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La pensione dopo 32 anni di lavoro, tra manovre elettorali e necessità di un fronte sindacale

Mehdi Rah | alger-republicain.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

05/05/2026

Con l'avvicinarsi delle elezioni del 2 luglio 2026, riaffiora un vecchio ricordo: quello di una classe politica che riscopre, improvvisamente, i lavoratori. I discorsi si adornano di parole sociali, le promesse fioriscono e le lunghe carriere diventano un argomento di campagna elettorale. Ma dietro questa agitazione, i lavoratori sanno riconoscere una realtà più dura: quella delle rinunce passate e dei diritti sacrificati.

La rivendicazione del pensionamento dopo 32 anni di lavoro effettivo è oggi al centro delle mobilitazioni operaie. È semplice, giusta e profondamente radicata nella realtà vissuta da migliaia di lavoratori. Iniziare a 20 o 22 anni, accumulare anni di lavoro in condizioni spesso difficili, per poi vedersi imporre di lavorare fino a 60 anni o anche oltre in nome dell'equilibrio finanziario: ecco ciò che molti ormai rifiutano.

Bisogna ricordare una verità che alcuni vorrebbero cancellare: prima del 2017 questa possibilità esisteva. È stata soppressa in nome della salvaguardia della cassa nazionale delle pensioni, brandita come argomento di autorità. Da allora, con il pretesto del deficit della cassa nazionale delle pensioni, si chiede ai lavoratori di pagare ancora una volta il conto.

Perché è proprio di questo che si tratta: far ricadere sui lavoratori il peso degli squilibri economici, mentre gli interessi dei più ricchi rimangono intatti.

La borghesia invoca l'allungamento dell'aspettativa di vita e la necessità di «salvare» il sistema. Ma in nessun momento viene posta la questione della ripartizione delle ricchezze prodotte da questi stessi lavoratori. In nessun momento viene messa in discussione una logica economica che indebolisce i diritti sociali preservando al contempo i privilegi.

Allo stesso tempo, alcuni attori politici, oggi ferventi difensori dei lavoratori, in passato hanno sostenuto queste riforme. La loro improvvisa conversione sociale, a poche settimane dalle elezioni, non inganna più quasi nessuno. Alimenta una diffidenza legittima e profonda.

Sul fronte sindacale, la situazione non è molto più rassicurante. L'Unione Generale dei Lavoratori Algerini (UGTA), che dovrebbe essere la voce del mondo del lavoro, è sempre più contestata. Burocratizzazione, mancanza di iniziative, posizioni altalenanti, ambizioni personali: tante critiche che riflettono una frattura tra l'apparato sindacale e il mondo del lavoro.

La sua vicinanza ai centri di potere e ad alcuni ambienti padronali rafforza l'idea di un'organizzazione che accompagna, più che combattere. Per molti lavoratori, la domanda è ormai chiara: si possono difendere gli interessi dei lavoratori senza una reale indipendenza?

Di fronte a questa impasse, una conclusione s'impone: i lavoratori possono contare solo sulle proprie forze.

Gli esempi di organizzazioni, in tutto il mondo, radicate nella lotta, ricordano che un altro sindacalismo è possibile: un sindacalismo di lotta, indipendente, che rifiuta l'austerità e si basa sull'organizzazione di base, dove i lavoratori decidono, controllano e impongono le loro rivendicazioni.

Perché nessuna conquista sociale è mai stata regalata.

La pensione dopo 32 anni di lavoro, come altri diritti, non sarà ottenuta con promesse elettorali o negoziati al vertice. Sarà il frutto di un rapporto di forza costruito nelle aziende, nelle amministrazioni, nei cantieri.

Ciò presuppone la ricostruzione di un vero movimento operaio: assemblee generali sovrane, rappresentanti eletti e revocabili, un'organizzazione indipendente dal padronato. Ciò presuppone anche di rompere con le illusioni alimentate ad ogni ciclo elettorale.

La questione dei 32 anni di lavoro rimane oggi un punto di cruciale. Viene regolarmente evocata, discussa, promessa, ma mai ripristinata. E a ragione: senza una lotta organizzata, nessuna misura favorevole ai lavoratori vede la luce.

Più in generale, è una lezione politica che i lavoratori traggono dalla propria esperienza: i propri diritti non si mendicano, si strappano.

I lavoratori non hanno nulla da aspettarsi dall'alto.
Non hanno nulla da sperare dai calcoli elettorali.

La loro forza sta altrove.
Sta nella loro unità.
Sta nella loro organizzazione.
Sta nella loro lotta.


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