www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 18-05-09 - n. 274

da Oltre Confine n.24 - Newsletter settimanale del Dipartimento Esteri del PdCI - www.comunisti-italiani.it/index.php?module=News&catid=&topic=15
 
L’Unione Europea e il ruolo dei comunisti
 
di Alexander Höbel
 
1. La crisi in corso
 
Viviamo una fase segnata da una grave crisi capitalistica: una crisi sistemica, strutturale, che riguarda l’economia reale e la finanza, ormai difficilmente separabili. Un processo che, assieme alla crescente scarsità di risorse alimentari, idriche ed energetiche, e ai danni inferti all’ecosistema e al clima, segnala l’emergere di una vera e propria “crisi di civiltà”.
 
Le cifre sono impressionanti. Gli organismi finanziari prevedono un calo dello 0.5% del PIL mondiale. In sostanza, siamo in recessione, e ad andare peggio sono proprio le economie più sviluppate, Europa compresa (-2%). Le conseguenze sociali sono allarmanti. Si prevede un aumento di 50 milioni di disoccupati nel mondo. In Europa si ipotizza un aumento di più del 9%, il che significa altri 3 milioni e mezzo di disoccupati1. In un mondo in cui fame e sottosviluppo già uccidono milioni di esseri umani, si prevedono altri 150 milioni di poveri, nuove schiere di “dannati della terra”, innanzitutto in Africa2.
 
La crisi, dunque, è globale. I mutui subprimes ne sono stati solo il detonatore. La sua origine – sottolinea Vladimiro Giacché – sta nel fatto che, dopo i decenni postbellici in cui l’economia dei paesi sviluppati cresceva e i lavoratori strappavano conquiste sempre maggiori, da circa 25 anni il capitale ha avviato una controffensiva volta a ridurre la quota di PIL destinata ai salari e ad aumentare quella dei profitti. Nell’Europa centrale, la percentuale dei profitti è passata infatti dal 23% del 1983 al 33% del 2007.
 
Negli USA le cose sono andate anche peggio. Perciò, di fronte a una paurosa diminuzione dei salari reali, per far sì che comunque i lavoratori acquistassero, si è drogato il mercato, avviando una micidiale spirale di acquisti a credito. Spesso questi crediti, essendo il mercato immobiliare in crescita, venivano ricavati da mutui e ipoteche sulle case, i quali generavano prodotti finanziari derivati, a loro volta oggetto di una compravendita di carattere speculativo. Quando il mercato immobiliare si è fermato, questa costruzione è crollata come un castello di carte, e la gigantesca bolla finanziaria è esplosa. Ma intanto i titolispazzatura, del tutto virtuali, avevano già invaso il mercato finanziario mondiale3.
 
Alla radice della crisi, dunque, vi è la natura stessa del sistema, la sua tendenza alla polarizzazione economica e sociale, e nello specifico il pauroso aumento delle disuguaglianze che dura da un quarto di secolo, e che ha segnato la fase neo-liberista di Reagan e della Tatcher, ma anche di Clinton e Blair; gli anni della deregulation e delle privatizzazioni, del ritiro dello Stato e della fede cieca nel Mercato, nella vecchia illusione del capitalismo che si “autoregola”. Il crollo di questi miti – a cui anche tanta parte della “sinistra” è stata subalterna –, il fallimento di queste politiche, il fatto che si torni a parlare di un forte ruolo dello Stato nell’economia, di nazionalizzazioni e di programmazione, aprono ai comunisti un grande spazio per un’iniziativa politica forte e incisiva. La disuguaglianza, oltre a essere ingiusta, non è neanche efficiente; l’anarchia del mercato non è la fine della storia; un’altra organizzazione economica e sociale è possibile.
 
2. Un’altra Europa è necessaria
 
Tutto questo significa che anche un’altra Europa è possibile, e soprattutto è necessaria. Fin dall’inizio, noi comunisti ci siamo schierati contro l’Europa del capitale e quel Trattato di Maastricht che coi suoi rigidi vincoli di bilancio ha giustificato e politiche economiche antipopolari, tagli alla spesa pubblica e devastazione dello stato sociale.
 
Ora la situazione è ulteriormente peggiorata col Trattato di Lisbona e la Direttiva Bolkestein. Il primo, che in sostanza sostituisce il Trattato di Maastricht, aumenta i poteri della Commissione, sottraendoli al Parlamento Europeo e riducendo ancora la sovranità dei singoli paesi; nel campo della politica economica, UE e BCE potranno bocciare misure prese dai singoli governi.
 
Il Trattato, inoltre, prevede la possibilità di missioni militari offensive, in spregio all’articolo 11 della Costituzione italiana; a un gruppo ristretto di paesi sarebbero affidate le maggiori decisioni di carattere militare. Infine, sul terreno della “sicurezza”, sono previsti misure e interventi repressivi molto duri in caso di pericolo di guerra o terrorismo, o per reprimere “sommosse”; non è chiaro se tra queste rientrino anche movimenti di protesta di massa4.
 
La Direttiva Bolkestein, dal canto suo, prevede la liberalizzazione – ossia la privatizzazione – di servizi essenziali quali l’acqua, la sanità ecc.; servizi che invece devono rimanere pubblici. Ma essa ha anche delle gravi ripercussioni sul mercato del lavoro: con la clausola del “paese d’origine”, infatti, si può impiantare un’azienda in uno Stato con poche garanzie sociali e avvalersi di quel sistema normativo anche coi lavoratori assunti in altri paesi. È facile pensare a quanto questa clausola sarà usata, stabilendo sedi legali fittizie, con la conseguenza di un’ulteriore corsa al ribasso delle condizioni di lavoro5.
 
Sul piano politico, infine, le norme approvate in sede europea, che mirano a criminalizzare le forze comuniste, mettendole sullo stesso piano di forze nazi-fasciste6, che si aggiungono alle persecuzioni di cui i comunisti sono vittime in vari paesi dell’est (dalla Repubblica Ceca, dove l’organizzazione giovanile è stata messa fuori legge, alla Lituania, in cui il segretario del PC ha scontato ben 12 anni di carcere per le sue idee), fanno pensare a un’Unione Europea che, col pretesto della lotta alle forze “totalitarie”, colpisce le forze anticapitaliste, col rischio di imporre essa stessa un totalitarismo morbido, quello del Mercato e del Pensiero Unico.
 
Dunque, se la crisi apre nuove prospettive, si profila anche la possibilità di una sua gestione autoritaria. Rispetto a ciò, non solo occorre intensificare la “vigilanza democratica”. Ma soprattutto bisogna ricostruire un minimo di coscienza di sé dei lavoratori salariati, un minimo di unità classe. Occorre quindi popolarizzare la nostra analisi della crisi, spiegare che la colpa è dei capitalisti e non degli immigrati o della Cina; evitare nuove guerre tra poveri, e iniziare a costruire un nuovo blocco storico anticapitalista, che comprenda occupati e disoccupati, stabili e precari, lavoratori europei e immigrati. Per farlo bisogna trovare parola d’ordine unificanti: una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, la difesa della contrattazione collettiva nazionale e l’idea di un contratto collettivo europeo che porti verso l’alto gli standard, delle vere nazionalizzazioni che consentano non di addossare alla collettività i costi delle perdite capitalistiche ma di acquisire spezzoni significativi dell’apparato produttivo e dello stesso mercato finanziario, e infine la costruzione di un nuovo stato sociale europeo.
 
Ma vanno valorizzate anche esperienze di altri luoghi come l’America Latina, dove da Cuba al Venezuela si rilancia in termini concreti l’attualità del socialismo, mentre in Argentina alla crisi del 2001 molti lavoratori hanno risposto organizzandosi, occupando le fabbriche, avviando autogestioni e costituendo cooperative, che oggi sono riconosciute dallo Stato e hanno consentito al paese una notevole ripresa economica: i costi sono stati tagliati, ma dalla parte del capitale7.
 
3. Il ruolo della soggettività comunista e la scadenza delle elezioni europee
 
In una situazione come questa, ricca di potenzialità ma anche di pericoli, è determinante l’elemento soggettivo, e in particolare il ruolo e la presenza organizzata dei comunisti. È per questo che in questi mesi abbiamo lottato per affermare la prospettiva dell’unità dei comunisti; un’unità che sia il nucleo portante di una sinistra che voglia di nuovo svolgere il suo ruolo legato alla trasformazione sociale.
 
In questo quadro il passaggio delle elezioni europee è fondamentale. Non raggiungere il 4% significherebbe la scomparsa dei comunisti italiani anche dal Parlamento europeo, il che darebbe ulteriore forza alle destre e sarebbe un colpo tremendo per la riaggregazione dei comunisti. Bisogna quindi impegnarci al massimo; fare una campagna elettorale “all’antica”, una campagna di massa, con caseggiati, volantinaggi nelle strade e nei mercati, propaganda nei luoghi di lavoro e di studio. Dobbiamo usare questa scadenza come un’occasione per far crescere di nuovo tra i lavoratori l’idea che il sistema capitalistico produce crisi; che occorre superare l’anarchia del mercato e programmare l’economia in modo democratico e sociale; che bisogna ridare un forte ruolo allo Stato nell’economia, ridurre gli orari di lavoro e programmare un nuovo modello di sviluppo che modifichi il modo di produzione e i rapporti di proprietà, e consenta di distribuire diversamente le risorse, di fare i conti con la loro finitezza e di non danneggiare ulteriormente l’ambiente e il clima. Ma per fare tutto questo bisogna innanzitutto ricostruire la coscienza e l’unità di classe, dare ai lavoratori salariati, pur nella frammentazione esistente, la consapevolezza di essere un soggetto sociale unitario, e di esserlo a livello anche internazionale. Occorre quindi ridare ai lavoratori una prospettiva sindacale e politica quantomeno europea.
 
 


1  V. Giacché, Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti, in PdCI, Direzione nazionale di approfondimento sulla crisi economica e proposte del partito per uscirne a sinistra, Roma, 2009, p. 10. Cfr. http://www.comunistiitaliani. it/modules.php?op=modload&name=News&fil e=article&sid=5228.
2  Galapagos, La crisi si mangia l’Africa, “il manifesto”, 11 marzo 2009.
3 Giacché, Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti, cit., pp. 11-13.
4 La traduzione italiana del Trattato è in http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload/cg00014.it07.pdf.
 
5 Il testo della Direttiva Bolkestein è in http://www.fpcgil.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2019.
 
6 http://www.europarl.europa.eu:80/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P6-TA-2009-0213&language=IT&ring=B6-2009-0165. Ma cfr. anche la risoluzione 1481 del P.E. del 26 gennaio 2006 sui “crimini dei regimi totalitari comunisti”.
7 G. Tognonato, Aperti per fallimento, “il manifesto”, 11 aprile 2009.