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- pensiero resistente - unità dei comunisti - 27-10-11 - n. 383
da www.costituentecomunista.it/italia/siamo-comunisti-non-genericamente-indignati.html
Siamo comunisti, non genericamente "indignati"
di Antonio Catalfamo
24/10/2011
Proponiamo qui di seguito una riflessione, pacata, ma profonda, sulla manifestazione del 15 ottobre e sul movimento degli “indignati”, che va al di là della contingenza e getta le basi per un’analisi più ampia della società capitalistica, nella sua fase mass-mediatica ed informatizzata, e degli strumenti per cambiarla radicalmente in senso socialista.
Vogliamo fare alcune riflessioni sulla manifestazione organizzata, il 15 ottobre 2011, a Roma, dal popolo degli “indignati”, anche perché le analisi che sono state compiute sinora ci sembrano superficiali, in quanto considerano l’evento singolarmente, soffermandosi perlopiù sui limiti organizzativi (mancata previsione di misure per impedire l’infiltrazione nel corteo dei “black bloc”, ruolo delle forze dell’ordine, ecc.), senza inserire l’evento in un contesto più ampio.
In politica bisogna avere sempre il coraggio di essere sinceri e coraggiosi, di parlare chiaramente, e di saper dire anche cose scomode. Gramsci ci ha insegnato che la verità è sempre rivoluzionaria, le sue analisi spesso sono state impietose, ma profonde, articolate, tali da costituire uno strumento indispensabile per poter operare poi sul piano della prassi. Ma sovente il movimento comunista, nel nostro Paese, non ha trovato il coraggio necessario per andare fino in fondo nel processo analitico. Forse noi oggi ci troviamo in una condizione “privilegiata”. La nostra debolezza può trasformarsi in un elemento di forza. Il fatto di essere pochi ci consente di non avere remore, di non dover usare il bilancino da gioielliere per cercare di non alterare certi equilibri, di non scontentare nessuno. Il Pci, divenuto un partito di grandi dimensioni, era impedito nell’analisi penetrante dalla necessità dei “dosaggi”, di rispettare l’equilibrio fra le varie correnti che di fatto operavano nel partito, dal vertice alla base, di non urtare questa o quella componente sociale, per non perdere voti. E, invece, bisogna avere il coraggio di parlar chiaro a tutti, segnatamente, per quel che riguarda il discorso che vogliamo portare avanti in questa nota, ai giovani e agli operai.
Questa chiarezza, nei momenti decisivi, ha caratterizzato solo poche persone. Abbiamo già citato Gramsci. Dobbiamo citare pure Pasolini, proprio perché gli avvenimenti odierni hanno lontane scaturigini, che ci fanno risalire quantomeno al Sessantotto. Allora solo Pasolini ebbe il coraggio di dire che i giovani non costituiscono una classe (richiamandosi a Gramsci, appunto), che, tra di essi, ci sono i ricchi e i poveri, che essi non hanno gli stessi problemi e che non possono quindi essere considerati come un tutt’uno. Fu lo stesso Pasolini (anche qui coraggiosamente) a dire che il Sessantotto, invece di indebolire la società borghese, la rafforzava. E così fu. Il sistema capitalistico, infatti, rimase come sistema economico, e perdura sino ai nostri giorni, con tutti gli adattamenti che si sono resi necessari. Fece solo delle concessioni sul piano del costume, negli anni successivi, dal divorzio all’aborto, che non intaccarono, però, il suo assetto, le sue “regole” economiche, basate sullo sfruttamento, sulla divisione in classi della società, sulla disparità sociale. Il Sessantotto consentì, insomma, alla società capitalistica di rinnovarsi, di rigenerarsi, e di sopravvivere, con qualche sobbalzo, ogni tanto.
Ancor oggi riscontriamo in pochi intellettuali il coraggio di andare sino in fondo nell’analisi del Sessantotto. Citiamo, per fare un esempio, il sociologo Franco Ferrarotti, i cui studi richiameremo nel prosieguo.
Pure l’analisi del Sessantanove, dell’ “autunno caldo” operaio, richiede coraggio. Anch’esso consentì al sistema capitalistico di aggiornarsi. Determinò una redistribuzione della ricchezza. Nacque da lì, tacitamente, la politica “consociativa” del sindacato, ma anche del Pci, secondo la quale, quando le cose vanno bene, il padrone si degna di dare qualche spicciolo in più ai lavoratori, perché lo spendano in direzione del consumismo indotto dallo stesso sistema. E’ quello che ormai viene definito “Stato sociale”, gestito dalla Dc e dal Pci, d’intesa con i sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil). Oggi anche questo modello è entrato in crisi, perché il capitalismo, liberatosi del sistema contrapposto, rappresentato dai regimi comunisti dell’Est europeo, e soprattutto dall’Urss, ha ritenuto di non dover trattare più con nessuno. Ha tagliato diritti e salari dei lavoratori, innestando una crisi sistemica, dalla quale stenta ad uscire. Il taglio dei salari porta ad una contrazione della domanda e dei consumi, che, a sua volta, provoca un calo della produzione, che genera disoccupazione, che, a sua volta ancora, determina un’ulteriore diminuzione della domanda e dei consumi, e così via, in una spirale che già Marx aveva previsto, dalla quale è difficile uscire. Ci sarebbe un modo, anche semplice: aumentare i salari e diminuire i profitti, ma il capitalismo è tutt’altro che intenzionato a seguire questa strada.
Riassumendo, il Partito comunista italiano post-togliattiano aveva imboccato, già nella seconda metà degli anni Sessanta, la strada della “socialdemocratizzazione”. Da allora la situazione è peggiorata. All’inizio il partito si accontentò di essere “coscienza critica” della società capitalistica. Col tempo è venuta meno la stessa dimensione critica. Tant’è che il Pci è stato sciolto e la maggioranza di esso ha fondato, assieme agli ex democristiani, il Partito democratico, che non si riconosce neppure nella socialdemocrazia europea e che è sostanzialmente una forza politica di centro, che difende gli interessi di una componente della classe imprenditoriale e finanziaria italiana, contrapposta a un’altra componente, ben rappresentata da Berlusconi.
Finché visse Togliatti tutto questo non fu possibile. Con la sua superiorità culturale ed ideologica, con le sue grandi doti organizzative, con il grande fascino che esercitava sul corpo vivo del partito, sui militanti, sul popolo, impedì che venisse abbandonata la prospettiva comunista. Luigi Longo, che gli succedette come segretario generale, non potendo esercitare il ruolo egemonico del suo predecessore, inaugurò una direzione collegiale, nell’ambito della quale avevano una forte influenza la corrente socialdemocratica del partito (si pensi a personaggi come Napolitano, del quale abbiamo seguito la parabola involutiva, fino ai giorni nostri) e addirittura gruppi che puntavano all’accordo diretto con la Dc, come, di fatto, è avvenuto, qualche lustro dopo, con il “compromesso storico” e, a distanza di alcuni decenni, con la nascita del Pd, che rappresenta il punto culminante della parabola involutiva.
Veniamo alla manifestazione del 15 ottobre u.s. Era inevitabile che un po’ tutti si “infiltrassero” in un evento basato su una protesta generica, qual è, appunto, quella espressa dagli “indignati”, non solo in Italia, ma ovunque questo movimento ha iniziato ad operare. Si andava da chi aveva il preciso intento di far degenerare la manifestazione nella violenza, a chi voleva esprimere un malessere settoriale e categoriale (si pensi ai precari), senza avere una precisa strategia di lotta continuativa, a chi voleva sfruttare l’occasione per contrastare comunque Berlusconi, senza indicare un percorso alternativo di politica economica, fino ad arrivare, paradossalmente, a chi, pur non potendo sfilare in corteo, per un minimo di pudore, esprimeva “comprensione” per le ragioni di una protesta generata da una crisi nata chissà come e generata da chissà quali forze (emblematico, a tal proposito, il caso di alcuni uomini dell’alta finanza, tra cui il nuovo governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi).
La domanda da porsi è questa: com’è possibile che diverse decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, partecipino ad una manifestazione così confusa e fumosa negli obiettivi? Qui entra in gioco l’analisi fatta da studiosi attenti come Ferrarotti sugli effetti che la società mass-mediatica e informatizzata ha prodotto non solo sulle giovani generazioni in senso stretto, ma su tutta l’opinione pubblica che è in grado di avere accesso agli strumenti tecnologici messi a disposizione, su larga scala, da tale società, giunta alla sua fase matura. Vanno compresi nell’analisi, dunque, anche quelli che hanno cinquant’anni e che si sono interamente formati nell’era del computer e di Internet, nonché della televisione e dell’audiovisivo come strumento principale di acculturazione delle masse.
Ferrarotti ha osservato giustamente, in particolare in un suo aureo libretto dedicato proprio ai giovani (La strage degli innocenti, Armando editore, Roma, 2011), che con il passaggio dalla scrittura all’audiovisivo abbiamo assistito ad una svolta epocale. Mentre la scrittura costringeva ad un “corpo a corpo” con la realtà, ad un’analisi serrata, razionale, della stessa, l’audiovisivo incide sulla parte irrazionale del cervello, sulla componente emotiva. Il susseguirsi di immagini ipnotizza quasi lo spettatore, che assume un ruolo semplicemente recettivo. Con Internet si è avuto un ulteriore peggioramento. Il destinatario è travolto da una marea di messaggi elettronici, di dati non mediati, senza il filtro selettivo della ragione e della memoria, perché saltano, vista l’immediatezza della comunicazione, i margini di tempo necessari a che tale filtro operi. Questo comporta, fra l’altro, il passaggio da una conoscenza “diacronica”, cioè da una conoscenza consapevole dello sviluppo storico, a una conoscenza “sincronica”. Il destinatario crede di sapere tutto simultaneamente, in tempo reale, di essere padrone del mondo. Ci approssimiamo, secondo Ferrarotti, se non ci sarà un’inversione di tendenza, ad un’epoca dominata da “informatissimi idioti”, che sanno tutto e non comprendono niente. Il passato, la memoria, tendono ad essere rimossi da un “eterno presente”. E’ questo che il sistema capitalistico vuole, tanto che i suoi “intellettuali organici” parlano di una “fine della storia”.
E allora possiamo spiegarci come mai decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, nel senso lato che abbiamo dato al termine, accorrano ad una manifestazione fondata su “slogan” generici, che equivalgono, come strumento comunicativo, a quelli della pubblicità commerciale, e dietro i quali c’è il nulla. Nessun ragionamento, nessuna riflessione articolata e adeguata alla complessità della realtà.
Il prevalere del momento emotivo – sottolinea opportunamente Ferrarotti – è una pesante eredità culturale del Sessantotto, nel quale prevaleva, appunto, la protesta sulla proposta, la ribellione spontanea sul progetto politico, lo slogan, la parola d’ordine sulla riflessione e sull’analisi. E’ qui che il nostro discorso si salda con quel che abbiamo detto in premessa e che lo fa apparire meno ozioso di quanto poteva sembrare.
Un compito immane è dinanzi a noi comunisti. E’ necessario agire in profondità, non fermarsi in superficie, come è avvenuto purtroppo in passato. Il Pci, a partire da una certa fase, rinunciò al lavoro formativo, proprio perché aveva rinunciato alla trasformazione radicale della società in senso socialista e si accontentava di muoversi entro i confini del sistema esistente, proponendo soluzioni ai problemi con esso compatibili. Tocca a noi riprendere, con decenni di ritardo, il lavoro formativo delle masse e, soprattutto, dei giovani.
E’ necessario dar vita, innanzitutto, ad un partito di quadri, ben preparati attraverso uno studio attento della realtà e dei suoi continui mutamenti. Manca oggi un’analisi dettagliata delle reali caratteristiche assunte dalla società italiana, del modo di ragionare della gente, anche comune, della stratificazione sociale effettiva, che si contrapponga ai dati di comodo snocciolati dai vari istituti statistici al servizio del potere, delle diversità, che pure esistono, al di là dell’uso demagogico e razzista che ne ha fatto la Lega, tra le varie aree geografiche del Paese. Senza questa analisi, non saremo in grado di operare nella realtà per trasformarla. L’opposizione sarà monopolizzata da movimenti di protesta generica, come quello degli “indignati”, che, tutto sommato, non dispiacciono al sistema, perché sono inconcludenti e non possono scalfirlo e, men che mai, demolirlo. Anzi, si rischia, come nel Sessantotto, di provocare l’effetto opposto di rafforzarlo, se si pretende di combatterlo con gli stessi suoi strumenti, con la “cultura” che esso stesso propina, fondata sugli slogan, sull’emotività., sul prevalere dell’irrazionale sul razionale. Movimenti come quelli degli “indignati”, del “popolo viola”, dei “grillini”, finiscono per essere l’altro rovescio della medaglia del “berlusconismo”, che è solo una versione italiana della società capitalistica “matura”, nella fase del dominio dei mass-media e dell’informatica.
E’ necessario, inoltre, un rilancio, sul piano teorico, del marxismo, come concezione generale del mondo, come “pensiero forte”, come filosofia fondata sul primato della ragione. Questa affermazione di principio non è scontata, se si pensa che diversi intellettuali sedicenti marxisti, negli ultimi decenni, sono stati sensibili alle sirene del “pensiero debole”, del “post-modernismo”, di cui in Italia sono stati maestri personaggi come Gianni Vattimo.
Ma all’analisi dobbiamo affiancare, come ci ha insegnato Gramsci, l’azione, la “prassi”. Qualcosa inizia a muoversi nel panorama stagnante della sinistra italiana. Un po’ ovunque nel Paese stanno formandosi gruppi limitati, di venti-trenta compagni, che cominciano a riunirsi periodicamente, a discutere, a prendere iniziative legate al territorio, a darsi, nei limiti del possibile, una struttura organizzativa. La difficoltà è quella di mettere in contatto queste realtà l’una con l’altra, dare ad esse un progetto comune, un programma, articolato sì nel territorio, ma che abbia anche una visione unitaria.
Il nuovo Partito comunista sta nascendo, lentamente. Occorre aiutarlo in questa fase di crescita, evitando che si ripetano gli errori e i vizi del passato, che hanno nomi ben precisi: burocratismo, politicantismo, carrierismo, pragmatismo, tendenza compromissoria. Occorre un Partito comunista che costituisca un polo autonomo, alternativo al centro-destra e al centro-sinistra, se si vuole che esso sia degno del suo nome, che implica inevitabilmente un progetto di società totalmente contrapposto a quello capitalistico.
Bisogna partire, dicevamo, dai piccoli gruppi, per estenderli progressivamente, ed aver presente un concetto fondamentale: un Partito comunista non può non essere fondato sul ruolo egemone della classe operaia. Non possiamo essere una conventicola di intellettuali salottieri. Dobbiamo cercare il contatto col mondo del lavoro, cercare di penetrare nelle fabbriche, di inserirci nel conflitto sociale, di costituire cellule comuniste nelle varie aziende. A volte basta il contatto con una singola persona, con un singolo lavoratore, che ci introduca nell’ambiente, rompa il ghiaccio, quel muro di diffidenza che si è formato intorno alla parola “comunista” dopo che essa è stata infangata da alcuni gruppi dirigenti del passato, che ancora sopravvivono e che cercano di riacquistare vitalità, nonostante abbiano dimostrato la loro compromissione col potere, partecipando ad esperienze governative disastrose per il Paese, ma anche per la rinascita dello stesso Partito comunista su basi di serietà e di coerenza.
Attorno alla classe operaia dobbiamo costruire, sempre secondo gli insegnamenti di Gramsci, un “blocco storico”, formato dagli appartenenti alle altre classi sfruttate della nostra società, tenendo conto della nuova conformazione ch’essa ha assunto negli anni, ma anche non ignorando fenomeni e settori che frettolosamente sono stati dati per morti. Si pensi all’agricoltura. Certo la “questione contadina” non si pone negli stessi termini in cui si poneva ai tempi in cui Gramsci scrisse il suo saggio sulla “Quistione meridionale”. Ma l’agricoltura è, assieme all’industria, uno dei due settori portanti di una società moderna. Non è escluso che, nei prossimi anni, si assista ad un ritorno dei giovani alla campagna, viste le restrizioni occupazionali che già si sono verificate e che si accentueranno nel settore della pubblica amministrazione.
Dobbiamo allora avere, come comunisti, una nostra politica agricola, fondata su uno sviluppo rispettoso dell’ambiente, “autocentrato”, cioè basato sulle risorse e sulle vocazioni esistenti nelle varie parti del territorio nazionale, sull’ammodernamento delle tecniche lavorative e produttive, sempre ecocompatibili però, sulla forestazione protettiva e produttiva, che serva anche ad evitare alluvioni e disastri ambientali.
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