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Contributo per il dibattito sul Partito comunista

 

di Giuseppe Amata

 

1. L’appello sottoscritto da migliaia e migliaia di compagni per l’unità dei comunisti in un solo partito, dopo le elezioni politiche dell’aprile 2008, ha stimolato un vasto dibattito e diverse iniziative concrete per intraprendere il nuovo cammino.

 

In realtà il discorso sulla costruzione o ricostruzione in Italia del Partito comunista è molto più antico e si è riproposto ad ondate in riferimento alla nascita, allo sviluppo ed al crollo del revisionismo moderno. In particolare tre sono state o sono le fasi principali di discussione: a) il periodo seguente al 1966, legato agli avvenimenti della rivoluzione culturale in Cina ed alle posizioni espresse dal Partito comunista cinese nel movimento comunista internazionale, che si concluse con la svolta avvenuta in Cina dopo la morte di Mao e con il fallimento in Occidente dei gruppi che si erano proclamati Partiti comunisti; b) il periodo che precede la fase finale del fallimento della perestrojka e del gorbacevismo, che poi porta al crollo dei paesi dell’est europeo e della stessa Unione Sovietica ed in Italia allo scioglimento del PCI e quindi alla nascita del Partito della rifondazione comunista; la fase attuale, i cui germi però maturano alla fine degli anni ’90 con la rottura dentro il PRC e con i diversi dissensi che si erano manifestati prima e dopo all’interno ed all’esterno del PRC, in seguito alla svolta dichiaratamente socialdemocratica intrapresa da Bertinotti con “l’abbandono del leninismo ed il ritorno a Marx”.

 

In tutte queste fasi di discussione nella sostanza si sono manifestate fondamentalmente tre diverse correnti ideologiche e culturali sulla forma-partito: a) una ‘fondamentalista’ che ha ripreso in toto senza alcuna analisi critica l’esperienza organizzativa del PCI fino alla Liberazione e pertanto ne ha richiesto la ricostituzione; b) una ‘togliattiana’, ossia che ha accettato l’impostazione del “partito nuovo”, di massa e non di quadri, e la via italiana al socialismo nella visione di Togliatti, Longo e Berlinguer, depurandola da alcuni errori di natura secondaria commessi da questi leaders ed ovviamente rinnegando le degenerazioni finali di quella linea politica; c) infine una ‘movimentista’ che non soltanto ha contestato le prime due, ma anche la stessa forma-partito, dando priorità alle lotte sociali ed ai soggetti che le organizzano, rifiutando l’impostazione leninista del Partito e delle organizzazioni di massa; ad esempio come è il caso dei Cobas, con il conseguente rigetto di tutta l’esperienza storica del movimento comunista internazionale nella seconda metà del Novecento.

 

Quindi la discussione per costruire o ricostruire (che dir si voglia!) in Italia un Partito comunista, adeguato ai compiti che lo scontro di classe richiede, non può sfuggire all’analisi storica dell’esperienza realizzata e non si può certamente intendere come una sommatoria aritmetica di tutti i partiti o partitini che si definiscono comunisti.

Con questo scritto si vuole contribuire alla discussione, specificando che per edificare una forza comunista si richiede la risoluzione di questioni ideologiche, politiche ed organizzative.

 

2. La prima domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: come nasce e che significato assume la forma-partito comunista.

 

Nell'estate del 1847, come ricorda Engels, ebbe luogo a Londra il primo congresso della Lega. La Lega si organizzò in comunità, circoli, circoli dirigenti, organo centrale e congresso e si chiamò da quel momento: 'Lega dei comunisti'. “Fine della Lega è l'abbattimento della borghesia, il dominio del proletariato, l'abolizione della vecchia società basata sugli antagonismi di classe e la creazione di una nuova società senza classi e senza proprietà privata', così suona il primo articolo”.

 

Da questo momento inizia la storia del Partito comunista, una storia segnata da tante vicissitudini fino ai nostri giorni, una storia che ancora per lungo tempo avrà non solo tante cose da raccontare, bensì tanti problemi teorico-pratici da risolvere. E già, perché, sin dal suo inizio la formazione del Partito comunista è stata caratterizzata dalla ricerca di realizzare uno strumento per la trasformazione rivoluzionaria della società, e non come, nel caso di altri partiti, per difendere la situazione esistente o per migliorare lo status economico di una data classe.

 

Ogni decisione è sempre volitiva, così quindi anche quella dell'estate 1847, ma l'atto per diventare azione materiale e incidere nel processo sociale dovrà sempre tener conto dell'evoluzione dei rapporti di produzione e delle sovrastrutture dominanti.

 

Marx ed Engels fondarono la Lega dei comunisti e poi altre organizzazioni comuniste, come l'Internazionale, parteciparono ad incontri con esponenti comunisti di diversi paesi. In questo percorso le loro idee si confrontarono o si scontrarono con altre idee di comunisti, di opportunisti, di esponenti della ideologia borghese presenti nel loro movimento. A volte furono costretti a sciogliere alcune organizzazioni appena costituite. Ma nel corso di più di tre decenni svolsero un grande lavoro politico, pieno di risultati.

 

Riassumiamo alcuni passaggi della discussione:

 

K. MARX - F. ENGELS, Manifesto del Partito Comunista, Datanews, Roma, 1995.

Che relazione passa tra i comunisti e i proletari in generale? (...) I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell'intiero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d'altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l'interesse del movimento complessivo.

In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato pel fatto che conoscono le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento proletario (pp. 35-36).

 

F. ENGELS, Storia della Lega dei comunisti, Londra 8 Ottobre 1885

L'emigrazione polacca ufficiale, come pure Mazzini, era naturalmente piuttosto avversaria che alleata. I cartisti inglesi venivano lasciati in disparte come non-rivoluzionari a causa del carattere specificatamente inglese del loro movimento.

Avevamo il dovere di motivare scientificamente la nostra concezione; ma era altrettanto importante per noi, di conquistare alle nostre convinzioni il proletariato europeo e in un primo tempo quello tedesco.

(...) Nell'estate del 1847 ebbe luogo a Londra il primo congresso della Lega. (...) La Lega si organizzò in comunità, circoli, circoli dirigenti, organo centrale e congresso e si chiamò da quel momento: 'Lega dei comunisti'. 'Fine della Lega è l'abbattimento della borghesia, il dominio del proletariato, l'abolizione della vecchia società basata sugli antagonismi di classe e la creazione di una nuova società senza classi e senza proprietà privata', così suona il primo articolo. (...) Il secondo congresso ebbe luogo alla fine di novembre e ai primi di dicembre dello stesso anno. Fu presente anche Marx che difese in un dibattito prolungato - il congresso durò almeno dieci giorni - la nuova teoria. Ogni opposizione e ogni dubbio furono infine eliminati, i nuovi principî furono approvati all'unanimità e Marx ed io fummo incaricati di elaborare il Manifesto. (...) 'Proletari di tutti i paesi unitevi!', che proclamava apertamente il carattere internazionale della lotta. Diciassette anni più tardi questo grido di battaglia echeggiò per tutto il mondo come grido di lotta dell'Associazione Internazionale degli Operai, e oggi il proletariato militante di tutti i paesi lo porta scritto sulla propria bandiera.

(...) Una generazione separa quel tempo dal nostro. Allora la Germania era il paese dell'artigianato e dell'industria a domicilio basata sul lavoro manuale; ora è un grande paese industriale in cui è ancora continuo il rivolgimento industriale. Allora bisognava cercare a uno a uno gli operai che capissero la loro posizione come operai e il loro antagonismo storico-economico col capitale, perché questo antagonismo stesso stava appena sorgendo. (...) Allora i pochi che erano riusciti a penetrare nella comprensione della funzione storica del proletariato, dovevano riunirsi in segreto, adunarsi alla chetichella in piccole comunità di 3 fino a 20 persone. Oggi il proletariato tedesco non ha più bisogno di alcuna organizzazione ufficiale, né pubblica né segreta; il semplice, naturale legame fra compagni di una stessa classe basta, senza statuti, organi direttivi, deliberazioni di nessun genere, senza altre forme tangibili, per scuotere tutto l'impero tedesco. (...) E non basta. Il movimento internazionale del proletariato europeo ed americano è ora talmente rafforzato che non soltanto la sua prima forma angusta - la Lega segreta - ma anche la sua seconda forma, infinitamente più ampia - l'Associazione Internazionale degli Operai - è diventata per esso un ceppo e che il semplice sentimento di solidarietà basato sulla comprensione della identità della situazione di classe, basta a creare e a mantenere fra gli operai di tutti i paesi e di tutte le lingue uno stesso grande partito del proletariato. Le teorie che la Lega sosteneva (...) hanno seguaci innumerevoli in tutti i paesi civili del mondo, fra i condannati delle miniere siberiane, come fra i cercatori d'oro in California; e il creatore di questa dottrina, l'uomo più odiato e calunniato del suo tempo, Karl Marx, era, quando morì, il consigliere sempre cercato e sempre pronto del proletariato dei due mondi.

 

Certo c'è dell'ottimismo rivoluzionario in questa affermazione di Engels, e non solo. C'è anche del volontarismo, che è in contraddizione con tutto il suo pensiero scientifico, come se il processo di costruzione sarebbe stato facile. Ed infatti il semplice legame o la solidarietà di classe, il richiamo all'ideale comunista non sarebbe bastato; le rivoluzioni momentaneamente riuscite, come la Comune di Parigi, non avevano certo portato al rovesciamento definitivo della borghesia e alla dittatura del proletariato.

 

Diciamolo con franchezza: come organizzare il Partito comunista era un problema irrisolto e tale rimane finché non sarà affrontato scientificamente da Lenin nel 1902 con il 'Che fare?'.

 

Il "Che fare?" risale al Febbraio 1902, quando il movimento rivoluzionario che allora si chiamava socialdemocratico muoveva i primi passi in direzione di un'organizzazione partitica e i temi in discussione erano se costituire il partito (oppure lasciare affermare la spontaneità del movimento) e che tipo di partito organizzare. E' significativo come Lenin nella sua introduzione riporta come citazione una lettera di Lassalle a Marx del 24 Giugno 1852, laddove si dice: “la lotta di partito dà a un partito forza e vitalità; la maggior prova di debolezza di un partito è la sua dispersione e la sua disparizione di frontiere nettamente tracciate; epurandosi, un partito si rafforza”.

 

Questa citazione si lega con la seguente affermazione che segue nella prima parte del testo e precisamente (a proposito della lotta alla spontaneità): “Noi esigiamo la modificazione della tattica prevalsa in questi ultimi anni, noi dichiariamo che prima di unirsi e per unirsi, è necessario innanzi tutto definirsi risolutamente e nettamente” (annunzio della pubblicazione dell''Iskra').

 

E quindi da passi successivi dello scritto si rilevano due affermazioni risolute:

 

a) la prima, “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”;

 

b) la seconda, “il movimento socialdemocratico è, per sua essenza internazionale. Ciò non significa soltanto che dobbiamo combattere lo sciovinismo nazionale. Ciò significa pure che un movimento appena nato in un paese giovane può avere successo solo se applica l'esperienza degli altri paesi. Ma per applicarla non basta conoscerla o limitarsi a copiare le ultime risoluzioni. Bisogna saper apprezzare criticamente e verificare da sé stessi questa esperienza”.

 

LENIN, Che fare?, in "Opere scelte ", edizioni in lingue estere, Mosca, 1947.

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario (p. 156).

(...) In secondo luogo, il movimento socialdemocratico è, per sua essenza internazionale. Ciò non significa soltanto che dobbiamo combattere lo sciovinismo nazionale. Ciò significa pure che un movimento appena nato in un paese giovane può avere successo solo se applica l'esperienza degli altri paesi. Ma per applicarla non basta conoscerla o limitarsi a copiare le ultime risoluzioni. Bisogna saper apprezzare criticamente e verificare da sè stessi questa esperienza (p. 157).

(...) Solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere la funzione di combattente di avanguardia (157)

(...) Secondo Engels esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) (....) ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica (p. 157).

(...) La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, colle sue proprie forze solamente, è in grado di elaborare soltanto una coscienza trade-unionista (p. 160).

(...) Ogni restrizione dell' 'elemento cosciente' (...) significa di per sé, lo si voglia o no, un rafforzamento dell'influenza dell'ideologia borghese sugli operai (p. 166).

(...) La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di una profonda conoscenza scientifica. (...) Or dunque, la coscienza socialista è un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall'esterno e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente (p. 167).

(...) Ma perchè, - domanderà il lettore - il movimento spontaneo che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio della ideologia borghese? Per questa semplice ragione, che per le sue origini la ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, che essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione (p. 168).

(...) Quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta, in modo incomparabilmente più rapido, il bisogno di coscienza nell'attività teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia (p. 175).

(...) Insomma essa subordina la lotta per le riforme alla lotta rivoluzionaria per la libertà e il socialismo, come la parte al tutto (p. 181).

(...) La coscienza delle masse operaie non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano ad osservare sulla base dei fatti e avvenimenti politici concreti e brucianti (attuali) ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale, morale e politica (p. 185).

(...) Dobbiamo andare in tutte le classi della popolazione come teorici, come propagandisti, come agitatori e come organizzatori (p. 194).

Qualsiasi abbassamento della politica socialdemocratica al livello della politica trade-unionista equivale a preparare il terreno per la trasformazione del movimento operaio in strumento della democrazia borghese (p. 203).

(...) La lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e molto più complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti (e per questa ragione), l'organizzazione di un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall'organizzazione degli operai per la lotta economica. L'organizzazione degli operai deve anzitutto essere professionale, poi essere la più vasta possibile ed infine essere la meno clandestina possibile (qui e in seguito mi riferisco, è chiaro, solo alla Russia autocratica) (p. 213).

(...) Per "teste forti" in materia di organizzazione bisogna intendere, come ho già detto più di una volta, solo i rivoluzionari professionali, poco importa se studenti od operai di origine. Ed affermo: 1) Che non potrà esservi un movimento rivoluzionario solido senza un'organizzazione stabile di dirigenti che si assicuri la continuità nel tempo; 2) che quanto più numerosa è la massa trascinata spontaneamente nella lotta, la massa che è la base del movimento e partecipa ad esso, tanto più siffatta organizzazione è urgente e tanto più deve essere solida (sarà facile, altrimenti, ai demagoghi trascinare con sè gli strati arretrati della massa); 3) che tale organizzazione deve essere composta principalmente di uomini i quali abbiano come professione l'attività rivoluzionaria (p. 221).

(...) Che non comprendono come il nostro compito non consista nell'abbassare il rivoluzionario al lavoro del manovale, ma nell'elevare quest'ultimo al lavoro del rivoluzionario (p. 223).

 

3. Il partito che Lenin costruisce e dirige è il partito che organizza e guida la grande rivoluzione d'Ottobre, che cioè ottiene un primo importante obiettivo.

 

Certo anche quella forma partito (il partito avanguardia composto di teste pensanti, cioè di quadri) subisce un processo d'involuzione parallelamente alla storia dell'Urss e quando si crea una commistione tra Partito e Stato il partito rivoluzionario si trasforma in partito non rivoluzionario ed alla fine addirittura controrivoluzionario. Ed è proprio l'elemento di forza del partito, cioè il centralismo democratico, quando muta la direzione politica e cambiano le categorie reali del rapporto Partito-società, che per la legge degli opposti diventa centralismo burocratico, a facilitare la sopraddetta trasformazione. Ne discende che lentamente i vecchi quadri si distaccano dalle masse e di fatto diventano dei privilegiati ed i nuovi quadri saranno selezionati non tra gli elementi rivoluzionari della società ma tra i burocrati dello Stato e gli amministratori delle aziende, con qualche appendice operaia.

 

Già Gramsci nel 1926 aveva capito che nel Partito comunista dell'URSS qualcosa non funzionava bene.

 

A. GRAMSCI, Al Comitato Centrale del PCB, lettera-documento scritta nell'Ottobre 1926 per incarico dell'U. P. del Partito comunista italiano, in P. SPRIANO, Gramsci in carcere e il partito, l'Unità, Roma, 1988.

Nonostante l'asprezza delle polemiche, l'unità del partito russo non era in pericolo. (...) Oggi alla vigilia della vostra XV Conferenza, non abbiamo più la sicurezza del passato; ci sentiamo irresistibilmente angosciati; ci sembra che l'attuale atteggiamento del blocco di opposizioni e l'acutezza delle polemiche del Partito comunista dell'URSS esigano l'intervento dei partiti fratelli. (...) Una scissione di questo genere, indipendentemente dai risultati numerici delle votazioni di congresso, può avere le più gravi ripercussioni, non solo se la minoranza d'opposizione non accetta con la massima lealtà i principi fondamentali della disciplina rivoluzionaria di partito, ma anche se essa, nel condurre la sua polemica e la sua lotta, oltrepassa certi limiti che sono superiori a tutte le democrazie formali (p. 117).

(...) I partiti borghesi e socialdemocratici, per la stessa ragione, sfruttano le polemiche interne e i conflitti esistenti nel Partito comunista dell'URSS, essi vogliono lottare contro questa influenza della rivoluzione russa, contro l'unità rivoluzionaria che intorno al Partito comunista dell'URSS si sta costituendo in tutto il mondo (p. 119).

(...) Noi crediamo che nel quadro dell'Internazionale, il nostro partito sia quello che più risente le ripercussioni della grave situazione esistente nel Partito comunista dell'Urss (p. 120).

(...) Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale l'elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. (...) Ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale (pp. 120-121).

(...) Dichiariamo ora che riteniamo fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del Comitato centrale del Partito comunista dell'URSS e che in tal senso certamente si pronunzierà la maggioranza del partito italiano se diverrà necessario porre tutta la quistione (pp. 122-123).

(...) Solo una ferma unità e una ferma disciplina nel partito che governa lo Stato operaio può assicurare l'egemonia proletaria in un regime di Nuova Politica Economica, cioè nel pieno sviluppo della contraddizione cui abbiamo accennato. Ma l'unità e la disciplina in questo caso non possono essere coatte; devono essere leali e di convinzione e non quelle di un reparto nemico imprigionato o assediato che pensa all'evasione e alla sortita di sorpresa.

Questo, carissimi compagni, abbiamo voluto dirvi, con spirito di fratelli e di amici, sia pure di fratelli minori. I compagni Zinoviev, Trotzki, Kamenev hanno contribuito potentemente ad educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri. A loro specialmente ci rivolgiamo come i maggiori responsabili della attuale situazione, perché vogliamo essere sicuri che la maggioranza del Comitato centrale dell'URSS non intenda stravincere nella lotta e sia disposta ad evitare le misure eccessive. L'unità del nostro partito fratello di Russia è necessaria per lo sviluppo e il trionfo delle forze rivoluzionarie mondiali; a questa necessità ogni comunista e internazionalista deve essere disposto a fare i maggiori sacrifici. I danni di un errore compiuto dal partito unito sono facilmente superabili; i danni di una scissione o di una prolungata condizione di scissione latente possono essere irreparabili e mortali (p. 123).

 

E decenni appresso la natura del PCUS era cambiata, tanto è che nella fase intermedia della sua storia, Kruscev spacciava il consumismo per comunismo e Breznev, in seguito, considerava la società sovietica del suo tempo già penetrata nello stadio finale del socialismo e pronta a balzare nello stadio del comunismo. Infine, nell'ultima fase del PCUS i dirigenti supremi risultavano dichiaratamente anticomunisti. Gorbacev, Eltsin, Kravciurk, Yakovlev, Vadim Medvedev, cioè dirigenti altolocati, ancor prima della fine dell'Urss, hanno appoggiato la costituzione di partiti dichiaratamente socialdemocratici o liberali per assumerne in una seconda fase, dopo lo scioglimento dell'Urss, la direzione. E gli iscritti al PCUS che risultavano 19 milioni prima dello scioglimento decretato ad Agosto del 1991 da Gorbacev e della successiva messa fuori legge da parte di Eltsin, si sono dileguati o riciclati nei partiti borghesi o reazionari, considerato che i neo-comunisti organizzatisi, dopo la messa fuori legge del PCUS, in partiti o partitini con la definizione di comunista, sono risultati complessivamente appena mezzo milione.

 

Se fosse stata storicamente valida l’affermazione di Breznev sul raggiungimento di uno stadio avanzato di socialismo, l’URSS ed il PCUS non dovevano crollare e tutto lo spazio sovietico non sarebbe ripiombato nei rapporti di produzione capitalistici o ancor peggio nella subordinazione all’imperialismo come in alcune ex repubbliche (Ucraina, Georgia, Azerbajan, Armenia). E’ come pensare che l’Unione Europea, a capitalismo avanzato, ritorni al modo di produzione feudale.

 

Nella storia esistono esperienze di paesi o territori avviati a realizzare un nuovo modo di produzione e che ritornano al vecchio modo di produzione; ma ciò è avvenuto solo nella fase iniziale della trasformazione economica, come è il caso delle città-stato nell’Italia centro-settentrionale, le quali scardinando il modo di produzione feudale si avviano alla società mercantile semplice (rappresentata dal trionfo della bottega artigianale come unità di produzione), come primo stadio di transizione al modo di produzione capitalistico per poi essere, dopo la grande crisi economica che nella seconda metà del Trecento le ha interessate, riassorbite nella dominazione del modo di produzione feudale. Le città-stato dell’Europa del Nord, invece, che ebbero modo di trasformare la bottega artigianale in manifattura (gestazione vera e propria del modo capitalistico di produzione) e si organizzarono nel corso del loro sviluppo in Stato unitario basato sulla nazionalità, come l’Olanda o le regioni baltiche, allargando di fatto il loro mercato interno e creando un’autorità istituzionale più forte, sconfissero del tutto il feudalesimo e penetrarono nel modo di produzione capitalistico.

 

Quindi l’URSS non si poteva considerare una società socialista realizzata, ma soltanto una società nella prima fase di transizione al socialismo, la quale per passare al consolidamento del socialismo aveva bisogno di adeguate riforme strutturali e sovrastrutturali ed una grande coscienza a livello di massa, tipo quella che si realizza durante la grande guerra patriottica per sconfiggere l’aggressione nazista, e queste riforme necessarie non erano né le riforme krusceviane, né le controriforme brezneviane, né a maggior ragione quelle gorbaceviane, che erano riforme per il ritorno al capitalismo.

 

4. Altre esperienze che la storia del movimento comunista internazionale ha messo in evidenza sono state le costruzioni dei partiti comunisti in Cina, Corea e Vietnam.

 

Il Partito comunista cinese, fondato a Shanghai nel 1921, si rafforza con la leadership di Mao e con l’accettazione della sua linea politica, dopo le fallite insurrezioni di Shanghai e Canton del 1927, quando Mao intraprende la Lunga Marcia di diecimila li per guidare l'esercito rosso dal sud della Cina, dove era accerchiato e inseguito dall'esercito reazionario del Kuomintang, al Nord, in quella che diventa la principale delle basi rosse, ossia la repubblica sovietica di Yenan. Ed è nel corso della Lunga Marcia, durante la Conferenza di Zunyi nel gennaio del 1935, che la linea politico-militare di Mao diventa maggioranza nel Partito, dopo la sconfitta della linea di destra portata avanti da Chen-du-siu (ed imperniata sulla collaborazione con il Kuomintang e che aveva lasciato il Partito disarmato e impreparato proprio quando Changk-ai-shek si preparava a scatenare la repressione) e successivamente di quella di di 'sinistra' espressa da Li-li-san e consistente nel concentrare l'attività del Partito solo nelle città, laddove la controrivoluzione era più forte, trascurando il lavoro politico e la mobilitazione delle masse contadine (che rappresentavano la forza principale della rivoluzione cinese), portando quindi il Partito nel 1927 allo scontro frontale nelle città con le truppe di Ciang-ai-shek, che erano più numerose e dotate di un armamento notevolmente superiore.

 

Il Partito comunista cinese si rafforza parallelamente alle vittorie riportate dall'Esercito Popolare di Liberazione nella guerra contro Changh-ai-shek e contro l'invasione dell'imperialismo giapponese.

 

Analogamente il Partito comunista coreano, poi trasformatosi in Partito del Lavoro, e quello del Vietnam, si rafforzano con lo sviluppo della guerra popolare contro l’imperialismo giapponese prima e quello americano dopo ed a volte eludendo le direttive che provenivano dall’Internazionale Comunista emesse da dirigenti che non erano a contatto con la realtà dello scontro militare e spesso non conoscevano la storia e le vicende della lotta di classe di quei paesi.

 

I quadri di questi tre partiti sono, pertanto, dei comunisti combattenti temprati in una guerra rivoluzionaria di lunga durata. Ma dopo la vittoria della rivoluzione, in Cina nel 1949, in Corea nel 1948 e in Vietnam nel 1954, anche per questi partiti si presenta il problema del burocraticismo e della commistione del ruolo tra Partito e Stato.

 

Mao, dopo il XX Congresso del PCUS ed i tragici fatti di Polonia e Ungheria nel 1956, avverte che il virus che aveva attecchito nel corpo del PCUS e degli altri partiti comunisti dell'Europa e li aveva già indeboliti per poi distruggerli, si manifestava pure, nel PCC e pertanto corre a rafforzare gli anticorpo. Nel 1958 lascia la carica di presidente della Repubblica Popolare Cinese per conservare quella di presidente del Partito comunista cinese e dedicarsi attraverso il lavoro teorico pratico al rafforzamento ideologico e politico del Partito. Fa approvare dapprima delle direttive che impongono ai quadri di lavorare anche nella produzione industriale ed in campagna (e non solo negli uffici!), di partecipare dunque al lavoro manuale (e non solo a quello intellettuale!) e di non vivere da privilegiati; poi, lancia la rivoluzione culturale proletaria sia per superare quelle che ritiene due grandi contraddizioni, la contraddizione come detto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale e la contraddizione città-campagna, sia per criticare i “dirigenti ed i quadri che hanno imboccato la ‘via capitalistica’ e sia, infine, per modificare anche le norme che regolano la vita di Partito. Mao, ovviamente, riafferma risolutamente il principio del centralismo democratico, ma questo centralismo, per non dare maggiori possibilità alla burocrazia di conquistare facilmente il Partito, come è successo nell'esperienza del Partito comunista dell'Urss e di altri paesi, deve essere fondato sulla democrazia, lasciando la possibilità agli iscritti di mantenere le proprie posizioni, se in minoranza, perché non è sempre detto che la minoranza ha torto. Mao, nella sua esperienza di militante e dirigente del PCC, spesse volte si è trovato in minoranza ed ha dovuto lottare contro deviazioni di destra e di sinistra.

 

Risoluzione in 16 punti del CC del PCC dell'8 agosto 1966:

Non è permesso forzare una minoranza che ha opinioni differenti a sottomettersi. La minoranza deve essere protetta, poiché talvolta la verità è dalla sua parte. Anche se ha delle idee sbagliate, bisogna sempre permetterle di difendersi e conservare le proprie opinioni. In un dibattito, bisogna ricorrere al ragionamento e non alla coercizione o alla forza.

 

MAO, libretto rosso, Pechino, 1966

Per fare la rivoluzione ci vuole un partito rivoluzionario. Senza un partito rivoluzionario, senza un partito creato conformemente alla teoria marxista-leninista e allo stile rivoluzionario marxista-leninista, è impossibile condurre la classe operaia e le vaste masse popolari alla vittoria sull'imperialismo e i suoi lacchè (p. 2).

(...) Un partito disciplinato, armato della teoria marxista-leninista e che pratica la autocritica e si mantiene legato alle masse popolari; un esercito guidato da tale partito; un fronte unico di tutte le classi rivoluzionarie e gruppi rivoluzionari guidato da tale Partito: queste sono le tre armi con le quali abbiamo sconfitto il nemico (p. 3).

(...) Nessun partito politico può condurre un grande movimento rivoluzionario alla vittoria se non possiede una teoria rivoluzionaria, una conoscenza della storia e una comprensione profonda del movimento pratico (p. 4).

(...) Per rettifica intendiamo che tutto il partito studi il marxismo attraverso la critica e l'autocritica (p. 5).

(...) La politica è il punto di partenza di tutte le azioni pratiche di un partito rivoluzionario e si manifesta nel processo e nel risultato finale delle sue azioni (p. 5).

(...) Il grandioso lavoro di costruzione ci comporta compiti straordinariamente ardui. Anche se il nostro Partito ha più di dieci milioni di militanti, essi non costituiscono senza dubbio che una esigua minoranza della popolazione. Nei nostri organismi statali e altri istituzioni pubbliche, una gran parte del lavoro l'affidiamo ai lavoratori che non militano nel Partito. Se non sappiamo appoggiarci sulle masse popolari, se non sappiamo collaborare con i lavoratori che non militano nel Partito, non potremo compiere bene il nostro lavoro (p. 44).

 

STATUTO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE (adottato dal IX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, il 14 Aprile 1969).

Art. 5. Il principio organizzativo del Partito è il centralismo democratico. Le istanze dirigenti del Partito, a tutti i livelli, sono elette attraverso consultazione democratica.

Tutto il Partito deve osservare una disciplina centralizzata: l'individuo è subordinato all'organizzazione, la minoranza è subordinata alla maggioranza, il livello inferiore è subordinato al livello superiore, e l'intero Partito è subordinato al Comitato Centrale.

Gli organismi dirigenti del Partito a tutti i livelli devono regolarmente rendere conto del loro lavoro ai Congressi o alle riunioni generali dei membri, ascoltare costantemente le opinioni delle masse sia all'interno che fuori del Partito ed accettare il loro controllo.

I membri del Partito hanno il diritto di criticare le organizzazioni di Partito e i membri dirigenti a tutti i livelli e far loro proposte. Se un membro di Partito ha opinioni diverse in rapporto alle decisioni o direttive delle organizzazioni di Partito, gli è concesso di mantenere le sue opinioni ed ha il diritto di scavalcare la direzione della sua istanza e di rivolgersi direttamente ai livelli superiori, compresi il Comitato Centrale e il presidente del Comitato Centrale. E' essenziale instaurare una situazione politica nella quale esistano sia il centralismo che la democrazia, sia la disciplina che la libertà, sia l'unità degli intenti che la serenità e la vivacità individuali.

Gli organi del potere statale della dittatura del proletariato, l'Esercito Popolare di Liberazione, la Lega della Gioventù Comunista e le altre organizzazioni rivoluzionarie di massa, come quelle degli operai, dei contadini poveri e medi dello strato inferiore e delle Guardie Rosse, devono accettare tutti la direzione del Partito.

 

KIM IL SUNG, Memoires a travers le siècle, 5, Piongyang, 1994.

Les révolutionnaires coréens n'avaient jamais cessé d'aspirer à avoir un parti communiste autonome; la jeune géneration de communistes en avait fait une de ses tâches stratégiques fondamentales dès le début de la Lutte révolutionnaire antijaponaise. Tout au long de notre lutte armée, nous avons suivi à cet effet une orientation indépendante: ramifier et renforcer les organisations de base de futur parti en y admettant les meilleurs éléments d'avant-garde, formés et endurcis dans la pratique révolutionnaire. L'Armée révolutionnaire populaire coréenne (ARPC), moteur principal de la révolution antijaponaise, était devenue la force dirigeante de l'edification du parti; à ce titre, il lui incombait de jeter les bases organisationelles et idéologiques de sa fondation. Le rôle dirigeant du comité du parti de l'ARPC grandissant, l'édification du parti avait progressé à vive allure, stimulant politiquement la lutte armée, d'une part, et, de l'autre, rendant toujours plus efficace la direction de celle-ci par le parti, consolidant sa base de masse et donnant une impulsion irrésistible à l'ensemble de la Révolution coréenne, axés sur cette lutte armée. Dès la seconde moitié des années 1930, le travail de mise sur pied des organisations du futur parti entrepris par l'avant-garde communiste - les combattant de la Lutte armée antijaponaise - s'est inscrit dans le courant principal du mouvement communiste coréen, où il représentait inconstestablement la ligne orthodoxe. (...) Comme je l'ai dit plus haut, en 1928, l'Internationale communiste avait cessé de reconnaître le Parti communiste coréen et ordonné de le réorganiser, tout en demandant aux communistes coréens résidant en Mandchourie et au Japon d'entrer dans les partis de ces pays respectifs, conformément au principe: un seul parti par pays. (...) Le mal, c'était que l'Internationale communiste avait placé les communistes coréens dans un état humiliant en les privant de leur organisation-mère et en les obligeant à vivre sous le toit d'autrui. C'est pour cette raison que nous avions trouvé injuste dès les début l'attitude de l'IC. Pourtant, nous ne nous en inquiétâmes pas outre mesure, ni ne nous abandonnâmes au désespoir: il n'était pas question de désobéir ou de renoncer à notre lutte. Nous acceptâmes la décision de l'IC comme étant temporaire, et nous persévérâmes dans notre effort pour édifier par nous-mêmes un parti de type nouveau (p. 307).

 

KIM IL SUNG, Rapporto per le celebrazioni del XXX anniversario della fondazione del Partito del lavoro di Corea (Pyöngyang10 ottobre 1975).

Attraverso la lotta armata antigiapponese i comunisti coreani hanno potuto divenire arbitri del loro destino e, inoltre, hanno conquistato la forza di poterlo forgiare. (...) La lunga e aspra lotta rivoluzionaria antigiapponese ha visto nascere, sviluppare e arricchirsi le idee del <<djoutché>> e inculcare questa ideologia in seno al movimento comunista coreano. (...) Le idee del <<djoutché>> sono fondate sul principio filosofico che stabilisce che l'uomo è arbitro di tutto e decide tutto. Illustrando il modo scientifico la posizione e il ruolo che spetta all'uomo nel mondo, le idee del <<djoutché>> forniscono la concezione più giusta della natura e della società e sono un'arma potente per far conoscere e trasformare il mondo (p. 13).

(...) Noi abbiamo fondato il Partito del lavoro attraverso la fusione del Partito comunista e del Partito democratico, quando si sono determinate le condizioni per un partito di massa. Ne é risultato che il partito si è rafforzato e sviluppato, divenendo l'avanguardia militante della classe operaia e delle grandi masse lavoratrici della Corea, costituita da elementi di punta degli operai, dei contadini e dei lavoratori intellettuali (p. 17).

 

In Cina, dopo la scomparsa di Mao e l’affermazione della linea di Deng che ha riformato il sistema economico, modificando il modello di economia collettivizzata e pianificata dall’alto, per realizzare una “economia socialista di mercato”, basata su tre livelli di proprietà (statale, collettiva, privata; quest’ultima fomatasi non soltanto con il ripristino della piccola produzione, bensì permettendo l’attività delle imprese multinazionali) ed orientata a livello macroeconomico dalla pianificazione statale, il ruolo dirigente del Partito comunista non è stato mai messo in discussione, ma la base di appartenenza in questo partito si è modificata in riferimento allo sviluppo della società cinese. Il Partito, dopo il XVI e XVII Congresso, e le relative riforme statutarie, non rappresenta soltanto l’avanguardia della classe operaia, ma oltre ad essa anche gli elementi più attivi della triplice rappresentanza, e fra questi anche una sparutissima minoranza di imprenditori privati che accettano il programma del Partito comunista. E ciò sembra un’ antinomìa od ossimoro che dir si voglia. A meno che gli imprenditori siano coscienti di ritenere la loro attuale funzione imprenditoriale come transitoria e che in futuro più o meno lontano essa scomparirà. Certamente un dato è certo: non si può costruire una società senza classi, mantenendo l’iniziativa privata e gli imprenditori privati.

 

In ultima analisi in Cina da trent’anni a questa parte sono state realizzate riforme strutturali e sovrastrutturali che hanno determinato l’insorgere di nuove contraddizioni, che non sempre si possono classificare all’interno del popolo, ma che finora sono state tenute sotto controllo dal ruolo dirigente che esercita il Partito comunista; nello stesso tempo, il paese ha visto un grande sviluppo delle forze produttive, tanto da poter contrastare sia a livello politico, sia a livello economico, sia a livello militare l’egemonia dell’imperialismo americano.

 

Il Partito comunista cinese ritiene che per realizzare una formazione sociale socialista prima bisogna modernizzare il paese e successivamente modificare i rapporti sociali, preconizzando tempi lunghi di attuazione, verosimilmente intorno alla metà del XXI secolo. Si può essere d’accordo o meno con questa visione del socialismo, certamente la visione di Deng è stata diversa da quella di Mao, ma bisogna riconoscere che i dirigenti del PCC hanno sempre adottato un linguaggio chiaro e comprensibile e non mistificante come quello sovietico dell’era Breznev che spacciava il burocraticismo per socialismo e la politica di potenza dell’URSS come internazionalismo proletario, anche se alle volte era giustificabile per impedire lo strapotere degli USA (ma alle volte era anche in combutta con gli USA!).

 

Comunque, al riguardo è importante leggere e studiare gli:

 

Atti dei Congressi del PCC dal IX al XVII.

 

5. In contrapposizione al partito di quadri un'altra esperienza è maturata nel movimento comunista internazionale nel secondo dopoguerra: il 'partito nuovo di massa' di ispirazione togliattiana. Il risultato ottenuto si è manifestato nella moltiplicazione numerica dei suoi militanti, i quali da alcune decine di migliaia di quadri, come risultavano alla fine della guerra di Liberazione, sono diventati due milioni di iscritti appena dieci anni dopo, ma con un successivo calo e poi una lenta ripresa che però non ha mai raggiunto i due milioni di iscritti. Mentre la sua forza elettorale nel momento migliore ha superato i dodici milioni e seicentomila voti (elezioni politiche del 1976), pari al 34,4 per cento del corpo elettorale, e poi negli anni ottanta con una tendenziale discesa, ad eccezione delle elezioni europee del 1984, fino ad un risultato intorno al 20 per cento con la trasformazione in PDS, mentre il PRC, a sua volta, da un debutto superiore al 5 per cento nelle elezioni politiche del 1992 ha avuto una tendenziale ascesa fino all’8 per cento nella prima fase, per poi indietreggiare dopo la scissione di Cossutta e la costituzione del PdCI. Tuttavia l'obiettivo per cui era nato il Pcd’I, vale a dire la trasformazione in senso socialista della società italiana, era stato smarrito per strada già nel 1956 all'epoca del VIII Congresso, quando, sull'onda delle vie nazionali al socialismo proclamate dal XX Congresso del PCUS, si era intrapresa dichiaratamente la via parlamentare al socialismo per concludersi in via parlamentare per la democrazia, considerata come un fine, una fase storica da raggiungere e non un metodo di lavoro.

 

Sul partito di massa in contrapposizione con il partito concepito da Gramsci ed affermatosi con le Tesi di Lione del 1926 si consiglia l'approfondimento dei seguenti testi di cui si evidenziano alcuni brani:

 

PCd'I, Le Tesi di Lione (1926):

L'organizzazione del partito deve essere costruita sulla base della produzione e quindi del luogo di lavoro (cellule). Questo principio è essenziale per la creazione di un partito 'bolscevico'. Esso dipende dal fatto che il partito deve essere attrezzato per dirigere il movimento di massa della classe operaia, la quale viene naturalmente unificata dallo sviluppo del capitalismo secondo il processo della produzione. (...) L'organizzazione di un partito bolscevico deve essere, in ogni momento della vita del Partito, una organizzazione centralizzata, diretta dal Comitato centrale non solo a parole, ma nei fatti. Una disciplina proletaria di ferro deve regnare nelle sue file. Questo non vuol dire che il Partito debba essere retto dall'alto con sistemi autocratici. Tanto il Comitato centrale quanto gli organi inferiori di direzione sono formati in base a una elezione e in base a una scelta di elementi capaci compiuta attraverso la prova del lavoro e la esperienza del movimento. Questo secondo elemento garantisce che i criteri per la formazione dei gruppi dirigenti locali e del gruppo dirigente centrale non siano meccanici, esteriori e 'parlamentari', ma corrispondano a un processo reale di formazione di una avanguardia proletaria omogenea e collegata con la massa.

(...) Il principio che il Partito dirige la classe operaia non deve essere interpretato in un modo meccanico. Non bisogna credere che il Partito possa dirigere la classe operaia per una imposizione autoritaria esterna; questo non è vero né per il periodo che precede, né per il periodo che segue la conquista del potere. (...) Noi affermiamo che la capacità di dirigere la classe è in relazione non al fatto che il Partito si 'proclami' l'organo rivoluzionario di essa, ma al fatto che esso 'effettivamente' riesca, come una parte della classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla massa un movimento nella direzione desiderata e favorita dalle condizioni oggettive (pp. 14-16).

 

P. TOGLIATTI, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1974.

Partito nuovo, Rinascita a. I n. 4 ott.- nov. - dic. 1944:

Il partito nuovo che noi vogliamo creare tende inevitabilmente ad essere, e dovrà dunque essere, il partito unico della classe operaia e dei lavoratori italiani, sorto dalla fusione delle correnti politiche proletarie attualmente esistenti, le quali non potranno fare a meno di portarvi, insieme con la loro forza numerica, organizzativa e politica, quegli elementi della loro tradizione che corrispondono ai compiti nuovi che stanno davanti a noi. (...) L'unità d'azione rimane e deve esser rafforzata: ma già si profila, mentre si attende l'apporto decisivo delle forze proletarie e lavoratrici del Settentrione, la necessità di una unione più stretta, completa, la quale potrà esprimersi soltanto con la creazione di un partito unico. (...) Creare un partito il quale sia capace di guidare gli operai sulla nuova strada che si apre davanti a loro e, attraverso la necessaria unità delle forze democratiche, di esercitare una funzione decisiva nella costruzione di un regime di democrazia che tenda al soddisfacimento di tutte le aspirazioni popolari, oppure rinunciare ad avere una funzione di direzione nella vita del paese (p. 37).

Rapporto e conclusioni all'VIII Congresso nazionale del PCI 8-14 dicembre 1956:

Il XX Congresso - ora lo si vede anche meglio di prima - è stato una tappa non solo di sviluppo, ma di svolta rinnovatrice. Questa è la giustificazione generale della nostra lotta per delle riforme di struttura, la quale è uno dei principali punti di arrivo della ricerca di una nostra via di sviluppo verso il socialismo nelle condizioni attuali. (...) Noi vogliamo veramente una riforma agraria generale, (...) vogliamo la nazionalizzazione dei più pesanti monopoli privati dell'industria e della finanza, e anche questo si può fare (....) e il controllo democratico dei monopoli. (...) L'importanza che noi diamo al parlamento in tutta la nostra strategia e tattica politica è nota da tempo e approvata da tutti. (...) Il complesso del Partito non comprende giustamente e non dà il necessario valore al lavoro parlamentare. (...) Il fronte del rinnovamento del Partito è essenzialmente un fronte rivolto verso l'esterno, che investe l'attività politica ed il suo modo di lavorare. (...) Al centro dell'opera di rinnovamento del Partito sta dunque la lotta per la linea del Partito e per una via italiana al socialismo (pp. 774-804-812-831-833)

La concezione marxista-leninista del partito politico della classe operaia (intervento al CC del PCI 4-7 dicembre 1963):

Riteniamo possibile e necessaria, nelle condizioni che stanno davanti a noi, la pluralità dei partiti politici durante la costruzione di una società nuova. (...) Noi, intanto, teniamo conto che nella situazione odierna possono esistere partiti che si richiamino al socialismo, che vogliono rendere possibile la costruzione di una società socialista e intendano parteciparvi. (...) Vorremmo riuscire (...) ad aprire questo dibattito nelle fabbriche tra operai di diverse tendenze, nei campi, nellle scuole, in un proficuo confronto e in una elaborazione comune con gruppi di altri partiti, del partito socialista, di quello socialdemocratico, di organizzazione cattoliche (pp. 1150-1151-1153).

 

Ma il Partito di tipo nuovo di Togliatti, leader indiscusso e carismatico, non ebbe solo oppositori più o meno dichiarati nel suo seno, come Pietro Secchia, ma anche all'esterno, come si rileva rileggendo con attenzione le acute osservazioni di Rodolfo Morandi, vicesegretario del PSI fino alla sua scomparsa nel 1955 e correttore della demagogia e dell'opportunismo di Pietro Nenni, leader carismatico del PSI. Ed anche rileggendo le posizioni di alcuni settori della corrente di sinistra del PSI che poi nel 1964 fondò il PSIUP.

 

P. SECCHIA, Intervento al VI Congresso del PCI (gennaio 1948), Mazzotta Milano, 1977.

Siamo diventati un grande partito di massa, ma dobbiamo oggi far acquistare al partito tutte le qualità di un partito di quadri: diventare un partito di massa acquistando le qualità di un partito di quadri.

 

R. MORANDI, Il partito e la classe, Einaudi, Torino, 1961.

L'azione insostituibile che tocca al Partito è dunque in primo luogo di contribuire, come forza viva ed avanguardia organizzata della classe, a schiudere nelle masse popolari la coscienza del carattere che l'ora presente imprime alle lotte del lavoro. Compete al Partito di combattere ogni tendenza a deviare dal piano sul quale la lotta di classe storicamente è stata sospinta, ogni propensione ad isolare al terreno nazionale le lotte, a circoscrivere l'orizzonte, a ridurre l'ampiezza che hanno guadagnata. Essa è quella di un moto rivoluzionario che si estende nel mondo per la forza che gli è conferita dalla prima grande rivoluzione proletaria vittoriosamente affermatasi, che di un tale rivolgimento è l'epicentro (pp. 129-130).

(...) E' così che noi siamo stati sempre portati ad esplicare le funzioni nostre di guida sul terreno delle grandi campagne di opinione, delle competizioni elettorali e dell'azione parlamentare, piuttosto che non su quello dei movimenti organizzati di massa, che presuppongono la immissione diretta nella lotta delle forze di partito come fattore di mobilitazione e di spinta (p. 131).

(...) Il partito della classe non può essere costituito che dal reparto d'avanguardia della classe operaia, pur essendo assurdo pensare - queste sono pure parole di Lenin - che in regime capitalistico quasi tutta o tutta la classe possa mai elevarsi alla coscienza e all'attività della propria avanguardia, del proprio partito socialista (p. 267).

(...) A parer mio non è dunque storicamente possibile contestare la piena legittimità dell'assunzione del marxismo-leninismo e stalinismo come ideologia del partito di classe (p. 268).

 

Se come dice Mao le idee giuste scaturiscono dalla pratica sociale, cioè dalla lotta di classe, dalla produzione e dalla sperimentazione scientifica, è sin troppo evidente che le idee giuste non vengono colte dalla maggioranza degli uomini nello stesso momento. Prima sono di uno, poi di pochi, quindi attraverso il lavoro politico e divulgativo compiuto dai 'pochi' vengono acquisite dalla maggioranza delle masse. Le idee rivoluzionarie in ogni momento della storia umana ed in ogni settore della conoscenza si sono sempre scontrate immediatamente con quelle 'dei più', che difendevano lo stato di cose esistenti. Ogni innovazione reale e non formale, dunque scientifica, vale a dire ogni innovazione nei rapporti di produzione, nelle tecniche di produzione e nella sovrastruttura politica si scontrerà sempre con la conservazione. Questa è una legge della dialettica. E questa legge bisogna studiare anche per risolvere il problema della vita democratica e della circolazione delle idee nei partiti comunisti, che era e resta ancora oggi, nonostante gli insegnamenti delle figure storiche del comunismo, un problema non del tutto risolto. Altrimenti non si spiegano i mutamenti in negativo che hanno subito molti partiti comunisti nel corso della loro storia. E senza un approfondimento scientifico tale problema non si risolverà.

 

A. GRAMSCI, L'ordine nuovo, Einaudi, Torino, 1955.

E' necessario promuovere la costituzione organica di un Partito comunista, che non sia accolita di dottrinari o di piccoli Machiavelli, ma un Partito d'azione comunista rivoluzionaria, un partito che abbia coscienza esatta della missione storica del proletariato e sappia guidare il proletariato all'attuazione della sua missione storica (pp. 139-140).

(...) Il Partito comunista, sorgendo dalle ceneri dei partiti socialisti, ripudia le sue origini democratiche e parlamentari e rivela i suoi caratteri essenziali che sono originali nella storia: la rivoluzione russa è rivoluzione compiuta dagli uomini organizzati nel Partito comunista, che nel Partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutti gli uomini (p. 158).

 

A. GRAMSCI, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Einaudi, Torino, 1955.

Il moderno principe, il mito principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto, può essere solo un organismo, un elemento di società complesso nel quale abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva conosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali (5).

 

E. CHE GUEVARA, Scritti scelti , a cura di R. Massari, Erre emme, Roma, 1993. vol. I e II.

Il grande compito del partito nell'unità produttiva è d'esserne il motore interno e di utilizzare tutte le forme di esempio dei suoi militanti affinché il lavoro produttivo, la qualificazione professionale, la partecipazione alla discussione dei problemi economici dell'unità siano parte integrante della vita degli operai e si vadano trasformando in un'abitudine insostituibile (501).

(...) La nostra aspirazione è che il partito sia di massa, quando però le masse avranno raggiunto il livello di sviluppo dell'avanguardia, vale a dire quando saranno state educate per il comunismo (710).

(...) Il rivoluzionario, motore ideologico della rivoluzione in seno al partito, si consuma in questa attività ininterrotta, che finisce solo con la morte, a meno che il processo non si estende su scala mondiale. Se il suo impegno rivoluzionario si affievolisce quando i compiti più urgenti vengono realizzati su scala locale e l'internazionalismo proletario viene dimenticato, la rivoluzione che egli dirige cessa di essere una forza propulsiva e affonda in un tranquillo letargo, di cui approfitta il nostro inconciliabile nemico, l'imperialismo, per riguadagnare terreno. L'internazionalismo proletario è un dovere, ma anche una necessità rivoluzionaria. Così educhiamo il nostro popolo (712).

 

REDAZIONI del Remin Ribao - Hongqi - Jefangjun Bao, Celebriamo il cinquantenario del Partito comunista cinese , 1 Luglio 1971, Casa editrice in lingue estere, Pechino, 1971.

Bisogna attenersi al centralismo democratico. Lo statuto del nostro Partito stabilisce in modo chiaro: il principio organizzativo del Partito è il centralismo democratico, ossia il centralismo sull base della democrazia e la democrazia sotto una direzione centralizzata. Dobbiamo creare all'interno e al di fuori del Partito un'atmosfera politica in cui esistano sia il centralismo che la democrazia, sia la disciplina che la libertà, sia la volontà unanime che la soddisfazione personale e il dinamismo. Il nostro è un partito di lotta, e senza un centralismo, senza disciplina e senza volontà unanime, esso non può sconfiggere il nemico. Ma senza democrazia non vi può essere un giusto centralismo (49-50).

 

KIM JONG IL, Preservare il carattere Juche e il carattere nazionale della rivoluzione e dell'edificazione, 19 giugno 1997, Datanews, Roma.

In vari paesi in cui si stava costruendo in passato il socialismo, i partiti politici non sono riusciti a sviluppare una nuova teoria e una nuova politica al passo con le nuove realtà e non hanno saputo trovare soluzioni corrette ai problemi che sorgevano dalla necessità di garantire lo sviluppo indipendente di paesi e nazioni (p.  ).

 

Ritengo che dal bilancio storico della costruzione del Partito comunista dal tempo di Marx ed Engels ai nostri giorni, studiando sia le rivoluzioni vittoriose sia il processo di restaurazione capitalistica in molti paesi che ha determinato lo scioglimento di molti partiti comunisti, si possono trarre alcune deduzioni:

 

a) il "partito di quadri", per come Lenin lo teorizza nel Che fare? è indispensabile quando il Partito comunista opera nell'illegalità e non controlla un territorio liberato;

 

b) il "partito di quadri", dopo il rovesciamento della dittatura capitalistica, se mantiene una separazione tra di sé e le organizzazioni di massa ed ancor più tra di sé e le masse popolari più avanzate (settori di classe operaia ed in generale di lavoratori direttamente ed indirettamente produttivi di ricchezza sociale, indipendentemente se svolgono un lavoro manuale o intellettuale) si trasforma lentamente in un partito burocratico e si identifica di conseguenza con gli interessi ideologici, politici, economici e sociali degli strati privilegiati, che non scompaiono di colpo dopo il processo rivoluzionario ed anche quando i soggetti portatori di detti interessi, economicamente perdono influenza, mantengono però per lungo tempo una concezione del mondo borghese e non proletaria, vale a dire una concezione fondata sulla persistente separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra città e campagna, tra chi sempre comanda o è preposto a comandare e chi sempre esegue o è sottoposto ad eseguire; tali strati cercano di influenzare le masse popolari alla loro concezione del mondo, tanto è vero che inconsciamente anche le masse popolari esprimono le idee della vecchia società.

 

c) il "partito di massa" è la negazione del partito rivoluzionario; il "partito di massa" rappresenta il partito socialdemocratico per conquistare voti, vincere le elezioni e gestire gli affari della borghesia, magari realizzando qualche riforma per non scontentare del tutto le masse e così tenerle sottomesse;

 

d) nella situazione attuale occorre un partito che sia di quadri strettamente legati alle masse e di masse militanti (e non di masse semplicemente tesserate) e combattive che dalle lotte, dall'iniziativa politica e dal lavoro teorico selezionino i quadri dirigenti.

 

Un partito, quindi, a due livelli, intercomunicanti, laddove i quadri dirigono ciò che decidono insieme alla massa dei militanti, a quella massa che sviluppa un lavoro elementare, primordiale, di iniziativa, di propaganda e di agitazione, che vuole e deve essere partecipe e non rimanere passiva solo perché non possiede tutti gli strumenti della conoscenza scientifica e della capacità organizzativa richiesta invece ai quadri.

 

6. Pesanti compiti, pertanto, ricadono nella nostra fase storica sulle spalle dei compagni che in Italia vogliono ricostruire il Partito comunista, tenendo conto della lezione teorica del marxismo-leninismo e dell’esperienza storica, cioè dei successi e delle sconfitte subite dall'Ottobre fino ai nostri giorni, per arricchire il proprio patrimonio del sapere scientifico e culturale.

 

Sul lavoro culturale un recente intervento di A. Catone (Cfr. I comunisti e il lavoro culturale, in www.resistente.org; www.contropiano.org; 2008) rappresenta un’ottima base di discussione. In particolare desidero mettere in evidenza il seguente brano:

 

“La cosiddetta ‘crisi della politica’, per quanto ci riguarda, nasce anche dal fatto che i due principali e piccoli partiti comunisti (Prc e Pdci) sono divenuti organismi nei quali la formazione culturale e politica non è organizzata, nei quali non si studiano con metodo rigoroso le classi, il loro movimento nella società, le contraddizioni, i processi in corso. La lotta politica si riduce spesso a machiavellismo deteriore e i concetti stessi che vengono impiegati soffrono torsione politicista. Non si ragiona in termini di contraddizioni di classe, ma di ‘schieramenti’, ‘formazioni politiche’, ‘spazi politici’ da occupare. Il partito politico del proletariato, il partito comunista, è strutturalmente diverso dai partiti borghesi, anche se in alcuni aspetti esteriori può somigliare ad essi. Esso è un partito che organizza il progresso intellettuale dei suoi militanti, che si muove per il superamento della divisione tra dirigenti e diretti. Ma la forte degenerazione lo ha portato ad essere un partito in cui la separazione si è accentuata e ad avere spesso un ceto politico di basso livello. (…) La cultura marxista è divenuta oggi ampiamente minoritaria nel paese, dopo essere stata egemone o comunque fortemente radicata tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni ‘70. (…) La crisi del marxismo in Italia fu legata alla caduta di progetto strategico nel Pci, alla sua incapacità di darsi una linea convincente dopo il fallimento del compromesso storico. (…) In questo momento particolare è fondamentale lavorare per il superamento della frammentazione, per la concentrazione e centralizzazione di tutte le risorse comuniste umane e materiali. Lavoro particolarmente difficile nella situazione data, in cui non c’è una forza comunista dotata di una ‘massa critica’ tale da potersi presentare come polo, magnete di riaggregazione delle piccole repubbliche autonome comuniste sparse per l’Italia”.

 

I comunisti devono anche promuovere, nell'ambito di un disegno internazionale comune, una politica di alleanze sul piano nazionale tra forze sociali e politiche anticapitalistiche ed antimperialiste, soprattutto contro l’egemonismo americano.

 

Perno di questo fronte nei paesi capitalistici è la stretta unità tra lavoratori direttamente produttivi (operai, braccianti, piccoli contadini, piccoli artigiani) ed indirettamente produttivi (scienziati, tecnici, docenti, operatori sociali) della ricchezza sociale. Per preparare la controffensiva bisogna attrezzare sul piano ideologico, politico e dell'azione di massa il costruendo Partito comunista, che pertanto non può essere il frutto di un compromesso fra correnti diverse, fondato sull'eclettismo e sulla generica lotta per un socialismo come aspirazione o come sol dell'avvenir, ma che nell'ambito di una corretta dialettica e democrazia interna lotti invece da subito per la trasformazione del modo capitalistico di produzione.

 

In tal senso, il dibattito deve coinvolgere i militanti di Rifondazione, del PdCI, del vecchio PCI rimasti senza tessera o confluiti attraverso i diversi passaggi nel Partito democratico, convincerli con il dibattito ideologico e politico, utilizzando il metodo della persuasione e non quello delle invettive, nonché con le esperienze comuni della lotta di classe. Dopo il fallimento del bertinottismo e del cossuttismo non solo a livello strategico (fatto già da tempo riscontrato), ma anche a livello elettorale, i resti del PRC e del PdCI sono impegnati in un dibattito che, al di là dei buoni propositi di chi lo conduce, non riesce a maturare niente di nuovo e poco di concreto nell’iniziativa politica immediata. Pensare che la ricostruzione del Partito comunista in Italia possa avvenire dalla semplice unità di questi resti, senza un’analisi storica del movimento comunista, un approccio critico ed autocritico, individuando le diverse responsabilità sia al vertice che alla base, e senza la domanda del che fare, è quanto di più sterile si possa immaginare. In tal senso le obiezioni avanzate nel documento della Rete dei Comunisti (Cfr. www.contropiano.org., Maggio 2008) sono comprensibili:

 

“L’unità – così come il simbolo della falce e martello. - non possono essere dei feticci, dei totem da adorare, risolutori di ogni malattia. Agitare questi due fattori – che pure stanno entrambi a cuore a migliaia di compagne e compagni – indipendentemente dal contenuto concreto, dai processi reali di discussione, dalla formazione politica e culturale e dalla funzione che i militanti comunisti devono essere consapevoli di svolgere – riproduce esattamente la cultura politica e le conseguenti distorsioni che hanno portato la sinistra e i comunisti alla crisi oggi visibile agli occhi di tutti. Abbiamo assistito in questi ultimi decenni alla devastante subordinazione delle analisi e delle elaborazioni ‘teoriche’ alle necessità politiche e tattiche del momento”.

 

Bisogna avviare, quindi, a mio modesto avviso, un confronto critico ed autocritico di ampia portata su tre livelli (ideologico, politico ed organizzativo sulla forma-partito) tra tutti i comunisti su una base di parità tra chi ha la tessera e chi non ce l’ha, tenendo conto dell’esperienza storica del movimento comunista italiano ed internazionale ed evidenziando ciò che unisce da ciò che divide, ma nello stesso tempo ricercando una unità d’azione nelle iniziative di massa (sia per quanto riguarda la politica interna come pure per quella internazionale) o nella partecipazione alle competizioni elettorali (come Fronte comunista unitario, ma la denominazione è secondaria!) anche se a livello ideologico, politico ed organizzativo esistono delle divisioni e non si è ancora realizzata la ricostruzione del Partito comunista. La situazione incalza e bisogna dare risposte immediate e precise.

 

Oggi la situazione internazionale è caratterizzata da un accentuarsi delle contraddizioni interimperialistiche fra USA, Unione Europea e Giappone, per un verso e per altro verso fra le contraddizioni tra queste potenze storicamente imperialistiche sia con alcuni grandi paesi, come la Russia, la Cina, l’India, il Brasile, i quali per le note vicende storiche (Russia e Cina) o perché paesi emergenti con numerose popolazioni, mescolano un insieme di contraddizioni di tipo antagonistico e non; sia con tutti i paesi del mondo che vogliono scrollarsi il dominio imperialistico, in particolare quelli orientati alla costruzione di una formazione sociale socialista, come Angola, Benin, Bolivia, Cambogia, Congo, Corea, Cuba, Ecuador, Laos, Mozambico, Nicaragua, Venezuela, Vietnam.

 

La crisi economica e finanziaria che scuote il modo capitalistico di produzione, a partire dal paese più forte, cioè gli USA, aggrava le tensioni interimperialistiche e sollecita iniziative belliche per ora a livello regionale, domani potrebbero degenerare su vasta scala. Analizzare dove va il mondo e schierarsi nel giusto fronte è un elemento importante per l’unità dei comunisti. I comunisti non possono avere una visione miope, non possono pensare di rafforzarsi radicalizzando il loro linguaggio oppure esasperando una conflittualità settoriale, non vedendo quello che avviene all’orizzonte. Il particolare deve sempre essere subordinato al generale. Altrimenti si scambia l’azione di un Partito comunista che si vuole costruire con le tante pratiche settoriali di organizzazioni o gruppi, anche se a volte giuste, che in Europa dal Maggio rosso sino ai nostri giorni sono balzate alla ribalta.

 

I comunisti devono cogliere le linee di tendenza dei fenomeni storici, devono sapere interpretare la conflittualità sociale ed orientarla, devono capire che quando matura una contraddizione gli opposti che la sollecitano all’inizio non sono netti e non sempre corrispondono ai loro schemi mentali.

 

In particolare le contraddizioni e lo sviluppo di alcuni paesi, come la Cina, l’ex area sovietica, l’America Latina non si possono comprendere rimanendo legati ad una visione ‘fondamentalista, di tipo terzinternazionalista’.

 

Il socialismo del XXI secolo che si va a realizzare in America Latina è un’importante esperienza storica da studiare attentamente non solo ai fini della strategia e della tattica da adottare per trasformare il vecchio modo di produzione, ma anche al fine di capire come costruire la forma-partito d’avanguardia. E non c’è solo l’esperienza cubana e del suo Partito comunista, la quale si è costruita nei fatti del processo rivoluzionario (e non secondo schemi precofenzionati), partendo dalla fermezza rivoluzionaria di una piccola avanguardia (gli ottanta membri del Granma che scavalcano la vecchia formazione politica comunista che ruotava attorno ad Escalante); un’esperienza che ha visto un continuo rafforzamento del Partito che dirige lo Stato e non un suo crollo dopo il crollo dell’Urss e dello scioglimento del PCUS, a differenza di tanti altri che avevano un rapporto privilegiato con lo Stato ed il Partito sovietici. C’è anche l’esperienza del Partito Socialista Unificato del Venezuela e del Partito Comunista del Venezuela, assi portanti dell’attuale processo rivoluzionario. Ed anche quelle del Fronte Sandinista in Nicaragua e dei Partiti dell’avanguardia delle masse popolari in Bolivia ed in Ecuador. In ogni caso, dall’esperienza dell’America Latina viene sempre alla ribalta che il processo rivoluzionario avanza con lo sviluppo del partito rivoluzionario. Ed anche se, nella prima fase, la lotta di massa scaturisce da movimenti e/o da leaders rappresentativi che, per il loro stretto legame con le masse, hanno vinto le elezioni (come è il caso di Ugo Chavez in Venezuela, di Evo Morales in Bolivia e di Rafael Correa in Ecuador), per poter trasformare la società dopo la presa del potere c’è bisogno del partito dell’avanguardia della classe operaia e delle masse popolari, tanto è vero che, in questi paesi, il partito d’avanguardia è stato organizzato o sta per essere organizzato. Quindi chi pensa, da un lato, che la forma-partito d’avanguardia nel senso leninista è superata non ha preso insegnamento dalle esperienze rivoluzionarie attestate dalla storia. Chi, dall’altro lato, rimane in modo dogmatico legato ai modelli terzinternazionalistici senza imparare dall’esperienza altrui, sol perché i paesi in cui si è avviato un processo rivoluzionario non si possono definire a capitalismo avanzato, in quanto mancante di un proletariato di massa, non riuscirà mai a fondare e sviluppare un autentico partito comunista di quadri e di massa.

 

Certo, il proletariato dei paesi capitalistici rappresenta oltre alle masse dei paesi avviati verso una formazione sociale socialista ed alle masse ancora oppresse dei paesi d’Asia, Africa e America Latina, una forza rivoluzionaria determinante per cambiare il mondo. Tuttavia, per realizzare questo importante obiettivo storico, deve abbandonare la visione eurocentrica dello sviluppo della lotta di classe, che lo ha pervaso, e riprendere il legame interrotto negli ultimi decenni con i popoli oppressi ed altresì deve abbandonare una concezione economicistica e corporativa della lotta di classe, magari pensando che non serve più il Partito comunista per il XXI secolo, ritenendo prioritarie solo le diverse organizzazioni di massa che spontaneamente si formano nella società. In Italia, ad esempio, è questa la linea dei dirigenti dei Cobas. Invece, il problema della costruzione del Partito, come avanguardia politica, è indispensabile ai fini della guida ideologica e politica, e non burocratica, della lotta di massa, la quale si regge anche sull’iniziativa di specifiche organizzazioni, quali:

 

a) il sindacato di classe o quando non esiste le organizzazioni di base dei lavoratori che sono cresciute per difendere l'occupazione ed il valore della forza-lavoro;

 

b) quelle contadine per la difesa del loro lavoro contro la rapina monopolistica del capitale transnazionale;

 

c) quelle ambientaliste per la difesa del territorio dalla mercificazione continua innescata dal modo capitalistico di produzione che ha determinato a lungo andare processi d'inquinamento e disastri naturali irreversibili;

 

d) quelle sociali e ricreative.

 

Ormai è assodato, sulla base dell'esperienza storica, che la lotta per la trasformazione della formazione sociale capitalistica comprenderà un periodo piuttosto lungo, a differenza di quanto si immaginava in passato, per cui dopo un decennio di potere popolare si pensava che il socialismo era cosa fatta. Ed in questa lunga fase storica la lotta di classe rappresenterà il motore per lo sviluppo sociale e per impedire lo scatenamento di guerre locali e generali da parte dell'imperialismo e per evitare la distruzione ambientale, attraverso l'esasperazione dei processi produttivi basati sui valori di scambio e sul crescente divario sia tra città e campagna, sia tra megalopoli (che principalmente dissipano ricchezza) e piccoli centri urbani.

 

Verso quale sviluppo avanzare è una scelta di classe, una lotta costante tra due linee e due vie, che sono presenti sia nel Partito come pure nella società e non una lotta immaginaria solo per demonizzare ed annientare fisicamente una fazione presente nel Partito, come spesso è avvenuto nel passato. Lo scontro è reale, e come reali sono le categorie, reali sono le figure che esprimono dette categorie e la vittoria avviene quando di fatto sono superate le categorie, perché non possono più attecchire nella società, quindi perché risultano storicamente superate e non perché sono state sostituite, o peggio ancora annientate, le figure che le rappresentano.

 

Pertanto, si è della convinzione che la realizzazione della formazione sociale socialista avverrà non solo abolendo lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ma anche quello della natura, quando nel corretto rapporto energia-economia-ambiente le produzioni saranno destinate a realizzare valori sociali, come perno di una vita sociale fondata sul collettivismo, e saranno superati di fatto, perché la coscienza collettiva non li richiede più o non li rappresenta più, i valori di scambio e l’individualismo atavico scaturito dalla proprietà privata dei mezzi di produzione.

 

Per queste ragioni, nel presente momento storico rivendicare la costruzione del Partito comunista senza tener conto da un lato della lotta di classe e dall’altro delle leggi fisiche e bio-chimiche che regolano le condizioni naturali d’esistenza non ha alcun senso, diventa una antinomìa, una contraddizione insita nel processo, un ossimoro, insito nel pensiero.

 

7. Di conseguenza nel XXI secolo anche nella denominazione enel programma di un Partito comunista si dovrebbero associare le due categorie del comunismo e dell’ambientalismo. Specificatamente per diversi motivi, di natura storica e fisica:

 

a) Per il richiamo al comunismo come categoria storica e quindi all'esperienza storica del movimento comunista internazionale, avanguardia delle grandi rivoluzioni del XX secolo, attraverso l'analisi dei fatti sulla base del materialismo storico e dialettico e la ricerca obiettiva delle documentazioni storiografiche sui grandi dibattiti che divisero i comunisti nel confronto ideologico per ogni fase storica tra le due linee e le due vie, senza condanne e abiure aprioristiche. Il richiamo all'esperienza storica del movimento comunista internazionale è altresì indispensabile per creare uno spartiacque con la corrente revisionistica che ancora genericamente si richiama al 'comunismo' e con tutti gli opportunismi che, sull'aspirazione universale all'eguaglianza, si inseriscono per imporre il 'comunismo' dei gruppi che inganna le masse e arreca grossi vantaggi personali a chi lo pratica (deputati, consiglieri, ecc.).

 

b) Per il richiamo esplicito all'ambientalismo, che oltre a rappresentare un riferimento oggettivo alla natura ed alla sua dialettica, permetta lo sviluppo della teoria scientifica e legga i processi naturali per trasformarli in direzione della creazione di un ordine nuovo, assicurando nello stesso tempo il controllo dei processi entropici che si determinano nel corso della trasformazione, pena la distruzione dell'ecosfera.

 

c) Per impedire che la demagogia dei gruppi 'ambientalisti', appropriandosi di certe tematiche e rivolgendole a fini secondari, distragga le masse dall'obiettivo storico di creare un nuovo ordine: il comunismo. In altri termini bisogna impedire che i gruppi 'ambientalisti' svolgano la stessa funzione dei 'riformisti' della fine Ottocento e del primo Novecento nella direzione del movimento operaio (cioè prima d'essere smascherati dal leninismo), che era quella, come è noto, di ricevere dalle masse la delega per gestire lo Stato borghese e non far maturare la rivoluzione socialista e quindi negare ad esse di diventare forza dirigente.

 

Il Partito comunista ambientalista dovrà essere il Partito politico dei lavoratori direttamente ed indirettamente produttivi di ricchezza sociale, composto dagli elementi più coscienti di essi, e nel programma dichiari esplicitamente di rispettare le condizioni naturali d'esistenza, di cui sono espressione le leggi della termodinamica, della biologia evoluzionistica, del materialismo storico e dialettico. E questo programma, nell’attuale fase storica deve consistere nel trasformare il modo capitalistico di produzione per instaurare attraverso un processo di transizione una formazione sociale socialista. Compito di lunga durata, invece, sarebbe la realizzazione di una formazione sociale comunista.

 

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