Con il voto unanime dei parlamentari dell'Assemblea Popolare Nazionale, lo scorso 24 dicembre 2025, l'Algeria s'è dotata di una nuova legge che dovrebbe mettere un punto fermo sui rapporti coloniali con la Francia, durati ben 132 anni (1830-1962) e costati enormemente in vite umane, sfruttamento del territorio, danni ambientali, mancato o ritardato sviluppo del Paese nordafricano.
L'Algeria chiede, tra l'altro, che la Francia si scusi pubblicamente e che si giunga a delle giuste indennizzazioni.
A questa nuova legge, chiamata di "criminalizzazione del colonialismo", il Parlamento algerino è giunto dopo un lungo travaglio fatto di decine di anni di confronti a denti stretti con la Francia, con accuse, piccoli gesti di riconciliazione, qualche "concessione" reciproca, ma mai arrivato alla realizzazione d'un testo giuridico chiaro e complesso come quello adottato a fine anno 2025, quindi a 63 anni dall'indipendenza.
Si tratta d'una legge composta da 14 articoli che ritracciano il doloroso percorso della colonizzazione, definendola "criminale" (è la prima volta che ciò accade in un Paese africano dopo il periodo della decolonizzazione) e chiarendo che questo è un "crimine imprescrittibile".
Nel testo sono elencati almeno una trentina di crimini commessi dalla potenza occupante, come i massacri di massa, le esecuzioni sommarie, gli spostamenti forzati, lo sfruttamento delle risorse del territorio, la privazione dei diritti (per gli algerini) politici, economici, umani e sociali, gli stupri, gli incendi di interi villaggi, le torture, i rapimenti, tutte pratiche che non sono mai state dettagliate in modo così puntuale in altri testi giuridici.
Alla redazione di questa legge si è arrivati - anche se esplicitamente non lo dichiara nessuno - dopo mesi di forte delusione per l'atteggiamento, ancora una volta, di totale arroganza francese nei confronti della regione nordafricana, culminato nel riconoscimento delle "giuste aspirazioni" marocchine nei confronti del territorio del Sahara Occidentale, nello scorso luglio.
Si tratta, com'è noto, del contenzioso - anch'esso di natura coloniale - derivato dall'abbandono nel 1975 del territorio dell'ex Sahara spagnolo da parte della potenza coloniale occupante, con la conseguenza di una guerra scatenata dal Marocco (ed in piccola parte e per un breve periodo, dalla Mauritania) nei confronti del popolo saharawi e del suo rappresentante, il Fronte Polisario.
L'occupazione marocchina, dopo quasi mezzo secolo, ha visto proprio recentemente l'avallo dell'ONU, della Spagna, degli USA e della stessa Francia. L'Algeria ospita, nei suoi campi profughi al confine con il Sahara Occidentale, una buona parte del popolo saharawi. Marocco ed Algeria hanno in corso vari contenziosi e tra questi non è secondaria l'adesione agli "accordi di Abramo" da parte del governo reazionario di Mohammed VI.
Comunque, tornando al testo della nuova legge votata dall'Assemblea algerina, è chiaro che la disinvoltura del governo francese nel trattare i propri affari in casa d'altri ha scatenato una serie di conseguenze che, nel corso degli ultimi due anni, hanno visto l'allontanamento dalla sua sfera d'influenza da parte di Niger, Burkina Faso e Mali, ma anche nuove rivendicazioni da parte di Tchad, Benin, Senegal, Costa d'Avorio, che vanno a sommarsi, ad esempio, al contenzioso in corso col popolo kanaki della Nuova Caledonia, che non accenna a diminuire d'intensità.
Nemmeno può essere taciuto il calcolato interesse del regime autocratico presieduto da Abdelmadjid Tebboune di appropriarsi dei risarcimenti per le risorse saccheggiate e i danni materiali e morali provocati dal colonialismo francese, di cui invece dovrebbero beneficiare le masse oppresse algerine che esigono lavoro, servizi pubblici, la fine della corruzione, della repressione politica e delle violazione dei diritti dei prigionieri.
Tuttavia, la nuova legge adottata dall'Assemblea Popolare Nazionale algerina assume, da un punto di vista giuridico internazionale, una forte rilevanza, come modello di diritto e come rivendicazione politica anticolonialista. È infatti la prima volta che si parla apertamente, da parte del "colonizzato", del crimine della colonizzazione, giudicandolo oltretutto imprescrittibile e quindi sempre perseguibile. Ciò ha dei riflessi anche per quanto riguarda la lotta di liberazione del popolo palestinese.
Gli Accordi di Evian, stipulati nel 1962, al termine della guerra dei resistenti algerini contro i colonialisti francesi, vengono ora di fatto denunciati come una forzatura da parte dell'occupante nei confronti dell'occupato, a cui viene "concessa" l'indipendenza ed a cui vengono ancora imposte servitù varie.
Tra le tante, vale la pena di menzionare i ben noti test nucleari che la Francia ha continuato ad effettuare sul suolo sahariano algerino, anche susseguenti all'indipendenza del 1962.
In particolare, gli algerini ricordano che la Francia imperialista aveva effettuato in tutto 17 saggi nucleari nel deserto sahariano tra il 1960 ed il 1966, di cui 4 esplosioni dopo gli Accordi di Evian, tenute in massimo segreto per anni e portatrici di notevoli danni ambientali, mai quantificati (almeno fino ad oggi).
L'Algeria ha "goduto" dal 1968 di un canale preferenziale nella politica immigratoria francese, che ha permesso ai giovani algerini di apportare la propria forza lavoro al complesso militare-industriale di Parigi. Proprio recentemente, l'ex ministro dell'Interno francese, il parafascista Bruno Retailleau, aveva denunciato quest'immigrazione "di favore", ricomplicandone fortemente le procedure e le garanzie.
Il petrolio ed il gas algerino rappresentano sicuramente un altro elemento su cui il braccio di ferro tra Algeria e Francia potrà a breve aprire un nuovo capitolo.
Su questo piano l'Italia imperialista oggi guidata dal governo Meloni prosegue la tradizionale politica di accaparramento delle sorgenti di materie prime e di strangolamento finanziario dei suoi predecessori, ampliando i suoi rapporti economici proprio con l'Algeria, a cui l'ENI guarda da tempo come la maggiore riserva di produzione di idrocarburi per le necessità del Belpaese.
A luglio 2025 infatti, sotto gli auspici di Giorgia Meloni e di Abdelmadjid Tebboune, presidente algerino, è stato firmato un lucroso (1,35 miliardi di euro) contratto trentennale tra ENI e Sonatrach per la fornitura di gas proveniente dal Sahara, che andrà a coprire almeno il 40% del fabbisogno italico.
Tale accordo commerciale si inserisce pienamente nell'architettura del cosiddetto "Piano Mattei", progetto complessivo che vede aprirsi opportunità di spartizione delle sfere di influenza e di oppressione neocoloniale per gli investimenti delle associazioni monopolistiche nazionali e per il "know-how" da esportare in Africa.
L'aperta concorrenza sul mercato africano tra aziende francesi ed italiane, aspetto della lotta per una nuova ripartizione del mondo che si sviluppa anche fra le potenze imperialiste "amiche", passa anche attraverso la forzata decolonizzazione di Parigi, indotta dagli errori politici e di prospettiva del famelico capitalismo di rapina dei governi d'Oltralpe. Non per niente, al giornalista che ha chiesto ad Edouard Philippe, ex primo ministro di centro-destra di Macron, se pensasse che la colonizzazione francese fosse un crimine, il politico ha risposto laconicamente: "No. Certo".
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