www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 13-06-08 - n. 232

dal sito della Federazione di Torino del PdCI - www.pdcitorino.it/dettaglio_news.php?idnew=287
 
Qualche domanda al compagno Mauro Gemma, Area Ernesto di Torino
 
Abbiamo rivolto al compagno Mauro Gemma, dell'Area Ernesto di Torino, le seguenti domande. Di seguito sono pubblicate le risposte.
 
Che spazi vedi nel nostro Paese per la ricostruzione del Partito Comunista? 
Stiamo lavorando molto, sia voi che noi, all'appello per l'unità dei comunisti. Come sta procedendo questo lavoro? 
Credo che tutti noi sognamo di veder riunificati sotto un'unica bandiera ed un'unica organizzazione tutti i comunisti italiani. Questa volta la speranza è concreta? 
Che segnali avete sul vostro documento dopo la discussione nei CPF e i primi Congressi di Circolo?
 
Ovviamente la risposta a queste domande non può certamente impegnare tutto il documento cosiddetto "dei 100 circoli" (il 3° documento) presentato per il congresso del PRC, che raccoglie non solo i compagni dell'area dell'ERNESTO, ma anche quelli di altre componenti del partito, compresi alcuni compagni che precedentemente avevano fatto parte della maggioranza che ha governato l’organizzazione dal congresso di Venezia in avanti.
 
Queste riflessioni sono pertanto da ritenersi soggettive (anche se penso non si discostino dall'opinione di altri compagni oggi impegnati nel 3° documento).
 
E' certo comunque che il documento stesso (al di là della variegata composizione dei suoi sottoscrittori) rispetto agli altri che stanno concentrando su di essi l'attenzione certo non disinteressata dei media, non elude la questione che viene posta nella vostra domanda: vale a dire la questione della rifondazione/ricostruzione (così si esprime il testo della mozione) di un partito comunista nel nostro paese.
 
Il terzo documento, al contrario di tutti gli altri quattro, affronta di petto il nodo centrale per chi ha a cuore le ragioni della sopravvivenza e del rilancio dell’esperienza comunista nata nel 1991, dopo la scelta di sciogliere il PCI fatta da Occhetto alla “Bolognina”. Il testo del documento non lascia, su questo punto, spazio alcuno ad ambiguità, affermando l’intenzione di intraprendere il percorso della ricostruzione di una forza comunista, facendolo assieme “a tutti coloro che sono disponibili” e nella consapevolezza che, soprattutto dopo una sconfitta elettorale di catastrofiche proporzioni, “salvare Rifondazione Comunista – afferma testualmente il documento - non è in sé sufficiente”. “Si salva – si legge sempre nel documento - ciò che resta del patrimonio importante del Prc, di militanza, di esperienze e di capacità di costruire lotte e movimenti, solo se si rilancia la rifondazione/ricostruzione di un più forte partito comunista con basi di massa, nel quadro di un più ampio processo di unità della sinistra anticapitalista. La rifondazione/ricostruzione di un partito comunista deve anche porsi l’obiettivo di superare la diaspora comunista, riaggregando le tante forze interessate, ma ancora disperse, con un percorso che metta al centro i contenuti, le pratiche sociali comuni, una critica al governismo e un progetto di chiara alternativa al Pd, condizioni indispensabili per garantire uno sbocco positivo a questo processo...”.
 
E’ evidente, in queste affermazioni precise, l’obiettiva convergenza del 3° documento congressuale con i contenuti dell’appello “Comuniste e comunisti cominciamo da noi” lanciato, dopo le disastrose elezioni politiche, da intellettuali e dirigenti operai, innanzitutto alle principali forze comuniste del nostro paese (PRC e PdCI), ma indirizzato anche a tutte le componenti organizzate comuniste che mostrino la volontà di mettersi in discussione in un processo di aggregazione e, soprattutto, alle centinaia di migliaia di comunisti (tanti sono) che, per le più diverse ragioni, in questi anni hanno abbandonato la militanza all’interno dei nostri partiti, e che potrebbero essere interessati (e le migliaia di adesioni raccolte ne sono una conferma) ad un processo di riaggregazione e di riunificazione, tendente alla costruzione di un “Partito Comunista”, rigenerato da un serrato confronto, aperto necessariamente a tutte le culture e sensibilità comuniste, capace di rilanciare, aggiornandolo e arricchendolo, il progetto che fu all’origine del PRC e che tante forze, anche diverse tra loro, seppe aggregare e riunire in un’unità programmatica che portò a ragguardevoli risultati sul piano del consenso popolare, anche elettorale. E che fu drammaticamente interrotto da degenerazioni leaderistiche (devastante, a mio avviso, il ruolo di protagonismo esercitato da Bertinotti e Cossutta) e dal prevalere di spinte distruttive, di esasperato “istituzionalismo”, da un lato, e di nichilistico “movimentismo” dall’altro. Episodi sui quali nessuno tra i comunisti italiani è esente da critiche e nessuno deve sentirsi autorizzato a “fare l’esame del DNA” ai propri interlocutori in questa fase di ri/costruzione di un partito comunista, che richiede il massimo di lucidità e rigore autocritico da parte di ciascuno di noi.
 
Quanti consensi la mozione dei 100 circoli riuscirà a raccogliere nel confronto congressuale, al momento è ancora difficile dirlo (i primi dati riguardanti il pronunciamento dei comitati politici federali parlano di un 10% delle strutture dirigenti che lo ha votato). Personalmente sono convinto da tempo che anni di devastazione culturale e teorica (e di pratiche compromissorie, con autentici fenomeni degenerativi sul piano dell’etica politica) incentivata dai gruppi dirigenti del PRC non possono non aver lasciato il segno nel corpo militante del partito. La drammatica lacerazione del 1998 e anni di divisione dei comunisti italiani hanno prodotto inoltre situazioni di reciproca diffidenza tra i militanti dei nostri due partiti, che (io posso parlare ovviamente della situazione che conosco in Rifondazione) non possono non avere avuto effetti negativi nell’approccio di alcuni compagni alla proposta di ricomposizione della scissione. Una reazione che definirei emozionale, quasi da tifo calcistico, su cui fanno leva, strumentalmente, in particolare i promotori del primo documento (Ferrero-Grassi). Semplificando, questi compagni fanno appello alla pura e semplice difesa del logo del PRC, mentre sulle questioni strategiche si differenziano dai fautori della “costituente di sinistra” solo per la tempistica e le modalità di costruzione del cosiddetto “nuovo soggetto di sinistra”. Al partito unico contrappongono per ora il modello confederale, pure fallimentare, di Izquierda Unida spagnola, che vede il partito comunista ridotto al ruolo di puro strumento per campagne elettorali gestite da forze politiche socialdemocratiche. Ma è certo che il loro semplicistico richiamo alla difesa del simbolo elettorale di Rifondazione può avere un certo successo tra settori del partito in preda allo shock post-elettorale.
 
Per quanto riguarda i miei personali approccio e speranze riguardo al futuro dell’unità comunista, tengo a sottolineare che non è da ieri che guardo con attenzione a quella che considero una positiva evoluzione delle posizioni e dei comportamenti del Partito dei Comunisti Italiani, in relazione ad una serie di questioni che ho sempre avuto particolarmente a cuore e che mi hanno visto impegnato nell’attività politica e anche sul piano della ricerca. Mi riferisco, in particolare, all’approccio costruttivo e propositivo che il vostro partito ha adottato negli ultimi tempi rispetto all’ineludibile questione relativa alla ricerca di forme di unità d’azione del movimento comunista e rivoluzionario internazionale, per far fronte alle sfide portate dall’imperialismo su scala planetaria. Un insieme di questioni che richiedono una risposta che deve andare ben oltre i confini dei ridotti nazionali, nella consapevolezza che l’offensiva imperialista di questi anni, tesa ad imporre il “nuovo ordine mondiale”, necessita di una risposta ampia e articolata di un vasto fronte internazionale, in cui i comunisti sappiano assolvere fino in fondo al loro ruolo di orientamento e aggregazione. In questo senso, ho apprezzato lo sforzo del vostro partito (e l’incisiva iniziativa del segretario nazionale Diliberto) per ricostruire la tela delle relazioni e delle interlocuzioni con un ampio spettro di forze antimperialiste (penso all’attenzione prestata alla questione mediorientale, ma non solo). Ma ho soprattutto apprezzato la tenace ricerca di un’interlocuzione privilegiata (almeno così mi è sembrato) con molti partiti comunisti, in particolare quelli che in Europa e nel mondo (e non sono pochi) continuano ad esercitare un’influenza di massa nei loro paesi e, in alcuni casi, a governare nazioni e regioni di strategica importanza nello scenario planetario (Cina, Cuba, India, Vietnam, in primo luogo).
 
La consapevolezza dell’importanza di questo fondamentale aspetto (la pratica internazionalista) dell’agire politico dei comunisti si è tradotta nella vostra partecipazione a tutte le iniziative di respiro mondiale che hanno visto riuniti i partiti comunisti sulle più scottanti questioni che agitano il mondo contemporaneo. Ad esempio, la partecipazione del compagno Diliberto alla conferenza di Minsk e Mosca, organizzata dalla rete “Solidnet” in occasione del novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, ha assunto un rilievo e uno spessore di tutto rispetto: che le stupide polemiche provinciali sollevate nella stampa italiana e anche da alcuni dirigenti del PRC non sono riuscite minimamente ad oscurare.
 
Sono convinto, del resto, che questi aspetti troveranno la giusta collocazione nel vostro dibattito congressuale. Non c’è futuro per i comunisti senza una loro dimensione internazionalista e senza, in primo luogo, la loro interlocuzione e solidarietà con l’insieme del movimento comunista internazionale. Anche da questo vostro impegno potrà trarre linfa vitale il processo di ricomposizione della diaspora comunista nel nostro paese.