www.resistenze.org - popoli resistenti - argentina - 24-03-06

inviato da www.cuba-si.ch

Argentina: a trent’anni dal colpo di stato


Intervista a Sabatino Annechiarico

Trent’anni fa, il 24 marzo del 1976, cominciava uno dei periodi più bui della storia argentina, latinoamericana e mondiale. Ancora una volta, dopo l’eclatante e brutale caduta del governo Allende in Cile, i militari decisero di intervenire nell’agone politico, spazzando via con maldestra rozzezza ogni forma di opposizione. In ogni angolo del continente le Forze Armate uscirono dalle caserme e diedero inizio a brutali repressioni. Víctor Jara, cantautore cileno ucciso (dopo che gli furono recise le mani) nelle ore successive al golpe di Pinochet, lo espresse attraverso la voce e le note della propria chitarra con splendidi versi in rima:

 

“Que los derechos humanos
los violan en tantas partes,
en América Latina
domingo, lunes y martes.
Nos imponen militares
para sojuzgar los pueblos,
dictadores, asesinos,
gorilas y generales”.

“I diritti umani
sono violati in molte parti,
in America Latina
domenica, lunedì e martedì.
A noi impongono militari
per soggiogare i popoli,
dittatori, assassini,
gorilla e generali”.


Migliaia di persone vennero prelevate dalle proprie abitazioni, oppure mentre si recavano a scuola, al lavoro, e condotte nelle caserme e in gelidi scantinati. Il luogo più famoso è senza dubbio l’ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada Argentina). L’enorme edificio al numero 8200 di Avenida Libertador, nel quartiere di Núñez, nella parte settentrionale della capitale Buenos Aires, divenne uno dei cinquecento luoghi adibiti alla detenzione e alla tortura, necessari alla giunta militare per compiere il proprio disegno di morte e barbarie. Ma anche altri nomi sono passati tristemente alla storia, come i centri di detenzione clandestini Club Atlético, Olimpo e Virrey Cevallos.

Per l’ESMA passarono moltissime persone, si stima cinquemila: solamente qualcuna di esse sfuggì alla morte, la maggioranza allungò la triste lista dei desaparecidos. Inoltre si procedeva anche a legalizzare la sottrazione dei beni dei prigionieri, a falsificare documenti, a raccogliere tutto quello che veniva trafugato dalle case ormai disabitate dove avevano vissuto le persone rapite. Il resoconto di quegli anni di terrore sembra il peggiore degli incubi, destinato a sconvolgere per sempre le menti di chi fu vittima e di chi di quelle vittime denunciò la scomparsa chiedendo verità, e poi giustizia. Fa rabbrividire ascoltare i ricordi di chi sopravvisse (quell’odore, quell’oscurità, quelle sensazioni…), oppure il dolore di chi si vide sconvolta l’esistenza dopo la sparizione di un proprio caro, per lo più ragazze e ragazzi.

Molti dei rinchiusi dell’ESMA furono infatti drogati, portati semicoscienti su aerei militari e gettati nel Rio della Plata ancora vivi, durante i famigerati vuelos de la muerte, come rivelò nel 1995 (anche se la notizia era già stata appurata) l’ex capitano dell’esercito Adolfo Scilingo. Ci furono donne che dovettero partorire nelle segrete dei centri di detenzione (nell’ESMA esisteva un reparto chiamato maternidad clandestina): a esse fu concesso di vedere per pochi attimi, a volte per giorni i propri figli, prima che venissero loro portati via per sempre, in moltissimi casi per essere affidati agli aguzzini che li segregavano oppure a loro conoscenti. Solo ultimamente sono state rivelate le identità di questi neonati (oggigiorno adulti) che hanno potuto così scoprire l’orribile segreto che celava loro la vita.

Esiste nella mente umana qualcosa di più diabolico, di più cinico del piano elaborato dai militari che si impossessarono dei locali della Casa Rosada, e della vita di un intero paese? Un continente che soffriva da quasi cinquecento anni di abusi e ingiustizie vedeva nella sua regione più benestante ed “europeizzata” lo svolgersi di pratiche repressive senza precedenti: corpi fatti a pezzi, persone rapite e presto scomparse, donne e bambini uccisi con metodica regolarità, senza che nulla si potesse fare. Trentamila esseri umani sparirono in tal modo, senza lasciar traccia.

E il mondo, come reagiva a quanto stava accadendo in Argentina? I paesi europei, Italia in testa, si preoccupavano solamente che i propri affari continuassero a prosperare, rinnovando accordi commerciali come se nulla fosse. Il Vaticano (mentre Pio Laghi, allora nunzio apostolico in Argentina e oggi prefetto del Dicastero vaticano dell'Educazione cattolica, giocava a tennis con l’amico generale Emilio Massera) rimaneva stretto nella logica della Guerra Fredda. Nel 1978 addirittura si svolsero in Argentina i mondiali di calcio e, in piena mattanza, furono trasmessi in tutto il mondo i gol di Mario Kempes che portarono alla vittoria finale proprio la squadra di casa. La mente torna alle parole di Primo Levi “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici, considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no” e ai versi di Fabrizio De André nella Canzone del Maggio (del 1973…) “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

Fu solo nel 1983, dopo la parentesi dell’insensata guerra per il controllo delle Isole Malvinas, che l’Argentina vide di nuovo un governo civile a capo del paese, guidato da Raúl Alfonsín. L’eredità di quei sette anni, però, era troppo pesante, quasi onnipresente: si giunse a un’inspiegabile e vergognosa impunità per migliaia di torturatori e assassini che si videro dispensati dal rispondere delle proprie nefandezze davanti alla legge. E così ai parenti delle vittime toccò vedere in giro per la strada o nei ristoranti per esempio Alfredo Astiz, al riparo da qualsiasi possibilità di condanna grazie alle leggi Punto Final e Obediencia debida. Si cercava con l’amnistia di cancellare e seppellire la memoria sotto la spessa coltre del passato.

Il ricordo di quel periodo venne invece tenuto vivo con costanza e ostinazione dalle Madres de Plaza de Mayo, madri e nonne che, fazzoletto in testa e lacrime agli occhi, hanno sfidato le cariche della polizia ogni giovedì per oltre vent’anni, manifestando davanti al palazzo del governo.

Perché ci fosse una rottura, un’inversione di tendenza è stato necessario l’arrivo di Néstor Kirchner, chiamato alla guida del paese dopo le proteste della popolazione e dei piqueteros contro la politica economica imposta, su consiglio del Fondo Monetario Internazionale, da De la Rua. Kirchner ha infatti presenziato nei locali che furono dell’ESMA all'inaugurazione del museo della Memoria (mentre Carlos Menem aveva promosso un progetto per la sua demolizione), dopo aver ordinato di rimuovere dalle pareti della Casa militare di El Palomar i ritratti degli ex generali golpisti Jorge Rafael Videla e Reynaldo Bignone. Tutto ciò con un equilibrismo ragguardevole, dovuto alla necessità di non toccare chi ha in mano le leve del potere e degli affari: quella stessa élite che si arricchì nei funesti anni della dittatura.


Questa è in estrema sintesi il resoconto di quei sette anni. Abbiamo chiesto a Sabatino Annecchiarico** di rispondere alle nostre domande, per capire più a fondo quanto accadde.

Intervista a Sabatino Annecchiarico

Com’è potuto accadere? Perché si giunse a tanta barbarie? Qual era il motivo di ricorrere a una violenza così spietata, con metodi disumani di repressione del dissenso?

Per capire meglio come tutto questo sia potuto accadere in un paese parte di un continente martoriato da un’inaudita violenza dal XVI secolo a oggi, basta ricordare per esempio le atrocità commesse dai primi invasori già nel 1500 con i cani portati dall’Europa, addestrati a uccidere, sbranandolo vivo, chiunque non accettava di essere sottomesso pacificamente alla colonizzazione. Con questa ferocia si stabilì che in quelle terre tutto diventava possibile pur di soddisfare le politiche colonialiste di sfruttamento nel continente di tutto l’esistente, incluse le persone. Da allora l’utilizzo della strategia di imporre il terrore tra la popolazione come metodo persuasivo è stato uno degli strumenti più adoperati dalle transnazionali per raggiungere i loro profitti.
In America Latina, nel ventennio tra la metà degli anni Sessanta e degli anni Ottanta si posero le basi delle politiche neoliberiste che conosciamo oggi. Una politica a senso unico, in pieno rispetto del profitto delle transnazionali. Un profitto garantito dalla mano forte dei militari (i pretoriani delle transnazionali), previamente addestrati nelle Escuelas de las Américas di Panama con istruttori prevalentemente nordamericani. Da queste scuole sono usciti i più raffinati metodi per imporre il terrore tra la gente: la tortura, la scomparsa di persone, il terrorismo. Metodi approvati da quasi tutte le aziende d’affari che si trovano in America Latina.
Questo è quello che accadde nell’Argentina di quelli anni: l’instaurazione di una strategia del terrore, dopo aver eliminato, con la violenza, coloro che ostacolavano la “pacifica” applicazione delle politiche neoliberiste del capitalismo. Un metodo terroristico per far piazza pulita di eventuali ostacoli per poi applicare liberamente le ricette di libero mercato, a partire dal 1983, quando finì la dittatura (non ce ne era più bisogno), iniziata sette anni prima. Diventava utile al sistema capitalista la democradura, come definì i governi del dopo dittatura lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano. Questa democradura rispettò a pieno titolo tutte le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale, senza opposizione alcuna.

Insomma, la fine della dittatura è stata per molti aspetti effimera…

A riprova di questa continuità politica tra dittatura e democradura, è sufficiente osservare chi fu il ministro dell’Economia dell’Argentina ai tempi della dittatura del generale Videla: l’ideologo economista José Alfredo Martínez de Hoz, figlio prediletto delle politiche neoliberiste e padre istruttore di Domingo Felipe Cavallo, che fu a sua volta a capo dello stesso ministero ai tempi del governo di Carlos Menem. Proprio quel Menem che mise in pratica, già senza opposizione, i più evoluti programma neoliberisti. Cavallo era stato addirittura presidente della Banca Centrale dell’Argentina negli anni della dittatura del generale Leopoldo Galtieri, durante il conflitto bellico con la Gran Bretagna per il controllo dell’Oceano Atlantico meridionale.
Partendo da questa storica e secolare realtà, “che ogni crimine in quel continente è possibile”, insieme alle prime avvisaglie delle nuove politiche colonialiste e imperialiste di fine Novecento, sia da parte degli Stati Uniti (nel tentativo di creare un libero mercato continentale) sia da parte dell’Europa che non gradiva di perdere il mercato latinoamericano, è stato consentito di completare l’opera di azzittire ogni possibilità di dissidenza, imponendo quel terrore “dove non era importante il numero dei morti”, parafrasando le dichiarazioni pubbliche di Videla all’indomani del colpo di Stato del 1976. Si mise in atto un perverso meccanismo in cui torturare e uccidere diventava non solo la normalità, a volte anche macabro sport, bensì il “dovere” dinanzi la Patria e Dio, come recitavano i militari e i prelati complici del genocidio. Tutto divenne possibile grazie all’aiuto dei mezzi d’informazione (radio, TV e carta stampata), al silenzio complice (e non solo) della Chiesa, alla gioia della borghesia nazionale e al consenso dei paesi del Primo Mondo.
Vorrei ricordare che non è possibile risalire al numero esatto delle vittime causate da questa criminale politica di libero mercato. Si calcola che dal 1976 al 1983 siano stati più di trentamila i desaparecidos, ventimila i morti ammazzati con il ritrovamento dei corpi, una diaspora di oltre due milioni di persone, esuli in tutto il mondo e un paese in ginocchio che non ha mai finito di pagare tutto questo martirio.

Come spieghi il silenzio, e la complicità, di chi in Argentina e al mondo non mosse un dito per denunciare i crimini commessi?

Dove sono le transnazionali del petrolio, dell’industria chimica e farmaceutica, dell’alimentazione ecc.? Continuano senza disturbi nell’opera orripilante di fare affari con il silenzio dei paesi “ricchi”, della stampa internazionale e della Chiesa. Questo perché su ogni scrivania di ogni capo di governo di ogni paese del Primo Mondo ci sono gli accordi siglati con i presidenti delle transnazionali (in molti casi è la stessa persona fisica a occupare le due poltrone). Ecco la spiegazione del perché tanto silenzio da parte di chi avrebbe potuto fare qualcosa di concreto per evitare tanto massacro. Del resto, quelli più in basso nella scala sociale, il terrore li ha sepolti sotto il silenzio dell’omertà.

Nonostante i trentamila desaparecidos, chi rimase a lottare attivamente per la fine della repressione? Quali reali possibilità vi erano di sconfiggere la giunta militare, che disponeva di potenti appoggi all’interno e all’esterno del paese?

Se l’Argentina avesse avuto trentamila combattenti-oppositori alla dittatura militare, sicuramente oggi sarebbe stata un’altra storia. È opportuno chiarire che la maggior parte dei desaparecidos non erano militanti politici. Molti erano bambini e adolescenti. Molti ancora erano comuni cittadini senza una posizione politica d’appartenenza che, colpiti in modo diretto, creavano quel senso di terrore sopra citato. Tuttavia, i militanti politici furono nella maggior parte assassinati. Pochi si salvarono e di questi pochi furono in tanti quelli che scelsero la via dell’esilio. Il periodo di massimo terrore fu dal 1976 al 1979, quando avvenne la maggior parte dei crimini. Nella clandestinità, o nella semiclandestinità, si continuava a lavorare per salvare il salvabile. Le Madres de Plaza de Mayo sono un palese esempio di questa continuità di lotta che non è mai stata abbandonata. Molti continuarono a cadere nelle mani assassine dei militari. Molti venivano uccisi per vendetta trasversale o semplicemente caduti in qualche perverso destino dovuto al degrado morale in cui era arrivata la società.
Chi rimase a combattere in questo contesto capì che sconfiggere la dittatura era solo un sogno senza speranza, soprattutto perché il vero sconfitto era il popolo argentino privo di unità e chiarezza nella lotta contro il nemico comune. Una sconfitta che ancora continua dopo i clamorosi risultati economici e sociali a cui è arrivata l’Argentina nel dicembre del 2001: tutta nelle mani della grande finanza internazionale e delle transnazionali che mai hanno smesso di fare affari.

Cosa ne pensi del fatto che il governo Kirchner abbia deciso di aprire un museo della Memoria là dove trent’anni fa si trovava l’ESMA? Come si concilia, in sostanza, il valore della memoria, di cui noi siamo qui a sostenere l’importanza, con il fatto che in questo caso non sia mai stata fatta giustizia?

Un museo della memoria in un paese che non ha deciso di cambiare rotta politica uscendo dal sistema che l’ha ridotta alla fame (e alla miseria, soprattutto culturale) è solo umiliante. Quale memoria deve conservare un paese in cui i crimini continuano a esistere? Dove i criminali continuano a essere impuniti? Dove le cause che hanno provocato tutti quei crimini continuano intatte e sono addirittura state aggiornate? Perché dovrebbe gioire un popolo martoriato all’estremo per un museo che ricordi quei crimini quando non ha mai ricevuto un segnale di giustizia a tanto lutto? Oggi, nella sola provincia di Santiago del Estero, nel nord dell’Argentina, muoiono ogni mese più bambini per fame di quanti sono stati i morti nell’ESMA. Cosa dovremmo fare nel futuro prossimo, il museo della provincia di Santiago del Estero? E se facessimo il museo di tutta l’Argentina?
Ciò detto, non nego che la memoria è la base per la lotta del presente. A patto che sia una memoria attiva, partecipata e discussa, per cambiare l’orripilante sistema capitalista che continua a uccidere. Quello di cui non abbiamo bisogno è una memoria statica, rinchiusa in un museo “tutto da vedere”, magari come meta dei “turisti rivoluzionari”.

Trent'anni dopo, che cosa è rimasto in Argentina e nella coscienza degli argentini?

A trent’anni da quel terribile colpo di stato, per gli argentini è rimasta una miseria generalizzata, soprattutto nelle regioni dell’interno del paese. Una miseria non solo economica, bensì soprattutto culturale. Con la privatizzazione di tutto l’esistente durante il governo di Menem, sono state privatizzate anche le scuole pubbliche. Oggi il sistema educativo è basato principalmente su scuole private che, com’è logico supporre, rispondono a interessi di guadagni economici e non si curano della formazione degli argentini. Il costo per iscrivere un bambino a scuola è uno dei motivi della bassa affluenza scolastica, presupposto perché in futuro ci siano le condizioni per un paese ignorante e ancora più sottomesso. Esattamente il contrario di quello che diceva José Martí, quando si riferiva a un popolo colto come base per la sua libertà.
Trent’anni dopo, rimangono le nuove generazioni, che hanno ripreso, dal profondo e dall’inizio, questa guerra contro l’usurpazione straniera e del capitale colonialista. Sono i figli dei desaparecidos, degli esiliati che non sono tornati, degli argentini che sono rimasti e che non si sono mai arresi, perché, come dicono le Madres de Plaza de Mayo, “L’unica lotta che si perde è quella che si abbandona”. E oggi l’eredità di quegli anni è presente, anche se la strada è in salita e per nulla facile.


** Sabatino Annecchiarico (Buenos Aires, 1951) – Figlio di emigranti italiani, dal 1985 vive in Italia. Giornalista militante, esperto di geopolitica latinoamericana e politiche migratorie, ha lavorato come fotografo, fotoreporter e giornalista per diversi enti di Buenos Aires. Ha collaborato con il progetto “Sirams” dell’UNESCO e con l’Università di Architettura di Buenos Aires per la preservazione del patrimonio naturale, artistico e culturale del Cono Sur. È stato docente della Dirección Nacional de Educación para Adultos (DINEA), lavorando in programmi di alfabetizzazione nei quartieri poveri e nelle villas miserias di Buenos Aires. Collabora con numerosi settimanali, mensili e agenzie di stampa in Italia. Attualmente è socio fondatore e presidente dell’Associazione nazionale di mediatori interculturali “StraniEri”.