www.resistenze.org - pensiero resistente - unitą dei comunisti - 11-06-07
Attualità della questione comunista
di Demostenes Floros
Gli eventi internazionali relativi al crollo del muro di Berlino ed alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e del campo socialista dell’Europa orientale(1), insieme a quelli nazionali relativi alla liquidazione ed allo scioglimento del PCI - il più grande Partito Comunista in un paese capitalista di frontiera - hanno provocato e provocheranno ancora per molto tempo, conseguenze ed effetti drammatici, di natura economica, politica, sociale e militare su scala nazionale e globale. Si tratta quindi, non di episodi marginali bensì di fatti storici epocali. Sull’onda dei nuovi rapporti di forza venutisi a creare, tutte le molteplici conquiste democratiche acquisite anche in “Occidente” sono rimesse in discussione.
Tale fase regressiva necessita di una riflessione seria - da comunisti - sul proprio ruolo attuale e futuro, consci della propria debolezza teorica e pratica, consapevoli della necessità di sottoporre a revisione qualsiasi contributo; essa può essere tale solo se procede da una valutazione critica di ciò che è stato, in modo dialettico, risolvendo i limiti, le contraddizioni e gli errori, attraverso l’approfondimento necessario, per un continuo rinnovamento di una teoria e di una prassi politica che, riconoscendo il ruolo storico della Rivoluzione d’Ottobre e delle rivoluzioni che grazie ad essa sono esplose, sappiano indicare e perseguire conseguentemente nella realtà quotidiana una via per l’emancipazione delle masse, verso il superamento del capitalismo.
L’applicazione corretta del metodo scientifico esige non solo un’attualizzazione ed uno sviluppo teorico de “Il Capitale” nel nostro tempo - quindi un’analisi accuratissima dell’estensione raggiunta a livello mondiale da parte dei rapporti di produzione e di scambio capitalistici ed il conseguente allargamento della divisione sociale del lavoro, come mai avvenuto in passato - ma necessita, più di ogni altra cosa, di comprendere come la stessa categoria della rivoluzione proletaria sia insita(2) nelle medesime cause della sconfitta.
Ecco allora, l’importanza delle prime esperienze di socialismo, così come si sono storicamente determinate, e la necessità di risolvere e superare marxianamente le nuove contraddizioni - a partire da quella principale tra capitale e lavoro - nella realtà contemporanea.
Ed ancora, concetti e categorie come quelli di “modello di civiltà”, “egemonia culturale” - da conquistare - “governo”, entro i quali ricondurre una nuova elaborazione nel modo di concepire lo Stato Socialista, sono da rinnovare e rielaborare, al fine di una propaganda che non sia superficiale e fine a se stessa.
Il socialismo ed il comunismo sono ideali di civiltà superiori o non sono.
Un elemento però, ci deve essere chiaro(3) sin da subito: quando l’attuale Presidente degli USA afferma che “il livello di vita degli statunitensi non è negoziabile”, portando il livello del conflitto ad un stadio ancora superiore rispetto a quanto fatto dal suo predecessore Clinton e che “esiste un solo Stato indispensabile nel mondo: gli Stati Uniti d’America”, vuol dire che non siamo di fronte ad una battaglia, ma ad una vera e propria guerra contro la quale occorre lottare con umiltà intellettuale, accostandosi ai problemi senza credersi in grado di risolverli, ma almeno sforzandosi di capirli ed affrontarli(4).
Si tratta dunque, di avere il coraggio di evitare scorciatoie di ogni tipo e ritardi, fughe in avanti e subalternità, comprese abiure e trasformazioni di varia natura.
Certamente, non dimentichiamo che il contesto internazionale da cui siamo usciti da oramai due decenni è stato quello centrato sul bipolarismo della guerra fredda: il breve lasso di tempo concesso dalla storia per liquidare l’arretratezza economica, le enormi perdite dovute alla guerra e le spese per ricostruire l’economia distrutta, la necessità di distrarre una quota consistente del potenziale economico per i bisogni della difesa e per mantenere la parità strategico-militare con il mondo imperialistico nemico hanno influito in maniera notevole sulla disfatta del campo socialista, processo che oggi la propaganda dominante rappresenta come “implosione”, cioè interamente dovuto ai limiti ed alle contraddizioni intrinseche in quella esperienza; in tale contesto fu poi determinante, per l’esito dello scontro tra blocco socialista e blocco imperialista, la rottura dell’unità del movimento comunista mondiale, in particolare modo tra Unione Sovietica e Cina Popolare(5).
Ma che cosa si sarebbe dovuto dimostrare? Si cercano forse scuse per giustificare le debolezze dei governi sovietici e dei paesi appartenenti al Patto di Varsavia?
A me pare che su questo si debba scavare un poco.
Un governo reale non è mai ideale, ma calato nella storia e nelle sue conflittualità, cosicché esso deve essere analizzato storicamente, come fenomeno con i suoi punti di forza e di debolezza, che sono materiali.
Probabilmente, il limite consiste nel costruire uno Stato con l’ausilio della dottrina di Lenin e poi nel giudicarlo con i parametri di Marx ed Engels, molto diversi da quelli di Lenin se si pensa che - per Marx - il socialismo sorge dall’estremo sviluppo delle forze produttive del capitalismo e non dall’“arretratezza”(6). Dunque, Lenin produce rivoluzioni in base alle concrete possibilità di condurle, senza esclusioni,a partire dall’analisi del funzionamento economico dell’imperialismo; poi però, l’“arretratezza” di partenza esiste sempre e viene eventualmente ridotta da un governo rivoluzionario, ma essa non deve essere vista come una colpa da nascondere, bensì magari come il punto d’inizio modesto di uno sviluppo successivo che deve costituire un vanto dei governi (se si pensa al cammino fatto dalla Russia del ’17, all’URSS degli Sputnik e della seconda industria del mondo!).
Come logica conseguenza di queste considerazioni, ritengo che le forze politiche e sociali che oggi rappresentano ed organizzano il movimento operaio internazionale devono fare tesoro dell’enorme patrimonio politico-teorico che le prime esperienze di socialismo ci hanno lasciato, patrimonio fondamentale per costruire e riaprire una prospettiva comunista.
E’ necessario quindi, rileggere criticamente il passato attraverso l’utilizzo delle nostre categorie interpretative.
Da dove cominciare allora?
La risposta sta nel fissare intanto il punto di riferimento centrale in Marx, nel suo pensiero e nel suo rapporto con la prassi, all’interno delle quali è contenuta la categoria del rovesciamento inteso come passaggio storico da una società capitalista a una, perseguibile, società socialista.
Ripartire da Marx ed Engels, dalla Rivoluzione d’Ottobre, ritornando ai due più grandi intellettuali e politici del marxismo, Lenin e Gramsci, diversi, ma inscindibili l’uno dall’altro in quanto complementari, non vuol dire negare le sconfitte e le vittorie del secolo appena trascorso. Ritornare al 1917, a “quei 10 giorni che sconvolsero(7) il mondo”, vuol dire ricominciare grazie al processo fatto esplodere ed oggi presente, attivo, dentro la storia. Certo, la necessità di capire chi ha vinto e chi ha perso lo scontro di classe, ma soprattutto di individuare il “livello raggiunto dall’espansione del dominio capitalistico che porta con sé, nel suo riprodursi, i germi della propria distruzione, del proprio superamento. Lavoro vivo - quindi - come strumento e nemico mortale del capitale”.
Il ritorno a Marx presuppone un’analisi, una comprensione analitica delle crisi del capitalismo - la cui fine è ancora ben lontana dal compiersi - in una fase che si contraddistingue per uno straordinario processo di concentrazione e di centralizzazione del capitale, con una simultanea frantumazione del processo produttivo, dove il capitale si presenta sempre più nel suo carattere speculativo.
Quindi, siamo di fronte non ad una soluzione di continuità tra capitale e lavoro salariato, ma un cambiamento di forma - non di sostanza - per quanto attiene che cosa produrre, dove produrre, attraverso quali tecniche di produzione e grazie a quali nuove forme organizzative del lavoro.
Lo stravolgimento compiuto dalla mondializzazione dei processi produttivi dovrà indurre i comunisti a nuove elaborazioni alternative al sistema economico dominante. Di fronte alla moderna offensiva reazionaria, le organizzazioni del mondo del lavoro (che vivono un arretramento nella rappresentanza politica dovuto alla reazione teorica e pratica del capitale, la quale si manifesta innanzitutto nello “svuotamento e nello spezzettamento” della fabbrica, quindi i suoi effetti sulla “coscienza di appartenenza alla classe”) non possono più limitarsi alla difesa delle conquiste ottenute durante il passato, ma devono indicare - attraverso un atteggiamento politico e non sindacal-laburistico - ai lavoratori un’alternativa economico-sociale, a partire dalla centralità dei diritti e dei doveri, in cui il reddito da lavoro torni ad essere un valore e gli investimenti legati a sviluppo, progresso, piena occupazione, cultura, rispetto dell’ambiente e non rendita passiva.
L’abbattimento dello stato sociale, la flessibilità e la precarizzazione del lavoro (in particolare, oggi, in Italia, v’è un attacco inaudito al contratto collettivo nazionale, allo stesso ruolo del sindacato, alle libertà sul lavoro), la privatizzazione dei mezzi di produzione, così come del sapere, della cultura e quindi, dell’individuo sono tendenze insite in questo capitale, ma anche in parte suo progetto e suo fine.
Prima ancora della spirale guerra terrorismo, le guerre, le economie di guerra - il keynesismo militare - sono alcune delle necessità del sistema capitalista come risposta alle crisi cicliche di sovrapproduzione, così come lo strumento bellico della NATO - vero e proprio ariete, più che ombrello ove ripararsi - è anch’esso funzionale a tale scopo.
Alla fine della guerra fredda, non è ovviamente succeduto un mondo armonioso(8) senza conflitti, e oramai tace il Fukuyama di turno che annunciava la “fine della storia”; né è più possibile - oggi - affermare che l’esito di tale scontro abbia liberato nel campo progressista energie sufficienti e ben indirizzate, che alcuni vedevano “imprigionate” dalla “cappa” dell’URSS.
La fase che si è aperta allora, sull’onda dei nuovi rapporti di forza ben più favorevoli alla classe a noi avversa, ha caratteri da controriforma e vede tutto il movimento operaio e democratico a difesa di conquiste di decenni di aspre e gloriose battaglie ai diversi livelli.
Gli avvenimenti connessi al biennio 1989-91 lasciano segni propri di una sconfitta delle masse popolari, dell’intero mondo progressista, anche delle stesse socialdemocrazie che non rappresentano più una parte degli interessi del capitale, come è invece avvenuto nella fase del fordismo, a sua volta fortemente caratterizzata dal condizionamento “esterno” imposto al capitale, dalla presenza del blocco comunista mondiale.
D’altro canto, nell’età vigente, è dato cogliere gli effetti benefici - vivi - dell’azione dell’URSS, nella decolonizzazione, nella critica globale al capitalismo, ormai presente - dopo il ventennio di regresso 1980-2000 - nel pensiero dell’opinione pubblica di tutti i paesi del cosiddetto secondo e terzo mondo ed anche in ampi strati popolari ed intellettuali dei paesi a capitalismo avanzato (basti pensare ai 100 milioni di cittadini che hanno manifestato contro la guerra in Iràk, nel 2003).
Sul terreno delle dinamiche internazionali, il dispiegarsi dell’egemonia imperialista statunitense e del neocolonialismo europeo e giapponese ha prodotto nell’ultimo decennio - seppur tra profondissime contraddizioni interne - diverse guerre: su tutte, cito quelle in Jugoslavia, in Afghanistàn ed in Iràk.
L’11 settembre 2001 ha sancito l’esplosione dei rapporti neoliberisti a livello mondiale e l’emergere di un lugubre terrorismo internazionale di stampo fortemente reazionario e antilluminista, “antagonista prediletto” (almeno dagli anni ’80 in poi) degli USA, la cui violenza terroristica dissemina sangue e devastazione, odio e paura - soprattutto tra le classi lavoratrici dei paesi Occidentali, dal capitalismo ancora, ma non per molto, “umanizzato” da 150 anni di lotte asperrime - ma anche insediamenti economici e militari statunitensi in aree strategiche, oltre ad essere un fattore di regolazione dei rapporti internazionali con gli stessi alleati. I disperati della Terra, senza un forte punto di riferimento politico per il loro riscatto - quale fu certamente l’esperienza dell’URSS per lungo tempo - rischiano più facilmente di cadere nella rete devastatrice del terrorismo, fenomeno che non può essere confuso né con le lotte di liberazione dei popoli (come quelle dei palestinesi e degli irakeni), né può indicare chiunque si opponga al sistema attualmente imperante.
Il nuovo ordine mondiale, che vede svilupparsi una crescente divisione internazionale del lavoro e dei suoi frutti ed un parallelo uso privato dello Stato da parte della classe dominante, concede inoltre, oggettivamente, un maggior spazio per lo sviluppo della concorrenza, quindi del mercato e del conflitto tra i differenti monopoli. Il capitale insegue gli investimenti di maggiore redditività: e questa legge, al momento pressoché suprema e indiscussa, non si cura certo dei limiti posti dalla natura.
La salvaguardia dell’ambiente è un campo dove i comunisti, mai come ora, dovranno cimentarsi lottando contro lo scempio e le devastazioni che il sistema produttivo capitalista produce, grazie all’utilizzo delle proprie categorie interpretative. Questo compito è nuovo e non scontato nell’analisi e nell’opera dei marxisti.
Anzi, molto spesso si è messo in contraddizione il “primato del lavoro”, sulla “tutela dell’ambiente”; limiti che dobbiamo necessariamente sopravanzare, perché sbagliati e contigui alla peggiore aberrazione dell’“industrializzazione di tipo capitalistico”.
La lotta per la pace, anche alla luce della potenza delle odierne armi di distruzione di massa, e quella per un nuovo sistema produttivo eco-compatibile(9), vedono necessariamente partecipi diversi compagni di strada e sono dunque, anche nell’epoca attuale, indissolubilmente legati alla lotta contro l’imperialismo e per una prospettiva comunista; esse invocano tutti gli sforzi possibili di unità nella diversità, di autonomia nell’unità.
Le conseguenze di povertà, sfruttamento di classi e popoli, sono sotto gli occhi di tutti, nel mondo intero, in Europa, nel nostro paese.
Non è certamente facile indicare e perseguire un cammino verso il progresso e la giustizia sociale, antagonista culturalmente e ideologicamente al sistema capitalista, dopo la fine del “socialismo reale” ed il crollo dell’esperienza sovietica; non dimentichiamoci però, che su scala globale i comunisti governano tuttora quasi un quarto dell’umanità, all’incirca un miliardo e mezzo di persone, tra Cina(10) - che a mio giudizio rappresenta il vero annoso problema per l’imperialismo - Cuba, Vietnàm(11), Laos, Corea del Nord. Partiti comunisti e di ispirazione marxista governano in India, Angola, Mozambico, Siria, Bielorussia, partecipano attivamente ai movimenti di liberazione nazionale in Centro e Sud-America, oltre che in Africa. Sbocciano nuovi, ed ancora fragili, percorsi di socialismo, come quello venezuelano. In Europa occidentale, i comunisti sono presenti dappertutto, nonostante siano spesso divisi, così come nei paesi dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica. Certamente, bisognerebbe approfondire la situazione dei compagni russi: mi limito ad evidenziare come quest’ultimi, partendo da un’autocritica concreta del proprio passato, che necessita ancora di un maggiore approccio creativo al marxismo-leninismo, stanno tentando - anche attraverso l’utilizzo del capitale privato - uno sviluppo delle proprie forze produttive che prevede il simultaneo controllo della politica sull’economia. La nazionalizzazione di settori strategici, così come il tentativo di una nuova entità statuale tra la Russia e Bielorussia, appaiono come straordinari fenomeni di azione/reazione agli eventi dell’89/91, rispetto ai quali è necessario investire e riflettere, specialmente per le implicazioni odierne che ciò avrebbe in relazione all’attualità della “questione comunista” nel nostro paese.
Detto ciò, prima di passare ad una sommaria disamina del contesto nazionale, ritengo doverose due precisazioni:
- La prima è che una valutazione completa delle prime esperienze di socialismo dipenderà da come si svilupperanno le esperienze rivoluzionarie ancora in essere;
- La seconda precisazione invece, ripropone con forza il partito come parte integrante di un movimento internazionale con al centro i comunisti uniti(12).
La mancanza di un coordinamento reale a livello internazionale è un limite oggettivo che va affrontato con determinazione in quanto obiettivo tattico vitale, nella prospettiva strategica di aprire un ulteriore percorso, probabilmente lungo, complesso e contraddittorio, nella direzione di una nuova Internazionale.
In Italia, lo slittamento verso posizioni sempre più moderate della maggiore forza della sinistra, il PDS poi DS, oggi Partito Democratico (nella riproposizione fedele del modello statunitense), in continuità con la scelta di sciogliere il PCI, ha determinato il crollo dell’argine fondamentale all’affermarsi di una cultura di destra nel paese, e del conseguente spostamento dell’asse politico generale.
Quest’ultimo elemento, che subisce una vera è propria accelerazione con il tentativo - in dirittura d’arrivo - di una sorta di neo democrazia cristiana(13), dovrebbe essere indagato con maggiore attenzione da tutti noi, invece di perdersi in concezioni geometriche(14) della politica da parte di molti, troppi, che vedono unicamente “aprirsi uno spazio vuoto lasciato a sinistra, che va colmato”.
Ma che cosa è successo perché si arrivasse a questo capovolgimento presso i gruppi dirigenti del PCI di allora? Perché, partiti comunisti in occidente, come quello greco e portoghese - anche lo stesso PCF (nonostante, la mutation) - pur tra scissioni e ritardi, non hanno visto il superamento delle proprie identità, a differenza di quanto è accaduto nel nostro paese?
Ritengo che ripercorrere la storia dei comunisti italiani - compito lungo e complicato, da indagare contestualmente alla lotta per il mantenimento di una forza comunista ideologicamente, politicamente organizzativamente e culturalmente autonoma, in Italia - è vitale per capire come dobbiamo reagire nella fase presente e futura.
Dunque, quanto al PCI, alla sua storia ed alla sua fine ingloriosa, il suo ruolo nell’Italia post-fascista è stato deciso dall’azione del gruppo dirigente riunito attorno all’immensa figura di Palmiro Togliatti.
Isolato in un paese di frontiera del blocco occidentale, solido baluardo democratico che ha attivamente impedito quelle derive neofasciste che non sono state risparmiate ad altri Paesi mediterranei o latino-americani, il più grande partito comunista del mondo occidentale è stato lentamente pervaso nella sua dirigenza dalla “corrosione ideologica e politica” che normalmente opera in un regime parlamentare borghese; tale corrosione, in un contesto di sfrenato consumismo, oltre ad una sempre più carente formazione di quadri e, probabilmente, all’insufficiente sintesi tra il pensiero di Togliatti e quello di Secchia(15) ha finito, nel tempo, per conquistare i dirigenti dell’ultima generazione, ormai da un decennio pronti al passo infine compiuto da Occhetto.
Come sottolineava il compagno Luigi Pestalozza - nell’editoriale su “Marxismo Oggi 2002/2” - “proprio nel Partito Comunista degli anni Ottanta vennero avanti la prassi e la teoria politica del non pensare, meno che mai marxisticamente, ovvero era in atto la rottura già neoliberista, culturalmente pragmatista, che nel Gennaio-Febbraio 1991, o XXI Congresso del PCI, porterà al suo scioglimento, alla formazione, sulla linea di quell’entrata nell'ordine ideologico altrui, finora avversario, del PDS poi DS”.
Quei dirigenti sono oggi sparsi in diversi partiti. Oltre a portare su di sé tale responsabilità storica, essi testimoniano ancor oggi della loro involuzione politica, della loro arte di arrangiarsi e di sopravvivere nell’agone parlamentare, incapaci di un approdo rivolto alla socialdemocrazia, ma verso un riformismo liberal-democratico che recede anche dall’interclassismo e dal neopositivismo - come simbolicamente rappresentava la quercia, dalla chioma alle radici; bensì, il PD è esplicita espressione degli interessi politici-istituzionali del capitale, culturalmente e idealmente subalterni al pensiero unico dominante ed alle compatibilità di sistema.
Né il livello culturale sarebbe così meschino e preoccupante, se quei dirigenti avessero continuato ad indagare teoricamente e dialetticamente la realtà politica, se avessero continuato a valorizzare le risorse del pensiero, degl’intellettuali comunisti (penso, in primo luogo, ad intelligenze rivoluzionarie come quelle di L. Geymonat e A. Donini).
Nell’epoca attuale la prova è fatta, che l’ideale comunista in Italia non può essere minimamente rilanciato dai membri di quella classe dirigente (da intendersi in senso lato). Ne occorrerebbe una nuova. Crearla dal nulla è difficile forse, per certuni che si definiscono tuttora comunisti, impossibile.
Per questo occorre fare appello - ed unire - tutte le energie disponibili, purché disposte senza concessioni di sorta a tener desta la filosofia marxista-leninista nel modo più alto e generoso possibile.
La scelta del 1998, con la scissione dal PRC e la nascita del PdCI, che si diceva rivolta ad occupare lo “spazio” dei comunisti, diverso da radicalismo e riformismo, non ci sembra vada nella direzione della costruzione di un soggetto politico comunista.
Errori tattici ed errori strategici.
Nonostante le “rassicurazioni” - pur di grande interesse - date sul nome e sul simbolo durante l’ultimo congresso, alquanto discutibili sono state nel passato, le linee politiche relative alla campagna referendaria del 2000 - sul tema specifico del sistema elettorale maggioritario - ed in particolar modo dell’infausto voto favorevole al Trattato Costituzionale Europeo (con qualche flebile, ma apprezzabile, distinguo).
L’introduzione del centralismo democratico ha provocato un soffocamento della dialettica interna al partito dei comunisti italiani (che, tra l’altro, non menzionano l’aggettivo “comunista” nel simbolo, bensì “per la sinistra”), non certo per l’introduzione dello strumento in quanto tale, ma per il suo distorto utilizzo(16).
Anche l’incapacità di dialogare con i tanti movimenti anticapitalistici presenti, pur con le dovute differenze politiche ed organizzative, sono ricollegabili, nelle cause e negli effetti a questi limiti.
I comunisti e i socialisti, si sono divisi nel 1921 (nonostante gli interrogativi odierni e tardivi sull’opportunità o meno, da parte di alcuni sedicenti comunisti): ma la linea che lo stesso Lenin suggeriva, nel propugnare la nascita dei partiti comunisti in tutto il mondo, era quella del “dividersi per unirsi”.
A tal riguardo, estremamente utili appaiono le indicazioni che Luciano Canfora dava all’intero gruppo dirigente del PdCI - nell’Editoriale de “La Rinascita della Sinistra”, dal titolo“Un anno dopo” - all’indomani delle elezioni regionali del lontano 2000.
Leggiamo con attenzione questo passaggio, ai mie occhi estremamente attuale e particolarmente delicato:
“Purtroppo un partito di dimensioni piccolissime non può proporsi una strategia, ma, al più, una tattica. Questo non vale solo per il PdCI, ma anche per le altre formazioni “minori” della sinistra (compresa Rifondazione, che infatti non rifonda un bel nulla)…..Nel quadro politico attuale, alla nostra formazione politica - Canfora parla da membro del CC - si prospettano due alternative, oltre quella di un puro vegetare. O dare vita ad una aggregazione federativa di tutte le forze che continuano ad operare la nozione di comunismo come valida e politicamente incisiva (il che potrebbe essere agevolato dalla crescente crisi di identità dell’ex-PDS, la cui possibile liquefazione può sprigionare forze), ovvero prevedere, in tempi non così lontani, la confluenza nel calderone un po’ babelico dell’ex-PDS [oggi, diremmo il calderone che va dai socialisti Mussi e Folena, ai socialdemocratici Angius e Cossutta per finire ai radicali Occhetto e Bertinotti, tutti felicemente uniti e a braccetto sull’altare della fine della storia!]. A me pare - conclude il filologo barese - auspicabile la prima, ma temo di vedersi profilare, invece, la seconda”.
Vorrei portare alla vostra attenzione come tale proposta politica - una aggregazione federativa di tutte le forze comuniste - appaia significativamente più avanzata di un’altra ipotesi politico-organizzativa formulata dallo stesso Canfora, insieme ad altri, alla vigilia dello scioglimento del PCI e attualmente percorsa nella sostanza, almeno mi pare, da rispettabilissimi compagni che allora - giustamente - l’avversarono (non certo per entrare nel PDS):
“Non già una componente comunista in un partito non più comunista, ma due diversi partiti, [nella fase odierna diremmo che sarebbero più di due] uno comunista e uno non più comunista, che rimanevano legati da una strategia unitaria”,(per strategia unitaria, ritengo che Canfora intenda una tattica valida per una lunga fase); quindi, in antitesi al percorso - che io invece condivisi, seppur quindicenne - della Rifondazione Comunista.
Il PdCI è stato incapace, sino ad oggi, di rilanciare un progetto rivolto a tutti i comunisti, ovunque essi fossero collocati.
L’assunzione del centro-sinistra come orizzonte strategico e quello tattico della confederazione (pur nella condivisione dell’unità d’azione delle sinistre, siano esse al governo, come all’opposizione), sono risultati, nella fase odierna, incapaci di risolvere i rapporti di forza - di evidente subalternità - al momento esistenti tra i comunisti ed il resto della sinistra italiana.
Sempre tra i partiti “eredi” del PCI, il Partito della Rifondazione Comunista, si identifica in un ritorno a Marx disincrostato dai marxismi che si sono edificati nel ‘900, con una aperta condanna dello “stalinismo”, senza alcun richiamo, nemmeno statutario, né a Lenin e Gramsci, né alla storia dei comunisti del nostro paese.
Tanto in un caso quanto nell’altro siamo fuori dal criterio di giudizio che è del marxismo, in aperto contrasto con la categoria interpretativa del materialismo storico. Siamo lontani, quindi, dai problemi veri, che impongono la necessità di capire - contestualizzando - gli eventi, come e perché furono possibili, nell’edificazione della società e dello Stato in senso socialista, anche allontanamenti dalla vita democratica, dalla legalità e persino degenerazioni(17).
Alcune critiche all’esperienza del cosiddetto “socialismo realizzato” appaiono contraddittorie, come sottolineava il compagno Domenico Losurdo, nell’articolo dal titolo “Il nostro Marx, il nostro comunismo critico”, su “Marxismo Oggi 1993/1” :
“…..si accusa la mancanza di radicalità nell’introduzione dei rapporti di produzione autenticamente socialisti e contemporaneamente il terrore nella repressione dei kulaki; si punta il dito contro lo scarso appoggio ai movimenti rivoluzionari e di liberazione ed, al tempo stesso, alla politica di riarmo e all’industria militare; si critica il socialismo in un solo paese e contemporaneamente si condanna l’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia(18). Certamente, nessuno di noi pensa ad un socialismo imposto con la repressione ed esportato con i carri armati, ma se non si definisce come, il modo nel quale ci si poteva o ci si doveva muovere, in un contesto storico e politico ben determinato, allora si rischiano solo concezioni fatalistiche e meccaniche della dottrina di Marx.
Detto questo, ci sembra importante sottolineare come questi gravi limiti culturali e politici legati ad una visione settaria, massimalista e movimentista di stampo piccolo borghese, non appartengano né all’intero gruppo dirigente, né ai molti militanti di base di quel partito.
La dimostrazione di ciò sta nella presenza di tesi alternative nel penultimo congresso del PRC, espressione dell’area comunista interna, in difesa del PCI, del ruolo di Gramsci, di Togliatti, di Marx e di Lenin, il valore della Rivoluzione d’Ottobre, come frutto di un riesame dell’esperienza sovietica e delle società sorte come conseguenza.
Il riferimento al precedente V congresso - quindi non all’ultimo in ordine temporale, il quale realizza semplicemente quanto prodotto prima - è politicamente voluto, in quantoesso, mi pare segni un elemento di rottura chiaro - forse irrimediabile - rispetto al processo della rifondazione comunista da parte della maggioranza di quel gruppo dirigente, che invece muove, in maniera chiara ed esplicita, nonostante opportunistiche smentite, nella direzione di un soggetto socialista che manifesta tre caratteristiche fondamentali:
- Il superamento teorico e pratico dell’identità comunista, a partire dal riferimento alla classe proletaria come soggetto della trasformazione;
- La creazione di un soggetto politico, complementare al Partito democratico, nella logica della democrazia dell’alternanza - quindi, il governo come fine e non più come mezzo - ed, in quanto tale, funzionale al rafforzamento del pensiero unico;
- La proiezione internazionale da parte di questa nuova soggettività - il cui sviluppo non è affatto detto che sia rivolto verso un’unica “famiglia” - ma, indubbiamente, fuori dall’alveo marxista ed anticapitalista.
Pace, politiche antiliberiste e lavoro, questi i cardini.
Relativamente all’ultimo di tali perni (certamente nobili e da perseguire con forza tramite alleanze, ma che non racchiudono certamente la specificità comunista(19)), ritengo sia opportuna una precisazione nell’analisi, visti i differenti percorsi ed approdi che ne scaturirebbero.
Ritenere, proprio in virtù della costruzione avviata del partito democratico, che la rappresentanza sociale del lavoro e della classe lavoratrice passi attraverso una risposta politica che preveda, in primo luogo, una sinistra più ampia - d’alternativa o altro (alleanza da perseguire indiscutibilmente) - senza però porsi, in origine, il perchè Rifondazione Comunista, a 16 anni dalla propria nascita, non sia riuscita a fare ciò o se, comunque, stia o non stia andando nella direzione di tale rappresentanza di classe, mostra un preciso percorso tattico per i comunisti dentro il PRC; suggerire un cammino che, per prima cosa, parta da un’autocritica della rottura del processo della rifondazione comunista, avviato peraltro da tempo e rafforzatosi a Venezia e successivamente, e di come tale corso debba mantenersi aperto o, per meglio dire, rispetto a come riaprirlo, presuppone un differente percorso tattico per i comunisti del PRC.
In Italia, diversamente che in Germania Federale (sentenza della Corte suprema di Karlsruhe che dichiarò “anticostituzionale” il Partito comunista, bisognerebbe partire almeno da tale diversità, quando si paragona - strumentalmente - la “Die Linke”, con la “Sinistra Europea”) o in Francia (arresto di Duclos nel 1951, incendio della sede dell’“Humanitè” nel Novembre del 1956), non fu mai all’ordine del giorno una messa fuori-legge del Partito Comunista: e questo va a merito non solo di De Gasperi, ma anche, e più, di Togliatti. In Inghilterra invece, la soluzione adottata, a tutt’oggi, per la marginalizzazione dei comunisti, ruota attorno al tipo di sistema elettorale.
Che fare, allora nel nostro paese?
Ha ancora senso la questione comunista, o bisognerà accettare altro per una lunga fase?
Se essa è ancora attuale, quindi percorribile, come certamente riteniamo tutti noi a prescindere dalle nostre collocazioni interno o esterne al PRC, bisognerà pensare ad una tattica flessibile - quindi non predeterminata lungo ad una sola ipotesi; sarà tale - la tattica - se e solo se, saprà indicare un percorso indipendentemente da qualsiasi sviluppo futuro del Governo attuale.
La realtà chiede che i comunisti diano una risposta; la realtà ci pone tutti quanti, nessuno escluso, di fronte ad una scelta responsabile, sia per il nostro presente, sia per le generazioni che verranno dopo di noi.
Demostenes Floros
P.S. Ringrazio di cuore il compagno Prof. Luigi-Alberto Sanchi per le sue acute osservazioni.
Note
1) Per un approfondimento relativo alle ragioni del crollo e delle prospettive di ripresa dei comunisti nell’Est Europa, si invita il lettore alla visione del confronto promosso da “Marxismo Oggi 1996/1”, “I comunisti dell’Est Europa di fronte alla crisi del comunismo”, a cura di Fosco Giannini.
2) Per dirla con le parole di Ludovico Geymonat: “…..l’antitesi scaturisce dalla tesi stessa, mentre la sintesi scaturirebbe dalla coppia tesi/antitesi, in quanto le due, negandosi a vicenda rinvierebbero ad una nuova affermazione capace di superarle”.
3) Perlomeno, lo è a Vladimir Putin, visto il suo intervento a Monaco di Baviera, il 10 Febbraio di quest’anno. Il testo integrale è rintracciabile sul sito: www.resistenze.org
4) Credo che in questa fase storica, sia più utile l’“ottimismo della volontà”, più che il “pessimismo della ragione”.
5) Ritengo che le molteplici ragioni che portarono a tale rottura, ci impongano un’analisi ulteriore del XX° Congesso del PCUS e del modo in cui fu portato avanti il processo di “destalinizzazione” in Unione Sovietica; ed ancora, gli effetti che ciò ebbe nei partiti comunisti di tutto il mondo, in particolare, di quelli operanti all’interno del Patto Atlantico.
6) Su questo aspetto particolare, rinvio il lettore allo scritto di Fausto Sorini: “Tra passato, presente e futuro”, note per una discussione sul socialismo, Maggio 2006, ai punti uno e due, tranne che per il concetto - da me non condiviso - relativo all’interpretazione che viene data dello scritto di Gramsci “La Rivoluzione contro il Capitale”, rispetto alla quale consiglierei l’interpretazione di Luciano Gruppi espressa in “La teoria marxista dello stato”, oppure quella di Palmiro Togliatti in “Gramsci e il Leninismo”.
7) Tale “sconvolgimento”, venne definito dai documenti della CIA, poi desecretati a Muro crollato, come “lo stupro della storia”. Non dimentichiamocelo mai!
8) Se non noi comunisti, chi dovrebbero spendere qualche parola rispetto alle condizioni attuali raggiunte dai popoli dei paesi dell’Est, dalla drammatica questione sociale, al processo di fascistizzazione in atto dalla Bulgaria alle Repubbliche del Baltico, passando per l’Ungheria e la Polonia!
9) Rispetto a come ritengo debba essere posta - marxianamente - la questione dello sviluppo in relazione alle problematiche dell’ambiente, consiglierei le seguenti letture: “Effetto mondo, sotto il cielo della vulnerabilità”, di Luigi Cavallaro, su “Il Manifesto” del 30/07/2005, “Alla decrescita reale contrapponiamo un nuovo modello di sviluppo”, di Andrea Ricci, su “Liberazione” 09/09/2005, “Lo spettro di Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre dietro le recenti suggestioni dell’ambientalismo” di Emiliano Brancaccio, su “Liberazione” 27/07/05 e “A Sartori consiglio di leggere Marx”, di Emiliano Brancaccio, su “Liberazione” 04/09/05. Da ultimo, “Modernità del Conflitto”, di Alberto Burgio, il quale evidenzia come il problema ecologico non sia soltanto quello dei limiti ambientali, ma sia, in primo luogo, quello del modo di produzione capitalistico e della spartizione delle ricchezze mondiali fra un numero sempre più esiguo di persone: con questo non si afferma che il passaggio di proprietà in senso socialista possa in sé e per sé risolvere la questione ecologica, ma che l’introduzione della giustizia comunista nella gestione delle risorse dovrebbe comportare anche una diminuzione dei rischi ambientali e, comunque, un tentativo serio di risoluzione scientifica dei guasti prodotti dalla conduzione attuale.
10) Sullo stato attuale della Cina - quindi sull’esperienza della NEP cinese del XXI° secolo - rimando il lettore a due scritti, a mio giudizio complementari nella loro analisi, concernente il gigante asiatico: il primo - politico - di Fausto Sorini: “Tra passato, presente e futuro”, note per una discussione sul socialismo, Maggio 2006, ai punti sei, quattordici, diciassette, ventisette; il secondo - con un taglio più strettamente economico - di Bruno Casati: “La Cina è lontana”, su Gramsci Oggi n ° 1, 2007. Ritengo che la loro validità scientifica sia attuale, anche in relazione alle ultimissime decisioni del PCC, in merito alla regolamentazione della proprietà privata.
11) Sullo stato attuale del Vietnàm - quindi sull’esperienza della NEP vietnamita del XXI° secolo - rimando il lettore a due scritti: “L’economia del Vietnàm sulla soglia di uno sviluppo accelerato?”, di Giuseppe Regis, “Marxismo Oggi 1996/1” e “Ricerca sul Vietnàm”, Università degli Studi di Milano, consultabile su LINEA DIRETTA, Giugno 2005.
12) Da qui, dovrebbe partire la critica all’insufficienza teorica, ancor prima che tattica - “in quanto divide” - di nuove forme organizzative sovranazionali proposte.
13)Particolarmente acuta mi pare la considerazione di Luigi-Alberto Sanchi su: “Per l’Unità dei Comunisti”: “…..a questo proposito andrebbero sottolineati due aspetti maggiori: la neo-DC non è un semplice ritorno al passato italiano, ma è un portato delle tecnocrazie europee, simboleggiate da Prodi; non va infatti dimenticato il ruolo essenziale che le varie DC hanno svolto nella creazione della cosiddetta “Europa” come braccio politico-economico della NATO né il ruolo che il PPE di “destra cattolica” svolge a tutt’oggi nel parlamento europeo. Il secondo aspetto è la dottrina sociale della Chiesa romana, fondata, sin dall’enciclica “Rerum novarum” sull’idea dei rapporti armoniosi tra padrone e lavoratore, cioè su di una radicale opposizione al concetto di lotta di classe e, quindi, su di un’ideologia paternalistica alla base delle concezioni fascistico-corporative oggi in gran voga, sempre grazie a lorsignori. Anche per questo il quadro “europeo” va rigettato quando si critica la Sinistra Europea”.
14) Pare che le celebri “convergenze parallele” coniate dalla fervida fantasia anti-euclidea di Aldo Moro, abbiano creato fior di adepti, direbbe qualcuno.
15) Forse, anche da questo aspetto, la genesi di ciò che avrebbe portato a confondere, successivamente, la “spinta propulsiva dell’Unione Sovietica, con il ruolo della Rivoluzione d’Ottobre”?
16) Al sostantivo centralismo l’aggiunta dell’aggettivo democratico - dovuta a Lenin nel 1906 - quando era un dirigente del partito socialdemocratico russo, presupponeva la necessità di una sintesi delle diverse posizioni espresse nel partito che in limitate occasioni, o poco più, quel gruppo dirigente ha fatto, preoccupandosi troppo spesso di una critica personalistica e mai politica, creando quindi, i presupposti perché il massimalismo traesse nuova linfa.
17) Relativamente a che cosa intenda per “degenerazione”, consiglierei la lettura de: “Sul Movimento Operaio Internazionale”, Editori Riuniti, Febbraio 1972: “L’intervista a <Nuovi Argomenti>” di Palmiro Togliatti.
18) Mi chiedo: “Perché proprio quest’ultimo paese “invaso” è quello attualmente, ad Est, con il partito comunista più forte, che, non a caso, si vuole rendere fuori-legge?” (Come si è già fatto per il KSCM, l’organizzazione dei giovani comunisti cechi). Non sarà opportuno ascoltare i compagni cechi rispetto a cosa pensano della “Primavera di Praga” e del loro “liberatore” Dubcek!
19) Così come non la racchiudono - bensì la strumentalizzano - espressioni come: “oggi essere comunisti è essere di sinistra”, intervista di Armando Cossutta su “La Repubblica”, Aprile 2007, oppure: “oggi essere di sinistra è essere comunisti”, lettera di Enrico Lobina, 30 Maggio 2007, pubblicata sul sito www.esserecomunisti.it
Riferimenti Bibliografici
Brancaccio Emiliano: “Lo spettro di Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre dietro le recenti suggestioni dell’ambientalismo”, “Liberazione” 27/07/05, “A Sartori consiglio di leggere Marx”, “Liberazione” 04/09/05;
Burgio Alberto: “Modernità del Conflitto”, Edizioni Derive Approdi, Settembre 1999;
Canfora Luciano: “Togliatti e i dilemmi della politica”, Edizioni Laterza, 1989;
Casati Bruno: “La Cina è lontana”, Gramsci Oggi n ° 1, 2007;
Cavallaro Luigi:“Effetto mondo, sotto il cielo della vulnerabilità”, “Il Manifesto” 0/07/2005;
Cicconi Ivan: “Capitalismo e Globalizzazione”, Edizioni Koinè, Febbraio 2002;
Cossutta Armando: intervista “La Repubblica”, Aprile 2007;
Floros Demostenes, Zirotti Andrea, Benfenati Daniele/Canfora Luciano: Carteggio“La questione comunista”, Novembre, 2000;
Geymonat Ludovico: “Scienza e Realismo”, Feltrinelli Editori, Milano, 1982;
Giannini Fosco: “Marxismo Oggi 1996/1”;
Gruppi Luciano:“La teoria marxista dello stato”, socialismo e democrazia, Teti Editore, 1978;
Losurdo Domenico:“Il nostro Marx, il nostro comunismo critico”, “Marxismo Oggi 1993/1”, “La Cina, gli USA e Taiwan”, “Marxismo Oggi 1996/1”;
Lunghini Giorgio: “Come il fieno per il bue”, Editoriale “Marxismo Oggi 2002/3”;
Pestalozza Luigi: “Ritorno a Marx:come”, “Marxismo Oggi 1996/3”;
Regis Giuseppe: “L’economia del Vietnàm sulla soglia di uno sviluppo accelerato?”, “Marxismo Oggi 1996/1”;
Ricci Andrea: “Alla decrescita reale contrapponiamo un nuovo modello di sviluppo”, “Liberazione” 09/09/2005;
Sanchi Luigi-Alberto/Zirotti Andrea: Carteggio, “La dittatura della borghesia”, Ottobre 2003;
Sanchi Luigi-Alberto/Floros Demostenes: Carteggio, “Per l’Unità dei Comunisti”, Maggio 2007;
Sorini Fausto: “Tra passato, presente e futuro”, note per una discussione sul socialismo, Maggio 2006;
Togliatti Palmiro: “Sul Movimento Operaio Internazionale”: “L’intervista a <Nuovi Argomenti>”, Editori Riuniti, Febbraio 1972, “Gramsci e il Leninismo”, Robin Edizioni, 2000.