www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 10-06-09 - n. 277

Dalla riflessione approfondita sui risultati delle elezioni europee la solita domanda sorge spontanea: che fare?
 
di Giuseppe Amata
 
E’ giunto il momento di profonde riflessioni. Le critiche o le autocritiche dei gruppi dirigenti del PRC o del PdCI sono necessarie, ma non bastano. E’ facile criticare come spesso si fa, meritatamente, l’opportunismo ed il tatticismo di questi gruppi, a partire dall’ultimo ventennio, vale a dire dalla fase di scioglimento del PCI al modo come è stato fondato e poi costruito e scisso (da correnti grandi o piccole o da azioni individuali di militanti che non ne potevano più) il PRC.
 
Ma non è il proposito di questo scritto, che vuole invece affrontare le questioni economiche e sociali che hanno determinato in Europa, con maggior attenzione all’Italia (per la migliore conoscenza della situazione politica), negli ultimi vent’anni, un processo di involuzione di massa, per non dire di fascistizzazione di massa, che riflette a livello elettorale da un lato l’avanzamento dei partiti del centro-destra e dall’altro l’aumento dell’astensione, la quale non interessa solo i cosiddetti qualunquisti bensì interi settori popolari.
 
Espongo in merito alcune considerazioni come invito alla discussione.
 
1) In Europa occidentale negli anni ’90 vi è stato un riflusso dovuto ai moti controrivoluzionari nell’est europeo ed in Unione sovietica ed alla tragicomica fine dei partiti comunisti, i cui alti dirigenti erano i portabandiera dell’anticomunismo, riciclatisi in seguito alla testa di partiti liberalborghesi o socialdemocratici o diventati proprietari dei pacchetti azionari delle fabbriche statali che si privatizzavano oppure lacché del capitale finanziario occidentale che penetrava in quei paesi comprando edifici pubblici, grandi palazzi per farne magazzini commerciali o alberghi e richiedendo lo smantellamento di alcune fabbriche che, sebbene non avanzate tecnologicamente, avevano una loro funzione nell’economia nazionale.
 
2) In Italia nel 1993 trionfa il referendum reazionario di Occhetto e Segni e giustamente Lucio Libertini del PRC, pur non essendo un marxista-leninista, ma un dirigente di elevata cultura storica ed economica, disse che era iniziato un processo reazionario di massa. Quelle posizioni davano fastidio al segretario del PRC di allora, Sergio Garavini, il quale sulla base della nuova legge elettorale che si stava architettando, pensava un adattamento alla nuova situazione, realizzando una “Confederazione della sinistra” una specie di Arcobaleno elettorale anticipato. L’opposizione nel Comitato Politico fu netta e seppur con un miscuglio di giuste posizioni e di posizioni che desideravano solo prendere la leadership del partito, Garavini dovette dimettersi. Dopo diversi mesi di transizione e la scomparsa di Libertini, si facilita l’elezione di un nuovo segretario, cioè di Bertinotti con l’imprimatur di Cossutta, non all’unanimità (se ricordo bene circa 30 contrari tra oppositori e astenuti) e la nuova leadership bifronte conduce il PRC a dimenticare di analizzare il fenomeno del processo reazionario di massa, magari per individuarne le responsabilità economiche, sociali e politiche, per adeguarsi, invece, a quanto risultava dalla nuova legge elettorale: ed infatti nel corso degli anni sono state realizzate diverse alleanze elettorali in forme diverse con PDS, Margherita, socialisti, PD, verdi ed altri (con l’intermezzo della spaccatura in due del PRC e la nascita del PdCI); ed è stato dato il sostegno ai due governi Prodi fino alla formazione dell’Arcobaleno ed alla secca sconfitta elettorale. Quindi il risultato della lista dei Comunisti Uniti alle europee dell’altro giorno conclude questo processo e seppur fermando il tracollo dello scorso anno, non riesce a superare la soglia del 4%.
 
3) Perché, a differenza di altri paesi europei, i comunisti italiani a livello elettorale non riescono a superare la soglia del 4% e soprattutto non la superano nel Nord-ovest, luogo delle grandi fabbriche e culla della piccola formazione parlamentare comunista all’epoca di Gramsci? Certo non la superano neanche nel Nord-est (ora più industriale che contadino, a differenza degli anni 50 feudo della DC), oltreché nelle Isole (ma qui a livello elettorale c’è stato sempre un grande divario, dopo le grandi lotte per la terra ed il sussulto delle elezioni politiche del 1976, con il Centro-nord!).
 
4) E’ stato mai trattato a livello scientifico, cioè di analisi marxiana, e non in senso illuministico, da parte dei partiti comunisti italiani il fenomeno dei migranti in Europa sia dall’est verso l’ovest che dai territori extra-comunitari?
 
E’ stato mai spiegato bene alle masse popolari il reale significato di questo fenomeno per evitare a livello di massa fenomeni come quello di Le Pen in Francia, a partire da vent’anni addietro, per finire a quello leghista in Italia, i cui partiti non si sono ingrossati solo con i voti dei piccoli borghesi impiegatizi, dei padroncini industriali, contadini o commerciali, bensì della classe operaia spoliticizzata?
Sono stati affrontati con discussioni serie nei circoli o nei direttivi delle federazioni questi fenomeni intrecciati alla “globalizzazione” oppure sono stati affrontati ripetendo slogan, che se giusti in una visione illuministica e di generico internazionalismo, sono passati sopra la testa delle masse?
 
5) Non bisogna dimenticare le lezioni della storia e spiegare ai militanti che il fascismo ed il nazismo (regimi al servizio del capitale finanziario) se ebbero il maggior consenso di massa da parte della piccola e media borghesia impoverita dalle crisi economiche che si susseguirono in Europa (subito dopo la grande guerra e poi con la grande crisi del 1929-33) catturarono, soprattutto in Germania in seguito alla grande disoccupazione, larghi strati di operai che avevano perso il lavoro e che tornavano a lavorare con il riarmo e con la pretesa del regime di occupare “gli spazi vitali per la nazione germanica e le terre sottratte con la perduta prima guerra mondiale”.
 
6) Come si pone oggi l’Europa di fronte alla devastante crisi economica che ha seguito la crisi finanziaria? Come si pone l’America? E’ vero che il fondo della crisi è stato toccato, sol perché le borse non crollano più vistosamente, ed è vero che sta per iniziare la ripresa, seppur lenta, come sostengono tutti i cosiddetti esperti, i manager privati e pubblici, i politici interessati? Oppure la crisi reale sta iniziando proprio adesso e le contraddizioni fra gruppi monopolistici e fra grandi potenze per il dominio del mondo si stanno scatenando?
 
Ricordiamo che gli USA sono usciti dalla crisi 1929-33 con il New Deal, il quale ha impedito il riesplodere della lotta di classe (già diffusa nella società americana dalla guerra d’Indipendenza fino al primo ventennio del Novecento!) dopo il boom per l’aumentata presenza a livello internazionale in seguito agli esiti del primo conflitto e all’espansione del ciclo economico negli anni ’20. Mentre, di rimando, l’Europa sprofonda nel totalitarismo nazi-fascista. Quindi, con la seconda guerra mondiale e con il trionfo degli USA, nell’ambito del fronte antinazifascista, il cui perno principale era rappresentato dall’Unione Sovietica, si afferma un nascente egemonismo prima in Europa occidentale e poi, con la crisi del colonialismo anglo-francese, in altre parti del mondo, che sopisce all’interno le contraddizioni di classe, anzi ingloba i sindacati nelle politiche reazionarie ed imperialistiche.
Solo da qualche anno negli USA riparte la lotta di classe, perché i lavoratori e la piccola borghesia imparano sulla loro pelle quelle che Marx definiva leggi coercitive della concorrenza, insomma il volto spietato del capitalismo. I gruppi dirigenti americani più scaltri capiscono che per mantenere la posizione egemonica nel mondo e per scaricare le loro contraddizioni sugli altri paesi hanno bisogno in questo momento, per uscire dalla crisi, di un forte intervento dello Stato e di una politica estera più elastica. Il capitalismo monopolistico di Stato come scriveva Engels non sopprime i rapporti capitalistici ma li spinge ad un livello più alto.
 
Ed in Europa, invece, si persevera diabolicamente nelle ulteriori privatizzazioni, si esasperano i conflitti sociali e le questioni delle autonomie locali, si strumentalizzano le presenze degli extra-comunitari e dei lavoratori dell’Europa dell’est (che da un lato attraverso i bassi salari a loro pagati si permette la realizzazione di elevati profitti e dall’altro si aizzano i lavoratori italiani nei loro confronti, come portatori dei conflitti sociali e civili esistenti), come se mafia e delinquenza non fossero precedente alla loro presenza. Caso mai anche la mafia e la delinquenza organizzata si avvalgono di questa manodopera a basso prezzo per ogni tipo di lavoro lecito o illecito oppure per furti, spaccio di droga e regolamenti di conti. Il tutto per formulare una Costituzione europea, arretrata rispetto alle Costituzioni dei singoli paesi che scaturirono dalla lotta antifascista, tutta a favore del capitale finanziario e negatrice di elementari diritti economici e sociali.
In Italia, in particolare oltre ad utilizzare le linee generali prevalenti in Europa, si è accentuato il processo di scardinamento dell’ordinamento costituzionale ed istituzionale perché non corrispondenti al dominio del capitale finanziario, prova ne sia il continuo attacco alla magistratura, alla scuola pubblica, all’università ed alle riduzione delle forze di polizia (per dare priorità ad una nuova milizia squadristica!). Così, la borghesia finanziaria, la Confindustria ed il governo Berlusconi, con la complicità anche di settori del PD e dell’UDC, si preparano a realizzare l’avviato processo di fascistizzazione dello Stato. Analogamente in Francia, in Germania, mentre in Polonia e nei paesi baltici ex-sovietici è già stato realizzato.
 
7) Che fare dunque da parte delle forze comuniste italiane dopo le elezioni?
 
Ripartire con i soliti tatticismi, adeguando le alleanze elettorali per non “scomparire” oppure unire seriamente dal punto di vista ideologico, politico ed organizzativo i comunisti in un solo partito, sviluppando il movimento ed il dibattito scaturito dopo la disfatta elettorale della lista Arcobaleno ed interrotto con l’incalzare delle elezioni europee per la “necessità impellente” di presentare la lista e di soprassedere alle questioni ideologiche, politiche ed organizzative?
 
Gli attuali gruppi dirigenti del PRC e del PdCI dovrebbero avviare il processo convocando una Costituente con all’ordine del giorno tre argomenti (l’ideologia, il programma, l’organizzazione del Partito comunista nel XXI secolo) e mettersi da parte. Non devono certamente fare quello che ha fatto Vendola. Il quale, sin dall’inizio di Rifondazione (diventato un dirigente della Direzione nazionale, poi premiato nel ’92 con l’elezione alla Camera, quindi con la vice-presidenza della Commissione Antimafia ed infine con la presidenza della Regione Puglia) ha sempre fatto parte della maggioranza del partito contribuendo alla sua linea politica, mentre i compagni che non la condividevano dovevano rispettare le decisioni della maggioranza. Allorché, invece, va in minoranza nel Comitato politico ecco che prepara la scissione per costituire una nuova formazione politica. Ed ora, dopo il suo insuccesso elettorale, anziché autocriticarsi per le divisioni che ha creato, rilancia sempre in prima persona perché tutto quello che un “dirigente” fa è sempre giusto. Chi pensa di comportarsi in questo modo, cioè di ritenersi insostituibile facendo sempre il dirigente, sbaglia di grosso. Il tempo delle furbizie e del dominio incontrastato dei vertici sulla base, cioè di quei pochi che sono nati dirigenti o che si sono iscritti alla Direzione sulla massa dei quadri e dei militanti sempre pronti ad obbedire, è da tempo finito. La capacità direzionale dei leaders bisogna dimostrarla sul campo ed in ogni caso non sarà incondizionata né illimitata.