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- popoli resistenti - afghanistan - 19-11-08 - n. 250
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
A sette anni da quando la NATO ha iniziato la guerra contro i talebani, i servizi di intelligence fanno un bilancio. Il rapporto non è ancora stato reso pubblico, ma è chiaro che le cose vanno male.
Afghanistan: "Non possiamo vincere la guerra"
di Danny Claes
04/11/2008
Sedici servizi di intelligence hanno lavorato attorno alla relazione che traccia il bilancio della guerra in Afghanistan. Un documento che non poteva essere reso pubblico prima delle elezioni negli Stati Uniti. In questi giorni, tuttavia, vi sono state alcune fughe di notizie, la relazione è infatti già oggetto di numerosi commenti. La frustrazione prende a buon ragione il sopravvento: ci si metta nei panni di un generale impegnato nella campagna militare e si esaminino i problemi che deve affrontare. Eccone un breve elenco.
Più soldati uccisi
Da ciò che trapela della relazione, il saldo è negativo. La NATO sta perdendo terreno e non può vincere la guerriglia con le sole aeromobili. Ma più truppe a terra significa più vittime, e più vittime vuol dire più problemi nel paese. Dal mese di maggio ad oggi, ci sono stati più morti americani in Afghanistan che in Iraq.
Abbiamo perso la faccia
Siccome la vittoria militare non arriva, la NATO pensa sempre più a una soluzione politica: convincere la resistenza (o almeno una parte) ad entrare in un governo di unità nazionale. Ma cosa resta della "difesa dei valori democratici contro il terrorismo globale"? I politici hanno fatto accettare la guerra con la scusa della "esportazione della democrazia", dopo sette anni, accettare i terroristi al governo, implica una grave perdita di credibilità.
Un sentimento a cui l'Europa è particolarmente sensibile poiché l'opinione pubblica è già molto divisa. L'intenzione degli Stati Uniti di aumentare gli effettivi, ha indotto molti alleati della NATO a ritirare le proprie truppe ancor più velocemente. "Ma non è questo l'obiettivo della manovra!" ha detto preoccupato Gates, Segretario alla Difesa.
Un nuovo conflitto incombe
I tentativi di stringere la resistenza a tenaglia con incursioni al Pakistan, innesca una spirale di tensioni con quest'ultimo paese. I talebani e altri gruppi della resistenza contano molti sostenitori nel sud-ovest del Pakistan dove, per di più, si parla la stessa lingua.
I bombardamenti hanno sollevato grande ostilità verso la NATO tra la popolazione. Una catastrofe umanitaria incombe: 400.000 persone sono in fuga. Il governo pakistano è fortemente sotto pressione. Gli estremisti religiosi guadagnano influenza e denunciano il tradimento del governo pakistano. Sotto la pressione della popolazione in collera, il governo è più ostile alla NATO e addirittura minaccia di bloccare le linee di sostegno logistico che, partendo dal Golfo di Oman, attraversano il sud-ovest del Pakistan.
Un'escalation militare?
In breve, la situazione è un pantano. Per non parlare del traffico di eroina, che la NATO non è in grado di fermare. Mentre i problemi si accumulano, gli Stati Uniti cercano ancora di mantenere l'iniziativa.
Nell'ambito della NATO, la richiesta statunitense di stanziare maggiori risorse, umane e materiali, è più pressante. Una novità è che adesso gli Stati Uniti invitano anche i paesi non membri della NATO a partecipare. Si tratterebbe dell'Ucraina, la Bosnia e la Macedonia. Il Giappone, che non invia uomini, dovrebbe aumentare notevolmente il proprio contributo finanziario.
Negli Stati Uniti, i due candidati presidenziali erano entrambi sostenitori del rafforzamento della presenza americana in Afghanistan. Una fuga militare in avanti, insomma.
Nel frattempo, l'alleanza comincia a fare acqua da tutte le parti. A breve tempo l'uno dall'altro [tra agosto e ottobre 2008, NdT], il Generale inglese Carleton-Smith, il Primo Ministro canadese Harper e l'inviato speciale delle Nazioni Unite, Kai Eide, hanno dato un messaggio unanime alla stampa: "Non si può vincere questa guerra".
In Belgio, il generale in pensione Briquemont è categorico. Sulle colonne del giornale La Libre Belgique, dice: "Sono molti quelli che oggi chiedono un ripensamento della strategia in Afghanistan. Credo che null'altro sia possibile che un sollecito ritiro".