da
www.rassegna.it
Il
fenomeno delle imprese recuperate
Gli operai della Zanon a Roma: "Aiutateci a difendere la fabbrica"
di Davide Orecchio
Torniamo
a parlare della Zanon e dei suoi operai. Che continuano a lottare perché la
fabbrica che occuparono quattro anni fa (quando il padrone l’aveva abbandonata)
resti viva, nelle loro mani, e produca. La vicenda dello stabilimento di
ceramiche argentino, infatti, non s’è conclusa coi titoli di coda del bel
documentario di Avi Lewis e Naomi Klein (The Take) che l’anno scorso fu
proiettato in tutto il mondo. Al momento 470 operai della fabbrica di Neuquén
(provincia della Patagonia) mandano avanti la produzione in attesa di un
pronunciamento legale definitivo. E sembra che abbiano tutto il mondo contro: i
giudici, l’ex padrone Luigi Zanon (di origini italiane) che rivuole la fabbrica
dopo averla abbandonata durante la crisi del 2001, il governo provinciale,
quello federale che tace, le forze dell’ordine e anche quelle del disordine,
visto che poco tempo fa le mogli di due operai sono state sequestrate e
malmenate a scopo intimidatorio.
Una battaglia contro poteri forti, insomma, che ha indotto i lavoratori della
Zanon – ora ribattezzata Fasinpat (Fábrica
sin Patrones) e inserita nel movimento delle imprese recuperate
argentine – a chiedere appoggio e solidarietà internazionale ai sindacati e
alle associazioni più sensibili al tema. Così è nato il viaggio a Roma di
Cristian Moya, rappresentante dell'ufficio stampa della fabbrica, promosso dal Progetto Sur Onlus. Nella capitale
Moya ha incontrato personalità del sindacato ed è stato anche ricevuto
dall’ambasciatore argentino Victorio Taccetti, ottenendo quaggiù un dialogo con
le istituzioni che in patria sembra più complicato.
Nel corso di una conferenza stampa presso la Casa della Cultura, Moya ha
raccontato questi anni di autogestione e gli incredibili risultati raggiunti.
Nell’ottobre del 2001, quando gli operai occuparono la fabbrica in risposta
alla serrata per insolvenza di Zanon (poi condannata dalla magistratura), si
ritrovarono in uno stabilimento semiabbandonato, con macchinari impolverati e
alle spalle un passato industriale di primo piano (produceva un milione di
metri quadri mensili) del quale non si vedeva più traccia.
In quattro anni quei 250 non solo hanno conservato il posto, ma sono diventati
470. Hanno rimesso in funzione le macchine, portando la produzione a 320 mila
metri quadri mensili. «Ora siamo al 30% della capacità produttiva», spiega
Moya, aggiungendo con fierezza che il tasso d’infortuni sul lavoro è diminuito
del 95%: «Prima si verificavano 300 incidenti e 14 morti all’anno; adesso
soffriamo principalmente delle malattie respiratorie che abbiamo ereditato
dalla gestione passata». Il salario medio (e d’ingresso) s’aggira attorno agli
800 pesos: circa cento in più rispetto alla media dell’industria argentina.
Anche il modo di lavorare è cambiato. «Forse – ammette Moya – è più difficile
che in passato. Io lavoro alla Zanon da 9 anni e mi sono reso conto che la
produzione collettiva si arena ogni volta che emergono gli individualismi. Però
andiamo avanti, non indietro». La fabbrica è gestita da coordinatori: ce n’è
uno per ogni segmento (produzione, amministrazione, cucina ecc.). Sono loro a
stabilire i carichi di lavoro giorno per giorno. Le decisioni più importanti,
come bilancio e assegnazione dei salari, vengono discusse in assemblea
plenaria. Insomma una cooperativa orizzontale a tutti gli effetti, anche se i
giudici le hanno negato lo status legale.
La comunità locale poi – racconta ancora Moya – l’appoggia fino in fondo:
nonostante il diktat di Zanon, i fornitori hanno ripreso ad approvvigionare
dell’indispensabile materia prima la fabbrica, che redistribuisce parte degli
utili tra la cittadinanza. Ricevendo in cambio una difesa anche materiale,
com’è accaduto durante tutti i tentativi di sgombero deliberati dalla
magistratura e falliti per l’opposizione di migliaia di persone. Gli operai,
inoltre, avevano stretto un accordo con la comunità Mapuche per lo sfruttamento
dell’argilla sul territorio dei nativi. Poi il governo provinciale ha
trasformato la zona in riserva naturale e l’intesa è andata in fumo. Ma i
Mapuche sono ancora dentro alla fabbrica: nelle fantasie ricalcate sulle
ceramiche, infatti, i soldati romani prediletti da Zanon sono stati rimpiazzati
dai disegni dell’arte indigena.
Si diceva dei giudici. Moya ha spiegato che lo scorso 15 maggio la magistratura
ha aperto una sorta di procedura fallimentare (tecnicamente “cramdown”), grazie
alla quale una società avrebbe potuto acquisire la Zanon assumendone i debiti.
Non si è presentato nessun candidato. Due giorni dopo la scadenza dei termini
legali, però, si sono fatti vivi la moglie e il figlio di Luigi Zanon
presentando un’offerta d’acquisto. Gli operai – spiega Moya – sostengono che
la proposta dei Zanon è irricevibile e insistono che la strada maestra sia
quella del riconoscimento della cooperativa in via transitoria da parte dei
giudici, e poi dell’approvazione di una legge sull’esproprio e la
statalizzazione delle imprese recuperate “sotto il controllo operaio”. Al
riguardo due progetti di legge sono in discussione al Senato federale di Buenos
Aires e nella legislatura provinciale. Il tutto – evidenzia ancora Moya -
«nell’assoluto silenzio del presidente Kirchner, che in tre anni non s’è mai
pronunciato sulla vicenda». «La fabbrica funziona ed è apprezzata in tutto il
paese. Quindi il nostro problema non è economico, ma politico e ideologico»,
chiosa Moya.
Gli operai della Zanon fanno parte di un movimento che raccoglie, ad oggi, 190
imprese recuperate in tutta l’Argentina. Da grandi fabbriche come quella di
Neuquén ad alberghi con 50 dipendenti fino a microimprese con pochi impiegati.
(www.rassegna.it, 1 giugno 2005)