www.resistenze.org - popoli resistenti - afghanistan - 21-07-10 - n. 328

da Rebelion.org - www.rebelion.org/noticia.php?id=109810
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Strategie e trappole in Afghanistan
 
di Alberto Piris - República.es
 
16/07/2010
 
Nella caotica guerra in atto in Afghanistan - e che ancora una volta ha richiamato l'attenzione del ministro spagnolo per la Difesa e dei suoi alti vertici militari, con una visita lampo a Kabul e alla nuova base delle nostre truppe - un incidente subito dal contingente britannico, lo stesso giorno della visita citata, serve a porre in evidenza altri pericoli per le forze dispiegate sul campo.
 
Tra i leader politici dei paesi coinvolti nelle operazioni militari in Afghanistan, è usuale cercare di placare le proteste dell'opinione pubblica insistendo sul fatto che, anziché combattere, i loro eserciti siano lì dispiegati per addestrare gli afgani in modo che possano farsi carico della situazione al più presto possibile. Questo coincide con uno degli aspetti principali della strategia proposta dal generale Petraeus, e ampiamente pubblicizzata dai media, per adempiere ai piani di ritiro stabiliti dal presidente Obama. Il suo principale valore è psicologico, perché consente di vedere una luce alla fine del tunnel, fissando i termini, per quanto discutibili possano apparire, di cessazione dello spiegamento militare e del ritorno a casa delle truppe.
 
Formare soldati e poliziotti afgani parrebbe una missione meno rischiosa e con maggiori aspettative di successo rispetto al prolungamento di una guerra di cui non si vede la fine, che richiede sforzi e sacrifici costanti e la cui giustificazione risulta sempre più problematica. Che siano gli stessi afgani a perseguire e annientare i talebani è l'obiettivo finale propagandato. Non è difficile vedere in ciò l'attualizzazione della strategia di "vietnamizzazione" adottata da Nixon e Kissinger per cercare di porre fine a quello che già allora era apparso come un conflitto avvelenato e dalle implicazioni negative per la politica interna degli Stati Uniti, con esiti ben conosciuti.
 
Bene, è appena accaduto che uno di questi soldati afgani, il quale nel suo periodo di formazione condivideva vita e missione con una unità britannica (un reggimento di fanteria dei celebri Gurkha nepalesi) abbia ucciso un capitano inglese, un ufficiale della stessa nazionalità e un soldato Gurkha, oltre ad aver ferito altri quattro soldati prima di fuggire e unirsi alla insorgenza, come riferito da un portavoce dei talebani. Non è la prima volta che le truppe britanniche subiscono questo genere di incidenti.
 
Sia il presidente afgano che il generale Petraeus hanno espresso il loro rincrescimento per quanto è accaduto. Il generale ha aggiunto: "Questa è una missione congiunta, soldati afgani e della Alleanza combattono fianco a fianco contro i talebani e altri estremisti". Dopo altri episodi analoghi si era dato l'ordine che i soldati britannici fossero sempre armati all’interno delle loro basi e che nel corso dei pattugliamenti congiunti, uno di loro si mantenesse costantemente in allerta impugnando la propria arma automatica. E’ evidente che queste uccisioni aumenteranno la diffidenza tra i soldati britannici e gli omologhi afgani, il che non contribuirà al successo della missione formativa che, per essere efficace, deve basarsi su una certa fiducia reciproca tra istruttori e istruiti.
 
Per evitare questi effetti negativi, un portavoce militare britannico ha sostenuto: "E' fondamentale comprendere bene questo: si tratta della nostra strategia di uscita... abbiamo bisogno di formare l'esercito nazionale afgano ad un livello e una qualità che consentano loro entrare in combattimento non appena pronti". Un analista militare suo connazionale ha dichiarato: "Questo soldato [l’afgano artefice dell’attentato] potrebbe essere un eccellente soldato che si è radicalizzato o che è passato ai talebani dopo il periodo di formazione. Da un caso isolato non si possono trarre conclusioni generali. Questo non cambia le cose in termini pratici, ma sul piano politico si, perché rende più difficile spiegare all’opinione pubblica la strategia adottata".
  
Il passato mese di giugno ha battuto tutti i record di perdite nei nove anni di guerra, con 103 morti, mentre nella parte di luglio fino ad ora trascorsa sono morti 40 combattenti. Gli esplosivi improvvisati, piazzati nelle vie, nelle piccole e grandi strade sono le armi più letali e producono anche pesanti perdite nella popolazione civile. E’ comprensibile, quindi, che in tutti i paesi che partecipano a questa guerra si allarghi la preoccupazione sul fatto che le strategie adottate possano raggiungere un qualche obiettivo e di quale obiettivo si tratti. Ora, in aggiunta, la strategia di "afganizzazione" del conflitto ha subito una battuta d'arresto con l'incidente qui riportato. Ogni soldato alleato, nella sua missione di addestramento dei soldati afgani, avrà timore di vedere fra i suoi allievi l'assassino che in un momento inaspettato ponga fine alla sua vita. In questo modo non può portarsi a termine l'istruzione militare di base.
 
Negli Stati Uniti vi sono analisti che non vedono chiaramente cosa si possa intendere per fine della guerra e temono che sul popolo statunitense ricadano nuovi e peggiori problemi e costi economici in un futuro Afghanistan post-bellico che pochissimi osano immaginare. Sospettano che gli interessi creati in questo paese dagli Stati Uniti generino nuove e complesse situazioni difficili da ignorare a breve termine. Non vi è nulla di nuovo in questo. Ricordiamo il vecchio e fondamentale principio per cui nelle guerre si sa quando si entra, ma non come o quando se ne esce. Di questa trama fanno parte quelli che partecipano, noi compresi, all’intricato conflitto afgano.
 
Fonte - http://www.republica.es/2010/07/15/una-estrategia-con-trampa-en-afganistan/
 
 

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