www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 23-06-07

La questione comunista ed il tramonto del riformismo
 
di Giuliano Cappellini per www.resistenze.org
 
La “questione comunista” in Italia appare ormai confinata nei processi formali della sua liquidazione. Ma, dal momento che questi processi si sono riattivati in concomitanza con le manifestazioni della crisi inarrestabile del riformismo, forte è il sospetto che ciò che appare non corrisponda alla realtà. Non ci si può aspettare, ad esempio, che nei loro momenti di maggior debolezza, le varie anime del riformismo vogliano confrontare la loro misera parabola con l’unica stagione di grandi riforme e di sviluppo democratico del nostro paese di cui i comunisti furono protagonisti. Al contrario essi cercheranno di liquidare il termine di paragone, la sua storia, la sua esperienza politica.
 
Ma una cosa sono le intenzioni, un’altra i fatti. Il confronto è possibile e doveroso ed è da questo che può partire una riflessione sulla “questione comunista”.
 
Riforme, comunisti e riformisti
 
Come si rapportano in concreto, comunisti e riformisti, con le “riforme”?
 
Col grande PCI, i comunisti hanno interpretato le “riforme” come momenti della lotta di classe necessari per aumentare l’esperienza politica delle grandi masse contro i soprusi politici ed economici che i rapporti di produzione borghesi ripropongono quotidianamente a tutta la società. L’intensità e la qualità di tali esperienze avrebbe deciso l’esito di una transizione al socialismo.
 
Al confronto con la grande intuizione comunista di un rapporto concreto tra riforme e rivoluzione, la successiva stagione del riformismo non regge. Bisogna essere precisi: i riformisti in Italia sono ex-comunisti convertiti al riformismo, quando l’insorgere di una lunga crisi economica parve aumentare il costo politico e sociale delle riforme. A questa evenienza il PCI non era preparato e, infatti, si è sciolto. I neo-riformisti, allora, presi dalla preoccupazione di conservare i rapporti politici e sociali esistenti, non hanno espresso altro che demagogia spicciola. Hanno ceduto alla richiesta delle classi dominanti di concludere la fase delle “riforme” a favore delle classi popolari e si sono adattati a distruggere ogni loro precedente conquista [1]. Hanno aderito a guerre imperialiste e interventi militari all’estero di stampo neocolonialista.
 
Ma come il solito, contro la demagogia del populismo eversivo quella del riformismo non ha scampo e i riformisti hanno aperto la strada alla revanche reazionaria.
 
La “liquidazione” del comunismo è l’ultima spiaggia anche dei riformisti “di sinistra”. In questi anni, essi dicono, i partiti che si rifanno al “comunismo” hanno adottato tattiche errate che li hanno portati alla disfatta. Ogni sconfitta è stata seguita da un riaggiustamento strategico che li ha allontanati sempre più dagli obiettivi del socialismo e li ha avvicinati ad un confuso e velleitario riformismo di sinistra. A questo punto l’opzione della dissoluzione dei comunisti in un partito di tipo “socialdemocratico”, largamente rappresentativo di storie e concezioni della politica diverse della pletora degli eminenti orfani del PCI, è diventata naturale e obbligata. Un partito comunista non servirebbe più, anzi sarebbe d’ostacolo allo sviluppo dei processi unitari a sinistra.
 
Comunismo, riforme e democrazia
 
Ma quale che sia l’elaborazione della crisi del riformismo e la definizione delle tattiche per cercare di uscirne, la questione comunista resta la questione della qualità della vita democratica di un Paese.
 
Il caso italiano è emblematico.
 
Finché fu presente e forte nella società italiana un grande partito comunista di massa, il PCI, i comunisti posero la soluzione di un grande problema nazionale, al centro del quale c’era quella “questione democratica” [2] che il Risorgimento aveva risolto male ed in modo asfittico e che il vecchio PSI non aveva saputo cogliere, finché i limiti di un processo e le debolezze di un partito operaio hanno consegnato l’Italia al fascismo [3].
 
La strategia del PCI fu allora meramente limitata al completamento di una rivoluzione borghese? No. Nonostante tutti i limiti che ora possiamo vedere con quel poco di prospettiva che il tempo trascorso ci consente di cogliere, nonostante che non pochi i dirigenti del PCI abbiano cercato di confinare la funzione di quel partito nei limiti della democrazia borghese, il PCI fu un partito rivoluzionario la cui strategia comprendeva la soluzione di un grande problema nazionale.
 
In un certo senso giocarono le circostanze. Si potrebbe anche dire che poiché l’irrompere di una formazione sociale nuova, il capitale industriale-finanziario, l’imperialismo, aveva bloccato la rivoluzione democratico-borghese iniziata nel Risorgimento e aveva sostenuto il fascismo, la ripresa di un processo di democratizzazione della società italiana non poteva che essere connotata da una forte componente antimperialista, con il portato di una tensione rivoluzionaria e socialista. E, difatti, l’esito finale della guerra antifascista e la Resistenza permisero ai comunisti di introdurre nella Carta Costituzionale principi di socialismo che si tradussero in una grande estensione della presenza pubblica in economia, e aprì la stagione delle riforme di struttura [4].
 
Ma l’aspetto ancor più rilevante fu la presenza capillare, in ogni comune ed in ogni fabbrica (e nel movimento cooperativo) di una grande organizzazione proletaria, quella del Partito Comunista. Per qualche decennio al popolo italiano fu dato uno strumento formidabile col quale si controllava il governo del Paese, si faceva politica e si saldavano alleanze sociali. Gli angusti limiti della democrazia borghese iniziarono a scricchiolare e il proletariato provava a se stesso e alla nazione, la sua capacità di governo.
 
Naturalmente non si parla dell’età dell’oro, il governo italiano era sempre dominato da una coalizione egemonizzata dalla Democrazia Cristiana, referente sia dell’imperialismo USA, che degli appetiti imperialistici della grande borghesia e, difatti, non una delle conquiste del popolo italiano fu esente da compromessi anche fortemente limitanti. Ma la coscienza del legame tra le contraddizioni sociali e i rapporti di produzione capitalisti divenne patrimonio di massa. Il superamento di tali rapporti in senso socialista entrò nell’agenda politica.
 
Cos’era dunque il PCI?
 
Non è possibile affrontare la “questione comunista” senza cercare di capire il PCI e la nostra storia. Il PCI espresse la capacità di governo nazionale delle classi lavoratrici che intervennero in ogni aspetto della vita sociale ed economica del paese. Dopo il disastro della guerra le classi subalterne furono spinte ad assolvere questo compito. Come? Attraverso un partito di massa a direzione proletaria, che educò la classe operaia mostrando che il risultato ultimo del movimento era il socialismo. E così si formarono le centinaia di migliaia di attivisti comunisti che dedicarono gran parte della loro vita alla costruzione di cellule di fabbrica e sezioni territoriali del partito in tutto il paese, ossia all’organizzazione politica più efficiente per il rafforzamento del movimento operaio e la costruzione di istituzioni democratiche aperte al nuovo protagonismo politico delle masse.
 
La politica del PCI fu giustamente orientata ad estendere e rafforzare l’organizzazione politica del proletariato. Ogni giudizio politico fu subordinato alle necessità dell’organizzazione. Questo comportamento è all’origine della cosiddetta ambiguità del PCI e di Togliatti in particolare. Pure sciocchezze. Finché la barra del timone fu diretta sull’organizzazione, si mantenne viva l’importante esperienza laica della critica e dell’autocritica, contro la quale si scatenò la propaganda avversaria col reclutamento delle frange di molta “sinistra” socialista e radicale.
 
Fatto sta che specie con la scomparsa delle sezioni di fabbrica la politica ritornò totalmente nelle istituzioni borghesi sempre più svuotate di efficacia democratica. L’obiettivo del socialismo perse attrattiva e fu sostituito da quello di una fantomatica modernizzazione capitalista. Da un lato vi fu l’emorragia dei militanti (sempre meno motivati a sacrificare la propria esistenza per un progetto di conservazione sociale), dall’altro si decise che l’organizzazione del partito nelle fabbriche aveva perso la sua funzione. Oggi non esiste più alcuna organizzazione politica dei lavoratori nei luoghi di lavoro e la vita democratica del paese vive i suoi peggiori momenti dal dopoguerra.
 
Un punto d’arrivo ed un lontano punto di partenza
 
Il progressivo sfaldamento dei partiti della sinistra e i recenti risultati elettorali evidenziano lo stato comatoso finale della sinistra italiana. Nessuna ipoteca comunista, nessun pronunciamento estremista può essere avanzato per spiegare il disastro. Anzi, ogni commento prende atto del fatto che questo è il conto pagato per il sostegno ad un governo conservatore (dei rapporti di forza sociali e delle alleanze internazionali fissati dal precedente governo di destra). In luogo di sostenere un impegno per far fronte ad un’emergenza democratica, la sinistra ha voluto sostenere un governo giudicandolo “liberista moderato” con un programma sociale minimo e di svolta minima ma significativa. È sconcertante che i gruppi dirigenti di una sinistra che ha commesso errori gravissimi, invece di iniziare una seria autocritica, se ne escano con un’altra proposta politica, quella dell’unità organica della sinistra, come il prestigiatore estrae il coniglio dal cilindro. Su quale base, con quale progetto non è dato sapere. Né ci si guarda intorno: in tutta Europa, una sinistra con le stesse caratteristiche arretra e lascia il campo alla rivincita delle destre.
 
Quando è iniziato il tracollo? La caduta dell’URSS non spiega niente: anche questo evento è stato l’epilogo di un processo iniziato molto prima. D’altronde già nei primi anni ’60 il gruppo dirigente del PCC preconizzò la fine dell’Unione Sovietica. Il movimento comunista occidentale non si attrezzò a resistere alla pressione dell’imperialismo e gli stessi stati socialisti non legarono la loro struttura interna alle necessità di una lotta di lunga durata. In particolare le loro economie subirono non solo la pressione militare dell’imperialismo, ma le crisi economiche che il capitalismo esportava.
 
Quella sembrò un grave limite del socialismo e incise negli orientamenti profondi del PCI. La lezione di Marx poco compresa, Lenin messo in soffitta, la virata socialdemocratica e liquidazionista fu inevitabile. Se sul piano internazionale ci si illuse di poter competere pacificamente con l’imperialismo, sul piano nazionale si dichiarò terminata la fase delle lotte per la democrazia. Il PCI rinunciò progressivamente a interpretare nelle mutate condizioni sociali il compito nazionale che ereditava dalla storia di una rivoluzione borghese calata dall’alto.
 
La questione comunista
 
Il comunismo è fallito in occidente. Naturalmente questo fallimento coinvolge drammaticamente i destini delle masse popolari. Si può fare a meno, allora, di un’organizzazione comunista? Si può lasciare che il riformismo riapra le porte al fascismo?
 
Evidentemente bisognerà dare una risposta alla crisi del riformismo. Ma la risposta non è dietro l’angolo. Ovunque si guardi la volontà, la carica di abnegazione necessaria, appaiono inferiori ad un compito che tuttavia viene sentito come necessario da un sempre maggior numero di intellettuali, quadri e militanti di sinistra.
 
Dov’è il bandolo della matassa?
 
Innanzitutto il compito è quanto mai complesso. In estrema sintesi la questione comunista non si pone come quella di una rifondazione, ma si inserisce in un processo di rinascita nazionale. Chi saprà interpretare questo processo avrà in mano la soluzione del problema.
 
Tuttavia è necessario reagire alla corruzione degli strumenti di analisi critica della realtà e dei fenomeni sociali che è un prodotto della stagione del riformismo. Il ritorno ad un imbelle positivismo che interpreta i fenomeni sociali come fenomeni naturali è sotto gli occhi di tutti. Globalizzazione, fine del fordismo ed altre amenità sono visti come prodotti dello sviluppo tecnologico e non come esiti della lotta di classe. E tutto ciò converge in un punto: la società moderna non ha più bisogno di un soggetto critico delle contraddizioni di classe e dei comunisti perché non esistono le condizioni sociali, economiche e politiche che “organizzano” le volontà soggettive di rinnovamento del paese in senso democratico e socialista. Queste conclusioni, espresse da D’Alema nelle fasi di preparazione del precedente governo Prodi (i comunisti non servono perché il tempo delle rivoluzioni è finito) devono essere criticate, non solo sul piano dell’analisi storica, ma con un vigoroso impianto materialistico di lettura della realtà in cui viviamo. Per molti versi la soluzione della “questione comunista” richiede anche legata lo sviluppo di una teoria (come ci insegnava Lenin) sulla scorta del metodo del marxismo e del leninismo.
 
Note
[1] Il riformismo “controriformista” ha accettato gli attacchi alla stessa Costituzione.
[2] Non a caso, la liquidazione del PCI ha rimesso in discussione il valore stesso dell’unità del Paese e della laicità dello Stato. Questi processi confermano che le classi dirigenti del paese non raggiungono neppure la qualità di “classi nazionali”, si sentono protette solo in una dimensione regionale, riconoscendo allo Stato nazionale solo le funzioni dell’imperialismo nazionale. Torna come una necessità politica primaria il problema del loro superamento “giacobino”.
[3] Anche in questo caso una crisi economica determinò la crisi della II Internazionale.
[4] Che non solo fecero decollare un sistema di stato sociale moderno, ma sottrassero ai monopoli privati la gestione dei principali servizi pubblici (energia, comunicazioni, sanità, ecc.) e consentirono allo Stato di controllare la maggior parte dell’industria di beni strumentali, sicché fu possibile il varo di politiche di programmazione economica ed industriale.