www.resistenze.org - popoli resistenti - afghanistan - 12-11-07 - n. 202

da Rebelion.org
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L’altra faccia delle notizie sull’Afghanistan
 
Txente Rekondo - Ufficio Basco di Analisi internazionale
 
12/11/2007
 
I due recenti attacchi registrati in Afghanistan e rilanciati da tutti i media occidentali, hanno mostrato il timore dei mezzi d’informazione ogni volta che si rende necessaria un’analisi su quel paese da quando è stato invaso ed occupato dalle truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti.
 
Le informazioni si concentrano sul numero di vittime e sulla presenza dei bambini, ma quando le vittime civili sono provocate dalle operazioni aeree delle truppe straniere, allora il riserbo è totale.
 
Se sommiamo quei due attacchi, quello della provincia di Baghlan al nord del paese e l’imboscata alle truppe Nato fra le montagne delle province orientali, troviamo delle chiavi di lettura di quanto sta accadendo in Afghanistan.
 
L’attacco suicida o la bomba di Baghlan, ha ucciso numerosi scolari e se parlamentari; fra di loro Sayed Mustafa Kazimi, uno sciita azero, lider e fondatore dello “Hizb -e - Wahdat Islami Afghanistan”, il principale gruppo mujahidin dell’etnia.
 
Kazimi era considerato un politico in auge e con buone prospettive all’interno del complesso teatro afgano. Il suo passato di lotta contro l’occupazione sovietica e la sua recente nomina a portavoce dell’opposizione parlamentare del “Jabhe-ye-Mothed-e-Milli” (il Fronte Unito Nazionale) che unisce vari dirigenti locali, etnici ed ex comunisti, tutti contrari alla politica del governo di Karzai, lo avevano reso in un riferimento importante in Afghanistan. Inoltre, la sua capacità di fornire connessione fra fazioni ed etnie diverse gli garantivano un vantaggio strategico in qualunque progettualità futura nel paese. Senza parlare della sua sintonia con l’Iran, data la sua origine sciita.
 
A fronte di ciò, è evidente che gli autori dell’attentato cercavano di eliminare questa promettente figura, e qui ci si dovrebbe chieder a chi conveniva la sua scomparsa. Mentre alcuni hanno voluto vedere la mano dei talebani, interpretandolo come un frutto dei vecchi scontri fra azeri e talebani, altri hanno visto l’ombra dei servizi segreti del vicino Pakistan, vale a dire la mano dell’ ISI. Questi ultimi sono sempre stati ostili a qualunque unità delle forze afgane, perché ridurrebbe la loro capacità di manovra ed influenza all’interno di quello scenario.
 
La notizia dell’attacco è stata fornita presentando la regione in questione come “un paradiso nell’inferno afgano”, lontana dall’instabilità che regna nelle province del sud. A questo riguardo le informazioni sono errate, infatti, se è vero che qui le forze ribelli operano con minore intensità rispetto al resto del paese, è proprio in questa regione che le forze del potente Gulbuddin Hekmatyar e la sua organizzazione “Hezbi i – Islami”, con importanti legami con l’ISI, cercano da tempo di consolidare una presenza stabile. Sempre nel nord afgano convivono un’altra serie di tensioni che sembrano non preoccupare Washington e i suoi alleati, nonostante che la situazione per la popolazione peggiori di giorno in giorno. La presenza di milizie armate, riflesso del clamoroso fallimento del supposto disarmo delle stesse, la lotta fra le varie fazioni politiche ed etniche locali, il traffico di droga e l’importanza geostrategica del posto, lo rendono una realtà ben diversa da come la si vuole raffigurare, e che preannuncia un aumento della conflittualità.
 
L’attacco contro le forze Nato e dell’esercito afgano ci forniscono un altro tassello del rompicapo afgano, che però va carpito fra le righe dell’informazione. All’efficacia dell’azione va sommata la cifra dei caduti patiti dalle truppe occidentali quest’anno, definito come “l’anno che ha causato più vittime agli USA dall’invasione del 2001.”
 
I talebani, da parte loro, hanno portato a termine un’operazione militare nei pressi di Kandahar, città strategica, e per la prima volta dal 2001 è stata occupato per alcuni giorni il distretto di Arghandab, facendo presagire un anticipo del possibile assalto alla città più importante del sud del paese.
 
La presenza talebana, in ogni modo, indica un possibile attacco su larga scala su Kandahar in accordo con la popolazione locale (la tribù Alozokai) che è in cerca d’appoggio per le proprie istanze future.
 
La presa di altri distretti nella provincia di Farah, nell’Afghanistan orientale, mostrano che la capacità di resistenza all’occupazione aumentano sempre di più. Come segnalava un militare degli Stati Uniti: “gli attacchi dei ribelli - imboscate ben organizzate, attacchi suicidi e mine sulle strade – sono molto aumentati negli ultimi due anni, e per vincere ci vorrebbe più di un decennio.”
 
Mentre questa realtà si rafforza giorno dopo giorno, la fatica fra le forze della coalizione straniera in Afghanistan cresce. Il governo britannico ha informato Bush che “mentre vinciamo delle battaglie perdiamo la guerra”. Ma lungi dall’affrontare i propri limiti, la Nato e Washington cercano di presentare la resistenza afgana, e soprattutto i talebani, come una forza divisa. Da qui la vecchia strategia del bastone e della carota condotta dalle forze controinsorgenti.
Gli appelli del presidente fantoccio Karzai per un incontro con le forze talibane vanno in questa direzione. Analisti hanno anticipato i nomi dei “nuovi o moderati” talebani, che curiosamente avrebbero rapporti con il Pakistan: il vecchio ambasciatore afgano in quel paese, Mullah Zaif e il vecchio ministro degli esteri, Ahmad Mutawakil, che sarebbero più inclini ad una negoziato che il “settore duro” guidato dal Mullah Omar. Probabilmente, quei settori servono più al desiderio dell’occupante di presentare divisa la forza che combattono, che a rappresentare la vera realtà della resistenza talebana.
 
Con le elezioni negli USA in vista, l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan si preannuncia come uno dei maggiori insuccessi della politica estera nordamericana e di tutti quelli che hanno seguito l’avventura militarista di Washington. Il paese asiatico, ben lungi dal presentare una realtà “democratica e nella libertà” vede sempre più netto il distacco fra il governo imposto dall’Occidente e le realtà della vita della popolazione; il commercio della droga si è trasformato in un’industria in ampie zone del paese; il governo di Karzai è visto come inefficiente ed incompetente, e tutto ciò unito all’assenza di ogni tipo di sviluppo, ha contribuito alla crescita della disillusione popolare.
 
La campagna militare, in buona parte basata su bombardamenti aere indiscriminati che causano un gran numero di vittime civili (un altro aspetto censurato dai media), unito a tutto il resto, fanno sì che aumenti il sentimento di rabbia tra la popolazione afgana e che la credibilità degli occupanti e dei loro alleati locali svanisca.
 
Traduzione dallo spagnolo di Fr per www.resistenze.org