www.resistenze.org - popoli resistenti - argentina - 10.07.02

Dopo gli scontri di piazza

Duhalde non sconfigge la disoccupazione  e attacca gli States

di Emanuele Di Nicola

Dagli uffici della "Casa Rosada", l'urlo del presidente Eduardo Duhalde si solleva contro l'indifferenza occidentale: "Stati Uniti, Europa ed organismi finanziari insistono perché noi procediamo sulla strada delle privatizzazioni ed apriamo i nostri mercati, ma allo stesso tempo fanno il contrario con i loro". Quando si rivolge agli Stati Uniti di Bush, il peronista va giù duro: "Gli Usa danno la precedenza a conflitti in altre parti del mondo, dove sono in gioco il controllo del petrolio ed il possibile utilizzo di armi nucleari".  Dietro le dichiarazioni del Capo di Stato si nasconde un paese in estrema difficoltà; in questi giorni la crisi argentina ha infatti conosciuto l'ennesima impennata. Mercoledì 26 giugno il movimento dei piqueteros si è riversato nelle strade di Buenos Aires, provocando gravi conseguenze: 2 morti, 90 feriti (4 in condizioni gravi), 127 arresti. Per la giornata successiva, la Centrale dei lavoratori argentini (Cta), il sindacato di sinistra, ha guidato uno sciopero generale contro le politiche di repressione dell'esecutivo.  Le radici dell'attuale situazione si rintracciano nel 1996, quando i piqueteros vengono alla luce: in varie zone del paese cominciano a manifestarsi scintille di protesta, rigorosamente auto-organizzate da proletari disoccupati. Dall'incontro di queste iniziative isolate, nascono i primi movimenti coordinati. La tecnica è sempre la stessa: si riuniscono in assemblee popolari, capaci di coinvolgere un numero sempre maggiore di lavoratori, ostruiscono le grandi arterie che collegano i centri della nazione. Per una manciata di anni la lotta rimane circoscritta a livello regionale: si susseguono proteste significative (Salta, Cordoba, in Patagonia), ma il coordinamento nazionale è ancora un miraggio. Gli organi governativi delineano fin da subito i contorni della loro politica: gli scontri a fuoco fra polizia e piqueteros assumono infatti una cadenza regolare.   La svolta si consuma nel luglio 2001, quando un'assemblea nazionale riunisce militanti da tutto il paese; la seconda adunanza, fissata a settembre dello stesso anno, con 3500 partecipanti è un vero e proprio certificato di nascita per il movimento. Viene delineata una linea comune: la richiesta ricorrente riguarda un piano di opere pubbliche sotto controllo dei lavoratori, come mezzo per sconfiggere la disoccupazione. Poi si va dalla libertà ai prigionieri politici fino all'annullamento dei processi per le lotte sociali, passando per la diminuzione delle ore di lavoro senza calo del salario. Anche i piqueteros criticano gli "organismi finanziari" citati da Duhalde, in particolare il Fondo Monetario Internazionale: chiedono che la nazione non riconosca il proprio debito estero.  Si sono presto distinte due correnti interne al movimento: da una parte i moderati, che vedono in un sistema di riforme lo sbocco del conflitto sociale, e chiedono che il debito estero sia soltanto rinegoziato. Il Cta è considerato nel paese l'organo di rappresentanza di questa linea di pensiero, anche se dilaniato da una serie di contraddizioni: si affrancano da ogni forma di violenza, ma puntualmente gli scontri di piazza coinvolgono anche i loro militanti. Sul lato opposto si schierano i radicali, che si riconoscono nel Coordinamento dei lavoratori disoccupati "Anibal Veron", la contrari a ogni prospettiva riformista che non miri all'abbattimento del sistema.  Nella giornata del 26 giugno, probabilmente erano tutti schierati davanti alla sede del governo. I testimoni parlano di manifestanti protetti da maschere antigas, determinati a realizzare il classico blocco del traffico. Al centro dell'azione dimostrativa c'erano le politiche economiche di Duhalde, che non riescono ad intaccare il 24% di disoccupazione all'interno del paese. La situazione è degenerata, provocando incidenti a catena: quando la polvere si è diradata, sono comparsi sul selciato i cadaveri di Dario Santillan e Maximiliano Kosteki. Il commissario José Franchiotti, coordinatore delle forze dell'ordine, nelle ore successive si è affrettato a scaricare le responsabilità su "un gruppo di infiltrati incappucciati ed armati", che avrebbero costretto la polizia all'intervento. Ma l'opinione pubblica argentina si è mostrata molto attenta: mentre le televisioni avevano filmato soltanto i corpi senza vita, la verità è finita sulle prime pagine dei quotidiani "Clarìn" e "Pàgina 12". Ad incastrare la condotta della polizia è stata una successione di istantanee: un agente che punta la pistola verso Santillan totalmente indifeso, il ragazzo che si accascia al suolo con una pallottola all'altezza del ginocchio sinistro, poi due tutori dell'ordine che lo trascinano per le braccia lungo la strada insanguinata.  Dopo queste rivelazioni, il presidente Duhalde ha articolato le sue accuse: "Ancora una volta, quelli che chiamiamo per mantenere l'ordine sono gli stessi che infliggono queste atrocità". Il 28 giugno il governatore della provincia di Buenos Aires, Felipe Solà, ha ordinato la sospensione del commissario Franchiotti; di seguito, è arrivato l'arresto di due agenti incastrati dalla prova fotografica. Almeno una dozzina di poliziotti si sono visti sfilare momentaneamente il distintivo, finendo sotto inchiesta. Le accuse dei sindacati e delle parti politiche convergono però sulla classe dirigente, accusata di una nuova ondata repressiva: si pensi che, solo nei tumulti dello scorso dicembre, sono state accertate 27 vittime all'interno del paese.  Eduardo Duhalde, ex governatore di Buenos Aires, è stato eletto capo di Stato il 2 gennaio 2002, guadagnando la fiducia dell'Assemblea con 262 voti a favore e solo 21 contrari (18 gli astenuti). Dopo esser diventato il quinto presidente in due settimane, Duhalde ha proclamato la sua fede nel modello peronista, annunciando una politica poggiata sulla "dottrina sociale e della chiesa". Sconfitto alle elezioni del 1999 proprio dal suo predecessore Fernando de la Rua, ha lanciato il suo piano di ripresa economica all'insegna della svalutazione della moneta locale: la parità peso/dollaro è stata definitivamente abbandonata. Al suo insediamento, Duhalde ha giurato "su Dio e i Santi Vangeli" che risolleverà il paese; ma l'ombra delle ultime vicende interne si allunga sulla sua persona. E' incaricato di traghettare l'Argentina fino al 2003, quando è prevista una chiamata alle urne; non può però sottrarsi ad una nazione che aspetta risposte concrete. Il suo destino è fortemente legato alle politiche economiche, che non intaccano l'alto tasso di disoccupazione; se dovesse continuare a fallire, non si esclude la possibilità di elezioni anticipate.
(2 luglio 2002)