Ass. Argentina "Vientos del Sur"
Hombres sin duenos
Uomini senza padroni.
Sono gli operai che in Argentina autogestiscono le fabbriche dopo che la crisi
economica ha creato milioni di disoccupati. La fabbrica di ceramiche Zanon è la
più grande di queste. Da tredici mesi è occupata.
da Il Nuovo Friuli
di Max Mauro
Dall'inizio di quest'anno in Argentina hanno chiuso circa 1700 fabbriche,
lasciando senza lavoro 700mila persone. In questa triste classifica, che è solo
un piccolo indicatore della crisi economica che angustia il grande paese
sudamericano dove vivono moltissimi discendenti di emigranti friulani e
italiani, non trova posto una fabbrica che dà lavoro a 300 operai e un
centinaio di tecnici e impiegati e che secondo le intenzioni dei titolari (la famiglia
italiana Zanon) doveva chiudere nel novembre del 2001. Si tratta della Fabbrica
di ceramiche Zanon, di Nequen, in Patagonia, la più importante azienda del sud
dell'Argentina in questo settore, fondata con ampie sovvenzioni pubbliche
durante il regime dei generali negli anni settanta (si narra che ad inaugurarla
fu il famigerato generale Jorge Videla in persona). La storia di questa
fabbrica nell'ultimo anno ha fatto il giro del mondo, ma in Argentina ha
ispirato iniziative di lotta civile di lavoratori e disoccupati uniti nel
difendere il lavoro, nel reclamare il diritto ad averne uno, nel contestare le
politiche neo-liberiste degli ultimi governi, a cui viene imputato il disastro
in corso.
In difesa del lavoro
Cosa hanno fatto i lavoratori della Zanon di così importante? Hanno
messo in pratica uno slogan che da sempre è al centro delle lotte sindacali in
tutto il mondo (almeno in quella parte del pianeta dove queste lotte sono
ammesse o tollerate): difendere il posto di lavoro a tutti i costi. Da tredici
mesi questa fabbrica continua a produrre grazie alla strenua resistenza dei
lavoratori, che l'hanno occupata dopo una lunga mobilitazione iniziata due anni
prima. Il 27 novembre dello scorso anno la proprietà, dopo essere stata
condannata da un giudice per la serrata dell'allacciamento del gas che di fatto
impediva la produzione, ha inviato a tutti e 380 i dipendenti (300 operai, il
resto personale amministrativo) la lettera di licenziamento, inoltrando
contestualmente alle autorità la richiesta di messa in liquidazione. Questa
azione non ha fatto altro che rafforzare negli operai e nelle loro famiglie la
convinzione che l'unico modo per garantirsi uno stipendio era prendere
direttamente in mano la gestione della fabbrica. Grazie ad una catena di solidarietà
che ha coinvolto la città e progressivamente si è allargata in tutto il paese,
l'autogestione è stata avviata. Oggi la fabbrica, che occupa uno spazio di
74mila metri quadri, funziona al 20 per cento della produzione rispetto a
quando era gestita dalla famiglia Zanon, ma ciononostante riesce a garantire
uno stipendio di 800 pesos ad ognuno di lavoratori (lo stesso per tutti).
In questi giorni due rappresentanti degli operai della Zanon e del sindacato
dei lavoratori ceramisti Soecn (Sindicato de Obreros y ceramistas) sono in
Italia per presentare la situazione della fabbrica e del movimento di lotta
popolare che è sorto attorno alla difesa della sua produzione. L'obiettivo è
quello di allargare la catena di solidarietà a livello internazionale e, nel
contempo, di fare conoscere la crisi argentina direttamente dalla voce dei
lavoratori. Per una volta, le immagini della tv, così sfuggenti e
approssimative, e le dichiarazioni di ministri e funzionari di governo, così
formali e prudenti, possono essere messe a confronto con chi vive in prima
persona le conseguenze di una crisi economica senza precedenti. Nestor
Navarrete (operaio) e Mariano Pedrero (avvocato) su invito dell'Associazione
Vientos del sur hanno partecipato ad un affollato incontro presso la sede della
Cgil di Udine.
Lotta lunga e dura
"Quando abbiamo cominciato la lotta - dice Nestor Navarrete, un
viso che richiama nei tratti le radici indio, con indosso la camicia color
cachi che è la divisa dei lavoratori - sapevamo che sarebbe stata dura e lunga,
ma non pensavamo così tanto. Ciò che volevamo era solo mantenere il nostro
lavoro, senza rivendicazioni politiche. Quello che stiamo facendo conta su tre
"pilastri": il fondo di sciopero, che ci ha permesso di pagare gli
stipendi per i primi due mesi; la solidarietà della popolazione, che ha
ostacolato i tentativi di bloccare l'autogestione fatti dal padrone; e
l'organizzazione, che ci consente di fare funzionare bene la fabbrica. La
solidarietà è stata un fattore fondamentale, perché se la nostra lotta fosse
rimasta chiusa dentro la fabbrica non sarebbe durata a lungo. Quello che
abbiamo fatto e stiamo cercando di portare avanti, resistendo alle minacce e
agli attacchi anche violenti di gente pagata dalla proprietà non è altro che
riconsegnare la fabbrica al popolo, visto che era stata costruita con 23
milioni di dollari donati dallo Stato alla famiglia Zanon e altre sovvenzioni
sono state dopo. Abbiamo dimostrato che è una fabbrica che produce e dà redditi
e che noi operai possiamo mandarla avanti anche da soli".
L'organizzazione interna adottata dagli operai è articolata in 5 settori con
altrettanti coordinatori e la gestione del tutto è fondata su criteri
assolutamente democratici. Comunismo? Forse per pudore, nessuno, né tra gli
operai né tra i sostenitori, usa questo termine per definire la realtà. E' un
fatto, tuttavia, che quanto sta avvenendo alla Zanon mette in discussione la
fiducia nei criteri di gestione della produzione capitalista che sembravano
ormai aver conquistato ogni angolo del globo (facendo anche molti danni, come
la situazione argentina dimostra). I problemi, ovviamente, sono numerosi, ed è
lo stesso Navarrete a sintetizzarli.
I problemi ci sono
"Abbiamo avuto presto problemi con i fornitori e con i clienti,
che erano stati minacciati dal padrone se avessero avuto rapporti con noi, ma
siamo andati avanti lo stesso. Non possiamo portare fuori il prodotto, così i
clienti vengono direttamente in fabbrica. Abbiamo stretto un accordo con
l'università per garantire l'assistenza tecnica alla fabbrica. Gestendola in
prima persona abbiamo capito anche quanto la fabbrica potrebbe essere più utile
alla comunità se avesse una gestione pubblica. Per esempio, senza togliere uno
stipendio, abbiamo deciso di donare dei pavimenti all'ospedale per completare
degli spazi che non li avevano. Quando abbiamo visto che nella produzione le
cose funzionavano abbiamo dato 8 posti di lavoro a operai disoccupati, che
attraverso il loro movimento in tutti questi mesi ci hanno sostenuto molto.
Infine, abbiamo trovato anche la solidarietà degli indios mapuche, che ci hanno
permesso di servirci di alcune cave presenti sui loro territori per avere
materia prima".
Mondo lontano?
Il racconto dell'operaio apre una finestra su di un mondo che sembra
lontanissimo dalla nostra realtà. A guardare i fatti, tuttavia, l'Argentina si
trova nella situazione attuale dopo aver applicato alla lettera i
"suggerimenti" in materia di politica economia che le venivano dagli
esperti della Banca Mondiale e dal Fondo Monetario internazionale. Il
neo-liberismo, una parola che spesso suona come uno slogan, qui ha esplicitato
tutto il suo micidiale potenziale, portando alla chiusura di fabbriche e
attività e, infine, al blocco dei conti bancari di tutti i cittadini. Lo stesso
potrebbe accadere anche altrove, visto che sono numerosi i governi che
abbracciano senza condizioni l'idea liberista e cercano di applicarla come un
verbo inconfutabile. E' su questa linea la riflessione di Mariano Pedrero,
giovane avvocato che - camicia da operaio e piglio deciso - è pienamente dentro
la lotta per l'autogestione della Zanon.
"La lotta della Zanon - dice - è stata di esempio per altre situazioni in
Argentina e ora sta nascendo un coordinamento delle fabbriche occupate a
livello nazionale. Un aspetto importante di questa lotta è che ha messo assieme
gli operai e i disoccupati, che per i sindacati tradizionali non esistevano. A
Nequen è nato un sindacato di lavoratori e dei disoccupati (questi ultimi sono
circa due milioni e mezzo in Argentina, attualmente). L'obiettivo della
fabbrica non è fare profitto ma creare ricchezza per la comunità, così se la
produzione cresce si possono prendere più persone a lavorare".
Un futuro
Uno degli obiettivi che la fabbrica autogestita deve realizzare
nell'immediato futuro è quello di avviare una produzione di imballaggi, cioè
delle scatole che servono per vendere le piastrelle. L'idea è quelle di creare
ex-novo un'attività mettendo al lavoro i tanti disoccupati e i familiari degli
operai. Su di un altro fronte, quello della materia prima, la soluzione è
arrivata inattesa grazie alla solidarietà degli indios Mapuche, che in passato
erano stati più volte "derubati" delle loro risorse proprio dalla
titolari della fabbrica Zanon. Per ricambiare l'apertura dei Mapuche, gli operai
hanno deciso di creare una nuova linea di piastrelle che adotta nomi in lingua
Mapuche. Fino all'anno scorso tutte le piastrelle che uscivano dalla Zanon
avevano nomi italiani, perché così piaceva al padrone.
Cosa riserverà il futuro alla fabbrica autogestita e alle molte altre che ne
stanno seguendo l'esempio nel resto dell'Argentina? Nel grande paese dei
gauchos e del tango nessuno ha forse tempo di chiederselo: ciò che conta è
agire adesso per sopravvivere. Ma l'azione degli operai, delle loro famiglie,
dei disoccupati e di tutti quelli che sono vicini a questa impresa
straordinariamente umana, è destinata a segnare un solco dal quale sarà
difficile per chiunque uscire.