illude i nuovi fukuyama variamente collocati sul fronte politico generale, tra “destra” e “sinistra, e che è sconfessata a livello mondiale) si sia risolta o sia in procinto di risolversi.
 
Ecco, per rispondere alla vostra domanda e per riannodare il filo del discorso, credo che per cogliere questi quattro obiettivi di fondo, il movimento comunista italiano abbia prioritariamente, essenzialmente bisogno di una propria autonomia : culturale, politica, organizzativa, economica. Autonomia che si perderebbe quasi totalmente nella trasformazione del PRC in Sinistra europea. D’altra parte, il PRC non è riuscito ad avviare un serio processo di rifondazione comunista in circa quindici anni di vita autonoma: come si può pensare che tale processo ( difficile, poiché richiede la consapevole connessione tra conflitto dai caratteri anticapitalistici e antimperialisti e ricerca teorica) potrebbe partire in condizioni che necessitano oggettivamente di cessioni significative di sovranità, come nel caso della Sinistra europea? E’ più facile pensare che in questo nuovo soggetto possa definitivamente spegnersi la ricerca e persino la prassi comunista… Peraltro, le tre recenti esperienze europee ( Izquierda Unida in Spagna, Sinaspysmos in Grecia e Alleanza di Sinistra in Finlandia) che possono essere assimilate a quella in divenire della Sinistra europea, dicono tutte la stessa cosa: che i partiti comunisti, in quei “ nuovi luoghi politici”, o si sono avviati all’estinzione o hanno fortemente corso tale rischio. Certo è che la mia contrarietà alla Sinistra europea non è contrarietà all’unità sul campo delle forze avanzate e di sinistra, che anzi potranno tanto più essere unite nelle lotte e nel processo di trasformazione quanto più eviteranno, per giungere a questa necessaria unità, ad ogni nefasta precipitazione organizzativistica…
 
E’ esagerato secondo te affermare che la costituzione del Partito della Sinistra europea in qualche modo porti a compimento l’operazione avviatasi alla Bolognina?
 
Per cultura personale vorrei rifuggire da ogni semplificazione. Mi sono sempre chiesto per quale motivo di fondo, di tipo strutturale, il PCI, attraverso la “Bolognina”, passa da partito comunista fortemente segnato dalla cultura politica e dalla prassi socialdemocratica a partito segnato da posizioni “radical” e “liberal”, senza il “passaggio di mezzo” socialdemocratico. Dico questo perché non è così scontato, sul piano dell’essenza politica, parlare, relativamente alla Sinistra europea, di nuova “Bolognina” ( a meno che non si sintetizzi, nella “Bolognina”, il semplice cambiamento del nome comunista e dei simboli). Tutto è in movimento e molte cose possono accadere. Può accadere, ad esempio, che il “correntone” di Mussi e l’area di Salvi, qualora si costituisse il Partito democratico, scelgano una loro autonomia. In quel caso ( poiché non credo, allo stato delle cose, ad una eventuale entrata del “correntone” nella Sinistra europea) si potrebbe ripetere in Italia l’esperienza tedesca della “Die Linke”, e cioè un processo di unificazione a sinistra tra Sinistra europea, “correntone” ed altre forze ( PdCI?), una osmosi che potrebbe dar vita ad una sorta di partito socialdemocratico di sinistra o del lavoro, diverso – dunque – da quel soggetto “radical” e poi “liberal” che fu e rimase la creatura di Occhetto. Poiché, comunque, non voglio eludere il senso della domanda, certo è, in ogni caso, che al quel punto si porrebbe, in modo percepibile anche a livello di massa, la “questione comunista” in tutta la sua portata.
 
Prodi, in una intervista alla stampa tedesca, si era lasciato sfuggire che secondo lui in Italia i comunisti sono ormai un fattore folkloristico. Sbaglia Prodi o esiste obiettivamente il rischio della residualità nella identità comunista nel nostro paese?
 
Rispondere sinceramente significa essere sicuri di guadagnare una vasta antipatia. Credo, però, che Prodi abbia fatto malignamente una brutta caricatura di un problema però reale. Credo, infatti, che il PdCI abbia pagato in questi anni , dalla guerra contro la Jugoslavia in poi, un altissimo prezzo sull’altare del rapporto organico con il centro sinistra, finendo per essere percepito ( credo a ragione) come una sorta di appendice dell’Ulivo e dei DS. Mentre il PRC, attraverso le sue molteplici “rotture” ( pars destruens senza pars costruens) con la cultura comunista, con l’attuale inclinazione governista e con la trasformazione in atto verso la Sinistra europea, si è obiettivamente indebolito, pagando anch’esso un ulteriore prezzo all’entrata pressoché organica nell’Unione. La sua stessa, basculante, identità, tra l’altro, non rafforza certo, nel teatro politico italiano, il suo prestigio e la sua credibilità…
 
E’ velleitario o realistico battersi per tenere aperta oggi una ipotesi comunista in Italia?
 
Direi che è difficile e necessario. Difficile per tante ragioni : la sconfitta vicina, l’egemonia profonda delle classi dominanti, l’accantonamento del progetto rivoluzionario messo in pratica ( e dunque sedimentato) prima dal PCI, poi dal PRC e dal PdCI . Ed è come dire: non ci è stata in verità nessuna rottura essenziale, da parte delle nuove formazioni comuniste post Bolognina, con il processo di socialdemocratizzazione che aveva investito il PCI, e siamo di fronte ad uno strano fatto: è come se la grande forza piccista segnasse ancora di sé – culturalmente e politicamente – buona parte del movimento comunista italiano, forse troppo debole, sul piano culturale, per poter operare davvero una cesura. Peraltro, sta in ciò la trasformazione di rifondazione comunista da progettualità vivificante a puro nome di partito. E la rottura culturale necessaria non viene certo dal PdCI; essa non può venire attraverso l’affissione dei manifesti di Enrico Berlinguer ( con tutta il rispetto per l’uomo e per il dirigente politico), né attraverso la riproposizione liturgica e molto elettorale di alcune formule “komuniste” destinate ad essere trasformate in caricature dalla subordinazione politica al centro sinistra. In sintesi, credo proprio che le due organizzazioni comuniste, in questi anni, non abbiano dato un gran contributo all’aumento del fascino comunista…Sono invece sicuro che tra i giovani, nelle accademie, nelle università, stia fiorendo una nuova intellettualità marxista, che non trova sbocco, non trova l’intellettuale collettivo capace di metterla a valore e legarla al movimento operaio… Si, è realistico battersi per il rinnovamento e per un nuovo radicamento di una soggettività comunista nel nostro Paese: una soggettività rivoluzionaria, che inizi ad essere tale attraverso una rottura profonda e consapevole con la cultura comunista/socialdemocratica italiana…
 
La questione è di difficilissima natura e non liquidabile in poche battute, tuttavia è forse così sintetizzabile: il movimento comunista italiano ( ma non solo), per rilanciarsi pienamente, ha quattro essenziali necessità:
 
primo, di essere conseguentemente - e cioè senza patteggiamenti al ribasso con le forze politiche e sociali subordinate agli interessi degli Usa, della NATO, dell’ UE e del grande capitale – sia alla testa della lotta generale contro le guerre imperialiste che segnano la fase; di essere alla testa delle lotte contro l’odierna e specifica pulsione capitalista tendente ad abbattere – nel quadro della competizione globale che informa di sé - l’intero ciclo salari, diritti e stato sociale ( e dunque di essere consapevolmente contro l’Europa di Maastricht e del Patto di stabilità);
 
secondo, di sviluppare una propria offensiva e un’ autonoma lotta, nel proprio ambito nazionale, indipendentemente dalla presenza o meno, nel contesto internazionale, del cosiddetto faro comunista ( una questione, questa, di grande pregnanza che non possiamo affrontare qui, ma che fondamentalmente rinvia alla necessità di cancellare dalla memoria storica dei comunisti italiani l’assunto positivista di amendoliana memoria secondo il quale i comunisti potrebbero agire autonomamente solo in presenza, appunto, del cosiddetto faro internazionale, nozione, questa, che tanto danno ha recato al movimento comunista italiano e che tanto ha contribuito alla rimozione della dinamica e antidogmatica cultura leninista e gramsciana) ;
 
terzo, di agire per aprire la strada alla messa in campo di un movimento comunista sovranazionale europeo, con pulsione internazionalista, come risposta al costituendo polo capitalista sovranazionale europeo;
 
quarto, di aprire una vasta, scientifica, ricerca politico-teorica tendente a delineare un progetto comunista ed una forma partito all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, attraverso il rifiuto sia della stucchevole nostalgia acritica della storia comunista e del socialismo realizzato che del liquidazionismo sciocco e becero che è andato tanto di modo in Italia in questi ultimi anni. Una ricerca profonda , aperta e legata alla prassi che porti, anche, ad una sintesi alta ( non, dunque, ad una mediazione) e ad una unità di lotta le varie scuole comuniste che sono sul campo e che , anche in virtù del fallimento del progetto di rifondazione comunista del PRC, sono ancora spesso disperse in un’ insensata diaspora.
 
Un’ultima questione. La decisione tua e degli altri senatori “dissidenti” di votare a luglio il decreto di rifinanziamento della missione in Afganistan dopo aver condotto una battaglia che aveva creato moltissime aspettative, è stata vissuta molto male da tanti compagni, da settori del movimento e da personalità impegnate contro la guerra. A distanza di alcuni mesi, avete avviato una riflessione su quella scelta e sulle sue conseguenze?
 
 Non mi pare che vi sia stata una riflessione organica. Posso dirti che nel tuo ragionamento, che capisco, che mi appartiene e che tuttora mi inquieta, alcune cose sono sottovalutate: il fatto che quella lotta, condotta da una ristretta avanguardia, abbia imposto al Paese, per quasi un’intera estate, una questione ( quella dell’Afghanistan) che si voleva rimuovere; che abbia rimesso in moto aspirazioni ed energie; che sia passata come un’ombra di inquietudine dentro tante “anime” - comuniste e di sinistra, fuori e dentro il Senato e la Camera – già “pacificate” e cadute nell’accidia. Come asseriva Ernesto “Che” Guevara le battaglie non si valutano solo per il loro epilogo, ma per ciò che spostano e producono…
 
*Direttore de “L’Ernesto”, senatore del PRC