Afghanistan: Al servizio dell'intervento Usa
di Fosco Giannini
http://www.lernesto.it
13/06/2006
Nel romanzo di grande successo di Khaled Hosseini, “Il cacciatore di aquiloni”,
una trama ed un tessuto linguistico alla “Love Story” sembrano scientemente
funzionali all’evocazione e alla giustificazione della presenza militare
nordamericana nel cuore dell’Asia
“The Kite Runner” (“Il cacciatore di aquiloni”) è un romanzo di 392 pagine,
scritto da Khaled Hosseini e pubblicato in Italia dalla casa editrice Piemme.
Non è uscito ora e dunque non ne proponiamo una recensione. Vorremmo invece
parlarne poiché una serie di motivi lo rendono di stretta attualità; lo rendono
– paradossalmente – più attuale ora di quando uscii. Perché vale la pena di
tornare su “ Il cacciatore di aquiloni”?
Primo: perché quest’opera va conquistando – ora - i mercati mondiali e va
imponendosi come uno dei più grandi successi letterari internazionali degli
ultimi dieci anni. Sono già milioni le copie vendute in dodici diversi paesi
del mondo. Uscito per la prima volta in Italia nel 2004 è giunto, in
quest’ultimo marzo, alla ventisettesima edizione.
Secondo: perché il suo successo, il suo impatto mediatico e popolare, la sua
fortuna, sembrano essere solo all’inizio e tutto ci dice (per motivi che
cercheremo di mettere in luce più avanti) che il romanzo di Hosseini potrebbe
divenire uno dei più grandi best seller mondiali degli ultimi decenni. Intanto,
sappiamo già che la “Dreamworks”, la casa di produzione di Steven Spielberg, ne
ha già acquistato i diritti per farne un film (e quando è Spielberg a fare un
film sappiamo sin dall’inizio che esso godrà di una divulgazione universale).
Il terzo motivo che ci induce a parlare de “Il cacciatore di aquiloni” è che
esso parla dell’Afghanistan, del martoriato Paese di oggi, delle guerre, degli
interventi stranieri, della Kabul successiva all’11 settembre, all’attacco alle
Torri Gemelle. E ancor più precisamente: siamo di fronte ad uno scrittore
afgano che parla del proprio Paese da un punto di vista americano; siamo di
fronte ad una storia afgana filo-americana che va, non casualmente, aumentando
il proprio successo mondiale proprio nel momento in cui si inasprisce
l’intervento degli Usa e della Nato in Afghanistan.
Qual è la storia narrata da Khaled Hosseini ? Essa si sviluppa lungo gli ultimi
trent’anni afgani, dalla fine della monarchia all’intervento sovietico, dal
regime dei talebani sino ai giorni nostri. In quest’arco di tempo, nelle pagine
di Hosseini, accade – essenzialmente – che il giovane Amir (protagonista ed io
narrante del romanzo) fugga clandestinamente, portato dal gigantesco e
carismatico padre “Baba”, dalla Kabul occupata dai sovietici per rifugiarsi
negli Usa e che molti anni dopo lo stesso Amir torni in Afghanistan per salvare
dai talebani un ragazzino a lui carissimo e portarlo negli Usa . E stiamo
all’essenza, non tanto perché non vogliamo svelare il plot o perché non
vogliamo gettare anzitempo luce sugli intrighi narrativi – l’opera non merita
ulteriore mercato – ma perché sarebbe lungo ripercorrerne la trama, essendo il
romanzo costruito, pur con un linguaggio essenziale, modernamente accattivante,
attorno alla più tradizionale retorica letteraria: amore, morte, furore , colpi
di scena e svelamento di inattese identità. Insomma, un feuilleton, ma come
vedremo – per personaggi e quadro ad una sola dimensione – non certo della
qualità di un Dumas, né di un Victor Hugo.
Possiamo subito notare, dalla seppur sintetica messa in luce della trama, che
nel romanzo emerge un approdo fisico ed esistenziale sicuro, una terra della
salvezza e della libertà e questa terra è quella degli Stati Uniti d’America.
Il giovane Amir fugge da Kabul e dai sovietici invasori per trovare salvezza in
California e quando, dopo anni, torna a Kabul per salvare il giovanissimo
Sorhab dai talebani, di nuovo la salvezza sarà l’America. E’ bene, d’altra
parte, ricordare che lo stesso autore de “ Il cacciatore di aquiloni”, Khaled
Hosseini, nato a Kabul e figlio di un diplomatico afgano, ottenne, per sè e per
la propria famiglia, l’asilo politico negli Usa nel 1980, che è medico, che
vive in California e che con gli aurei diritti d’autore del suo romanzo sta
velocemente passando dalla modestia quotidiana all’inveramento del “sogno
americano”.
Il romanzo di Hosseini ha una spina dorsale ideologica chiara: la salvezza (
dal punto di vista fisico e spirituale, del corpo e dell’anima ) è possibile
solo nel mondo a stelle e strisce. Tutto il resto è orrore. Orrore indicibile
sono i soldati sovietici che entrano a Kabul, orrore allo stato puro sono i
talebani. Ora, qui, siamo ben lontani dal difendere sia le truppe d’invasione
sovietiche in Afghanistan che i talebani. Ci preme solo rilevare come, in
Hosseini, la costruzione della “mostruosità” sovietica e talebana sia funzionale
all’enfatizzazione del ruolo storico degli Usa, del loro ordine mondiale.
La rappresentazione dei soldati sovietici, nelle pagine di Hosseini, non ha
nulla da invidiare a quella che Berlusconi fa dei comunisti cinesi quali
“bollitori di bambini”. Nel romanzo essi sono “uomini” ad una sola dimensione:
stupratori, corruttori, corrotti, ladri, alcolizzati. E per la verità Hosseini
tende chiaramente, attraverso ogni artifizio retorico, ad attribuire tali
giudizi non tanto e non solo alle truppe sovietiche in Afghanistan, ma ai
comunisti in quanto tali: sono infatti gli shorawi (in afgano i comunisti) ad
essere segnati, secondo Hosseini, da tutte le categorie delinquenziali
conosciute. E criminali totali, in sé, quindi astorici e disumanizzati, sono
anche i talebani e il terribile Assef – pedofilo, sanguinario, carogna allo
stato puro - li rappresenta tutti. Tra l’altro, Hosseini si guarda bene dall’
introdurre qualche elemento, nella trama, che ricordi come i talebani siano
stati, solo pochi anni fa, i primi alleati, il riferimento sul campo degli Usa.
In verità non si vede l’ora che qualcuno, in quel Paese disgraziato,
intervenga, e se i liberatori debbono venire essi non possono essere che
americani.
Il grande romanzo borghese moderno nasce, si sa, con il Don Chisciotte di
Cervantes, quando, cioè, la letteratura abbandona l’ epica unidimensionale (
dell’eroe duro e puro, ma anche di una visione del mondo pietrificata in un
solo punto di vista) e apre ai chiaroscuri della realtà contraddittoria,
storica e umana.
Da questo punto di vista il romanzo di Hosseini, che denuncia solo gli orrori
sovietici e talebani, celando accuratamente sia gli orrori che le mire
strategiche e geopolitiche americane in Afghanistan, è in verità un’opera
letteraria pre-moderna che paga il prezzo della propria unidirezionalità
ideologica riducendosi ad un pamphlet filoimperialista, ad un libello entro il
quale si muovono personaggi monocolori ( e dunque caricaturali, lontani dalla
controversa spiritualità e carnalità dei personaggi di un Balzac o di un
Flaubert) poiché privi della realistica contraddittorietà storica e sociale.
Insomma, come sempre avviene nei casi in cui l’opera è piegata ad un
pre-giudizio, la realtà rappresentata è dimezzata, e la semi rappresentazione
rende asfittica l’opera stessa.
Forse bastano poche righe tratte dal romanzo per decifrarne l’essenza. Siamo
quasi alla fine della storia, le Torri Gemelle sono state attaccate. Leggiamo
Hosseini : “Nel giro di una notte il mondo cambiò. Improvvisamente la bandiera
americana apparve ovunque…Subito dopo l’attacco dell’11 settembre l’ America
bombardò l’Afghanistan e i talebani fuggirono come topi nelle loro tane…”.
Appare questo il senso più profondo ed estremo dell’opera di Hosseini:
costruire un senso comune planetario volto alla santificazione dell’intervento
armato Usa in Afghanistan. D’altra parte il romanzo è costellato di segni
politici e ideologici chiari. Primo: il popolo afgano, nelle sue sofferenze,
nella sua miseria, nella sua genuflessione forzata ai vari padroni armati, non
appare mai. Ciò che emerge è solo la grandezza etica e spirituale
dell’aristocrazia e della borghesia afgana, rappresentata dal padre di Amir,
l’eroico Baba, proprietario, tra l’altro, come scrive Hosseini senza pudori,
“della più bella casa di Wazir Akbar Khan, il quartiere nuovo e ricco della
zona nord di Kabul”. Ed è lo stesso Baba a conservare, come una reliquia, una
foto scattata nel 1931, che ritrae suo padre assieme all’ultimo re afgano:
Nadir Shah. Come dire: o la monarchia o l’imperialismo Usa, in quest’unica
traiettoria risiede la libertà. Quella dei ceti alti, non quella del popolo
afgano.
Queste righe, che non potevano e non dovevano essere una recensione, sono,
dunque, solo un allarme: l’intervento in Afghanistan, per gli Usa e i suoi
alleati, rappresenta oggi uno dei punti centrali dell’escalation imperialista e
per appoggiare tale escalation decisiva appare la costruzione di un vasto e
favorevole sentimento popolare mondiale. Cosa di meglio, per questo obiettivo,
di un caso letterario internazionale, un romanzo ben scritto e
sovranazionalmente strappalacrime ( una sorta di una “Love Story” politica, di
una Liala imperialista), che tocchi i nobili cuori d’America e d’Europa e
sbocchi poi in un gran film intercontinentale di Spielberg per preparare i
popoli del mondo alla “pax americana”?
Lo sviluppo imponente della Cina incute terrore agli americani e al capitalismo
europeo; l’esigenza di portare gli eserciti occidentali e la Nato nel cuore
dell’Asia e ai confini cinesi è prioritaria nella strategia imperialista che
punta ad una guerra “calda” o “fredda”, comunque definitiva, contro Pechino. In
quest’ottica tutte le forze sono messe in campo, dalle bocche di fuoco agli
strumenti mediatici mondiali volti alla costruzione del consenso.
Ritiriamoli, i soldati italiani dall’Afghanistan, non accettiamo il baratto
alla Zapatero per cui si fanno uscire le truppe dall’inferno iracheno per
portarle al massacro nel sud dell’Afghanistan. Ritiriamo i nostri soldati dalle
terre afgane, prima che il pianeta intero dica che l’intervento Usa è una
crociata giusta e santa.