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2 maggio 1962: Il sangue dei portuali, culla della dignità operaia

El Hadj Mohamed Brahim | alger-republicain.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/05/2026

Il 2 maggio 1962 non si riduce a una tragedia tra le tante nella lunga notte coloniale. Segna un momento di svolta, in cui la violenza di un sistema in agonia si è abbattuta su coloro che incarnavano, con la massima chiarezza, l'Algeria in divenire: i suoi lavoratori. Quella mattina, al porto di Algeri, un'autobomba esplode davanti al centro di assunzione dei portuali. In pochi secondi, l'esplosione strappa vite, lacera corpi, distrugge famiglie. Sessantasei uomini cadono, più di centodieci rimangono feriti. Ma al di là del bilancio umano, in questa deflagrazione c'è un attacco contro una coscienza collettiva, contro una forza sociale organizzata.

Dietro questo atto, l'Organizzazione Armata Segreta (OAS), [organizzazione paramilitare clandestina francese di estrema destra n.d.t.] braccio armato degli Ultras , intensifica la sua politica del terrore dopo gli Accordi di Évian: il cessate il fuoco, che avrebbe dovuto aprire la strada alla pace, diventa un segnale di guerra totale contro i civili. Guidata da Raoul Salan e animata da ideologi come Jean-Jacques Susini e Pierre Lagaillarde, l'OAS moltiplica gli attentati in una logica di distruzione sistematica: colpire le infrastrutture, terrorizzare la popolazione, impedire qualsiasi transizione ordinata verso l'indipendenza.

In questa strategia, i portuali non sono solo bersagli facili, sono bersagli essenziali. Perché si trovano al crocevia tra economia e politica, tra quotidianità e storia. Fanno circolare le merci, ma anche i rapporti di forza. Non sono semplici esecutori: sono protagonisti. Il loro lavoro struttura il porto, ma il loro impegno struttura la società. Colpendo loro, l'OAS cerca di raggiungere il cuore pulsante di un popolo in via di liberazione.

Da anni, i portuali algerini hanno fatto della loro condizione una leva di lotta. Hanno capito che rifiutare un gesto: caricare una nave, spostare un carico, poteva diventare un atto politico. Già negli anni '40 e '50 si oppongono allo sforzo bellico coloniale, rifiutando di caricare materiale destinato all'Indocina, affermando così una solidarietà attiva con altri popoli sottomessi. A Orano, nel 1950, il loro sciopero prolungato contro le spedizioni militari rivela una determinazione rara, capace di resistere alle pressioni e alle minacce. Nel 1951, denunciano la repressione britannica in Egitto rifiutandosi di partecipare al trasporto logistico del dominio. Nel maggio 1952, smettono di lavorare per onorare le vittime della violenza coloniale a Orléansville, oggi Chlef. Nell'agosto 1956, rispondono all'attentato di rue de Thèbes con uno sciopero, opponendo alla barbarie una solidarietà incrollabile.

Questi gesti, ripetuti e cumulativi, hanno forgiato una cultura operaia profondamente politica.

Una cultura in cui la dignità non si negozia, in cui il lavoro non si separa dalla giustizia, in cui l'individuo si inserisce in un collettivo consapevole dei propri diritti e del proprio ruolo storico. Il portuale diventa allora ben più di un semplice lavoratore del porto: diventa una figura della resistenza sociale, un anello essenziale tra la lotta nazionale e la lotta di classe.

Il 2 maggio 1962, è questa realtà che si cerca di annientare. Colpendo i portuali, si cerca di spezzare una dinamica, di seminare paura tra coloro che reggono le strutture del Paese. Si cerca di mettere a tacere una classe operaia che, grazie alla sua capacità organizzativa e alla sua lucidità politica, rappresenta una minaccia per l'ordine coloniale fino ai suoi ultimi istanti. Ma la violenza, per quanto estrema, non riesce a cancellare ciò che è stato costruito nel tempo.

Perché il sangue versato non dissolve la coscienza, la rafforza. Ogni vittima diventa un punto di riferimento, ogni ferito un testimone. Il massacro del porto di Algeri non segna un arretramento ma una consolidamento. Rivela alla luce del sole che l'indipendenza non si gioca solo sul terreno militare o diplomatico, ma anche nei luoghi di lavoro, nei gesti quotidiani trasformati in atti di disobbedienza.

Bisogna dire con forza che l'indipendenza dell'Algeria porta anche il segno indelebile della sua classe operaia. Nei porti, nelle fabbriche, nei campi, i lavoratori hanno fatto la loro parte di sacrificio. Hanno affrontato la repressione, i licenziamenti, gli arresti, spesso la morte. Il loro impegno non è sempre stato riportato nei resoconti ufficiali, ma costituisce una trama essenziale della storia nazionale.

I portuali del 2 maggio 1962 non sono solo vittime di un attentato. Sono i rappresentanti di un mondo del lavoro che ha rifiutato di piegarsi, che ha saputo trasformare la propria posizione economica in forza politica, che ha posto la dignità al centro della propria azione. La loro memoria è un impegno. Ci ricorda che la sovranità politica acquista pieno significato solo se accompagnata da giustizia sociale, rispetto del lavoro e riconoscimento dei sacrifici compiuti.

Ricordare questa data significa rifiutare l'oblio. Significa affermare che la storia non può essere privata dei suoi protagonisti, apparentemente i più modesti, ma in realtà i più decisivi. Significa ricordare che le grandi conquiste collettive poggiano su spalle spesso invisibili, quelle dei lavoratori che, con il loro coraggio e la loro solidarietà, hanno reso possibile l'impossibile.

Il 2 maggio 1962 non è solo un giorno di lutto. È un'eredità. Quella di una dignità operaia conquistata nella lotta, preservata nel sacrificio e trasmessa come un'esigenza per le future generazioni di lavoratori.


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