tratto
da www.luciomanisco.com
http://www.luciomanisco.com/crisi/testi/afghanistan_oppio%20alpini_it.htm
3 maggio 2003
Afghanistan: La «primavera rosa» dell'oppio
Raccolto record, 4900
tonnellate di pasta. Allarme all'Onu, l'Europa sarà invasa di eroina.
Ma i comandi Usa raccomandano: non interferire
di Lucio Manisco
Grossi quantitativi di eroina ad alta raffinazione, quella più pericolosa, sono
arrivati in Europa dall'Afghanistan nei mesi di febbraio e marzo e le già
allarmate previsioni dell'ente delle Nazioni unite per gli stupefacenti ed il
crimine (Unodoc) sulla produzione di oppiacei nel paese sconvolto dalla guerra
sono state ampiamente superate nel giro di soli tre mesi: i 30.500 ettari
coltivati a papavero nel 2002 sono diventati 80 mila nel corrente anno; il
raccolto tra maggio e luglio supererà le 4900 tonnellate di oppiacei da
incisione, equivalenti a 490 tonnellate di eroina pura al 97% (grado 4)
destinata al mercato europeo. I pochi inviati di guerra rimasti nel paese hanno
riferito, dopo aver sorvolato su elicotteri regioni come Helmand, Kandahar,
Uruzgan e Nangarhar, di una «immensa primavera rosa» che ha acceso di colori
tra l'avorio e il viola-rosso il paesaggio nazionale: sono per l'appunto le
immense distese di «papaver sonniferum», la cui rigogliosa fioritura è stata
favorita dalle piogge tardive del mese di febbraio.
Era stato il presidente della Banca mondiale, James Wolfensohn, a levare un
primo grido di allarme il 16 marzo scorso in una intervista concessa al
domenicale britannico The Observer: la coltivazione dell'oppio aveva raggiunto
livelli allarmanti nel 2002 ma minacciava di superare ora quelli massimali
toccati prima della proibizione talebana del 1999; il prezzo della «materia
prima» - aveva aggiunto Wolfensohn - era salito da cento a cinquecento dollari
il chilogrammo per un fatturato complessivo di un miliardo e 400 milioni di
dollari, 200 milioni in più dell'intera assistenza fornita o promessa dalla
comunità internazionale all'Afghanistan.
Un mese dopo l'intervista lo stesso presidente della Banca mondiale era tornato
sull'argomento per lamentare lo scarso interesse con cui era stato accolto il
suo appello per la raccolta di 600 milioni di dollari di aiuti alle colture
sostitutive in Afghanistan e il poco tempo dedicato al problema dalla
conferenza delle Nazioni unite a Vienna. A dire il vero non si è trattato di
una questione di tempo, bensì di un tentativo più o meno deliberato da parte di
Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell'ente delle Nazioni unite che aveva
indetto la conferenza di Vienna di non affrontare la centralità del problema:
nelle conclusioni del convegno veniva raccomandato genericamente di fornire
assistenza al governo transitorio dell'Afghanistan per «la sua energica
campagna volta ad eliminare le colture di papavero» e al tempo stesso una delle
conclusioni invitava l'autorità internazionale ad allestire intorno al paese
«cinture di sicurezza» per impedire l'esportazione di oppiacei. L'accento posto
a Vienna su direttive proibizionistiche a scapito di quelle sanitarie e per il
contenimento del danno ha posto in evidenza il peso esercitato dagli Stati
uniti, ma non è stato questo l'aspetto che ha più stupito gli esperti del ramo:
sembra infatti che la tragedia incombente sull'Europa abbia interessato solo
marginalmente la gestione della conferenza.
Le notizie provenienti dall'Afghanistan hanno confermato che direttive ispirate
alla famosa «benevola negligenza» nei confronti di queste colture siano state
diramate ufficiosamente dai comandi militari Usa a tutti i contingenti
occidentali presenti nel paese, compresi i mille alpini della base Salerno a
Khost sulle frontiere con l'Afghanistan. Si tratta di chiudere un occhio, anzi
tutti e due, per assicurarsi la non belligeranza dei «warlords» che operano nelle
regioni della «rosa primavera» e per sopperire in questa sciagurata maniera
alle promesse di aiuti per miliardi di dollari alla ricostruzione del paese
rimaste del tutto inattese. E' difficile, anzi ingiurioso fare dell'umorismo
sui nostri soldati che rischiano la vita a Khost, ma circola già da quelle
parti una infelice battuta: «E' l'afgano che traccia il solco, ma è l'alpino
che lo difende».
Va ricordato che secondo i dati forniti dall'Onu sarà l'eroina afghana a
soddisfare in toto il «fabbisogno» europeo, mentre il mercato americano viene
rifornito dal famoso triangolo d'oro dell'Asia di sud-est. Va parimenti
ricordato che quest'ultimo tipo di eroina è raffinato al 50%-60%, (grado 3), e
non è altrettanto pericoloso come quello al 97% che sta già arrivando in
Europa: è uno stupefacente così puro da meritare il nome di «One way ticket»,
biglietto di sola andata, perché produce assuefazione immediata e rischio non
controllabile di overdose. Sempre da fonti dell'Onu e dell'Organizzazione
mondiale della sanità si è appreso inoltre che la raffinazione della sostanza
avveniva quasi esclusivamente nell'era pre-talibana in laboratori del Pakistan
o europei, mentre quella pura giunta in Europa è di certa produzione afgana. Si
tratterebbe quindi dell'unico impulso fornito dal mondo occidentale allo
sviluppo economico di un paese lasciato in rovina dalla guerra lampo di 18 mesi
fa.
Gli Stati uniti non sono del resto nuovi ad imprese assistenziali del genere:
dal 1965 al 1975 la Cia si mobilitò per proteggere e favorire le colture di
papavero nel Laos e per finanziare così l'esercito di mercenari che guidato dal
generale Vang Pao cercò invano di interrompere lo Ho Chi Minh trail. I servizi
segreti americani arrivarono al punto di allestire una vera e propria compagnia
di trasporto aereo, denominata «Air America», che in tutti quegli anni trasferì
migliaia di tonnellate di pasta di oppio dal Laos in Birmania e in altri paesi
asiatici, anche se la loro destinazione ultima era la grande repubblica
stellata.
Sono in pochi a ritenere che anche in Afghanistan si arriverà ad estremi del
genere, e cioè ad una esportazione protetta. Certo è che il nuovo massiccio
approvvigionamento di droga ha riacceso la competizione tra le varie mafie
europee, principalmente quella russo-albanese e quella nostrana. La prima
sembra destinata ad avere il sopravvento sulla seconda, oltrettutto in quanto
l'allargamento dell'Unione ai dieci paesi dell'Est ha dischiuso vaste
prospettive ad un mercato più esteso anche se meno redditizio. E' dallo scorso
mese di settembre che operatori dell'Uzbekistan e degli altri paesi della
Federazione russa battono le regioni agricole afgane assicurandosi con cospiqui
anticipi in dollari ai coltivatori locali i raccolti del 2003. Il Pakistan e la
sua capitale Karachi mantengono una posizione primaria nella esportazione e
distribuzione in Europa dell'eroina afgana, proveniente in transito da vari
centri sulla frontiera, primo tra tutti quello di Khost che ospita la base
Salerno delle penne nere comandate dal colonnello Claudio Berto. I razzi caduti
sulla base vengono quasi certamente lanciati dalle forze talebane che operano
attraverso la frontiera e non certo dai contadini locali che fanno affidamento
sulla «benevolenza» dei corpi di spedizione occidentali.