www.resistenze.org
- pensiero resistente - unità dei comunisti - 24-06-08 - n. 233
Congresso di Rifondazione: ultima spiaggia?
di Sergio Ricaldone
C’è un tarlo che mi rode da quando la Sinistra Arcobaleno è stata travolta dal catastrofico risultato elettorale il 13 aprile scorso. Mi domando come una coalizione che si era autoaccreditata, per bocca del suo leader, di una percentuale del 10/12%, si accorge, a conti fatti, di avere perso, dopo 15 anni di sostanziale fedeltà, i tre quarti dei suoi elettori. Le prove elettorali successive al 13 aprile, in Sicilia, Sardegna e Valle d’Aosta confermano la sua scomparsa anche dalle istituzioni regionali e locali. Di male in peggio. Una disfatta di tali proporzioni evoca le “geniali” intuizioni degli strateghi che decisero lo sbarco alla Baia dei Porci e fa nascere cattivi pensieri su chi ci ha pilotato in questi anni. Solo incompetenza? Dalle varie dichiarazioni e dai materiali prodotti direi che stiamo annaspando dentro uno scenario in cui recitano personaggi clowneschi simili al teatro dell’assurdo delle commedie di Becket.
Da modesto militante di Rifondazione mi sarei aspettato spiegazioni plausibili dai brillanti dirigenti del mio partito, soprattutto da parte del suo subcomandante, cioè da chi ci ha guidato e trascinato in questo immane disastro. Ma è stato come aspettare Godot. Il leader massimo, dopo anni di straripante presenza televisiva e mediatica, si è improvvisamente dileguato fino a sembrare scomparso nel nulla. Per riapparire dopo qualche tempo, con un articolo sulla sua rivista “Alternative”, nel quale, da inguaribile narciso egocentrista, difende con aulico linguaggio salottiero le letali scelte politiche e ideali postcomuniste che ha imposto al suo partito e scarica a destra e a manca, con ineffabile disinvoltura, le colpe dell’immane disastro.
Il gruppo dirigente che lo ha sostenuto e iconizzato in questi ultimi 10 anni si divide e offre, quale occasione di riscossa, un congresso e due documenti, in apparenza diversi, ma in entrambi i quali la parola comunismo, intesa come sostantivo, ossia come modello di società e di percorso per conquistarla, viene praticamente declassata ad aggettivo di un partito ormai in sala di rianimazione.
Quello scritto da Niki Vendola, benché reso affascinante dalla vena poetica del suo autore, propone, con l’autorevole sostegno di Giordano e Bertinotti e con desolante tendenza all’autolesionismo, di riprovare l’esperienza fallita dell’Arcobaleno e riapre con approccio subalterno al traballante partito democratico di Veltroni. Pù o meno come i verdi di Pecoraro e la sinistra democratica di Mussi.
L’altro documento di Ferrero, Russo Spena e Grassi, trabocca, a prima vista, di buone intenzioni radicali, classiste, anticapitaliste, movimentiste, no global. E’ tuttavia difficile credere alla buone intenzioni di chi, dopo avere condiviso e seguito fino in fondo la linea suicida del governismo, continua a concepire la cosiddetta “rifondazione” come una rottura con il comunismo storicamente inteso e con gli oltre cento partiti, tuttora operanti nel mondo, che ad esso si ispirano. Quello che però lascia maggiormente interdetti è che, a fronte di tante conclamate e pur condivisibili nozioni, si opponga un secco rifiuto alla sola opzione che renderebbe possibile un loro convincente ricupero, ossia l’unità dei comunisti quale precondizione per ricostruire l’unità della sinistra. Unità che, dopo il bagno di sangue del 13 aprile, non può essere concepita come esclusivo tentativo di salvare ciò che resta della propria litigiosa famiglia e, men che meno, stando rinchiusi dentro un contenitore che sta facendo acqua da tutte le parti e continua ad essere gestito da coloro che hanno condiviso la linea suicida del congresso di Venezia.
La linea di Ferrero appare dunque in sostanziale continuità con scelte decise ben prima degli esiti letali del 13 aprile, in sintonia con altri partiti fondatori della Sinistra Europea che, guarda caso, in Francia e Spagna sono arrivati, nel breve spazio di un sospiro, sulla soglia dell’estinzione anticipando, nel peggio, i risultati della Sinistra Arcobaleno. Se questi rimangono ancora i modelli di riferimento non è difficile percepire l’intenzione che anche Ferrero e compagni, anziché continuare a ribadire il proprio “essere comunisti” si pongano invece l’interrogativo del principe di Danimarca: “essere o non essere comunisti”. La cui risposta risulta fin troppo scontata.
Insomma, dopo la lettura dei primi due documenti congressuali si ha l’impressione di essere diventati prigionieri di una realtà in cui le nostre ragioni di comunisti non sembrano più in grado di essere la chiave di lettura della società e del mondo contemporaneo. Scaduti i valori del passato ci si muove in una dimensione affatto nuova, ma sicuramente inquietante perché insondabile, in attesa di una non definita affermazione di un'altra realtà. E’ come se sui comunisti gravasse una sorte indecisa e terribile. Sembriamo sempre più destinati ad un drammatico isolamento e perciò condannati al perenne, doloroso ripensamento di concetti e decisioni che appaiono al momento innovative e coraggiose ma vengono poi regolarmente travolte da una misteriosa entità, in apparenza metafisica, che ci fa scivolare ai margini della vita politica e ci separa dalla nostra classe sociale di riferimento.
Che fare dunque per offrire ai compagni delusi e indecisi un via d’uscita da questo tenebroso labirinto kafkiano? Come ricostruire una fiducia sulle possibilità che il comunismo possa ripiantare le sue radici e ricrescere anche in questa parte del mondo?
Un primo e parziale tentativo di risposta a questo drammatico interrogativo è quello offerto dal documento 3, cosiddetto dei 100 circoli. Risposta che, ridotta in estrema e grossolana sintesi, sostiene che nessuna ipotesi “rifondativa” è possibile se blindata dentro un PRC ormai giunto alla sua ultima spiaggia e con un gruppo dirigente nettamente contrario all’unita dei comunisti. Unità che, viceversa, va perseguita come confronto aperto da realizzarsi attraverso una fase costituente allargata e trasversale a tutti i soggetti politici interessati. Senza discriminazioni e cominciando a raccogliere il pressante invito dei Comunisti italiani.
Chi sono, quanti sono, dove sono i comunisti che, dopo anni di dubbioso consenso ai simboli della falce e martello, hanno deciso, il 13 aprile, di negare il voto alla Sinistra Arcobaleno? Senza azzardare statistiche o indugiare sulle analisi dei flussi e riflussi, limitiamoci a ricordare le decine di migliaia di compagni transitati negli ultimi 10 anni, per brevi soggiorni, in Rifondazione o nei Comunisti italiani, e poi usciti delusi, per immaginare quale ampiezza potrebbe avere nel futuro in Italia, il bacino di utenza di un nuovo partito comunista unificato.
Fino a qualche mese fa sembrava che la battaglia politica contro le destre ciascuno dovesse combatterla nel proprio partito restando divisi per chissà quanto tempo ancora, sicuramente per anni. Poi, improvvisamente, la situazione è precipitata e il 13 aprile la sinistra cosiddetta di alternativa (ormai già disponibile all’alternanza) è entrata in collisione con il micidiale iceberg della sconfitta. E ora, anche se l’orchestrina continua a suonare il valzer dell’Arcobaleno, il Titanic sta affondando. Il momento è molto delicato ma ci rimane una scialuppa che, benché nel mezzo di un oceano ostile, ha issato la bandiera dell’unità dei comunisti e offre qualche speranza di sopravvivenza. Ma, per alcuni, c’è un problema: dobbiamo condividere la navigazione remando insieme a personaggi dai quali ci siamo a suo tempo divisi e poi duramente scontrati. E poiché certe acredini col tempo sedimentano e sono dure a morire, si sentono pronunciare insofferenti distinguo: io con quelli? mai e poi mai! E allora non ascoltiamo, non interloquiamo e non ci accorgiamo che nel frattempo tutti siamo cambiati, nessuno è più quello di prima. Così fingiamo di non sapere che quella è l’unica alternativa alla nostra estinzione e che il tempo sta per scadere. Davanti non abbiamo anni ma settimane, al massimo qualche mese.
Quel che rimane di politicamente accettabile del nostro capitale di risorse umane organizzate da investire nell’impresa di riunificare i comunisti è molto poco. Non credo sia il caso di fare gli schizzinosi. Quel poco è composto da compagni, dirigenti e non, che negli ultimi 10 anni hanno (abbiamo!) compiuto tantissimi errori. Io stesso appartengo a quella storia e me ne faccio carico. Quando penso che mi sono limitato a rispondere con la leggerezza del gambo di un fiore, quando invece occorreva la clava, alle ripetute iniziative di Bertinotti di trascinare il PRC fuori dal comunismo storicamente conosciuto (tentativo peraltro riuscito), mi rendo conto che per rimediare ad un simile tonfo di infantile ingenuità non basterebbero tre secoli di espiazione autocritica.
Non credo però che il modo migliore per rimediare agli errori passati sia quello di mantenere gli occhi puntati solo sullo specchietto retrovisore. Guardiamo piuttosto alla lunga strada che abbiamo davanti e diamoci una mossa.