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Argentina:
a trent’anni dal colpo di stato
Intervista a Sabatino Annechiarico
Trent’anni fa, il 24 marzo del 1976, cominciava uno dei periodi più bui della
storia argentina, latinoamericana e mondiale. Ancora una volta, dopo
l’eclatante e brutale caduta del governo Allende in Cile, i militari decisero
di intervenire nell’agone politico, spazzando via con maldestra rozzezza ogni
forma di opposizione. In ogni angolo del continente le Forze Armate uscirono
dalle caserme e diedero inizio a brutali repressioni. Víctor Jara, cantautore
cileno ucciso (dopo che gli furono recise le mani) nelle ore successive al
golpe di Pinochet, lo espresse attraverso la voce e le note della propria
chitarra con splendidi versi in rima:
|
“Que los derechos humanos |
“I diritti umani |
Migliaia di persone vennero prelevate dalle proprie abitazioni, oppure mentre
si recavano a scuola, al lavoro, e condotte nelle caserme e in gelidi
scantinati. Il luogo più famoso è senza dubbio l’ESMA (Escuela de Mecánica de
la Armada Argentina). L’enorme edificio al numero 8200 di Avenida Libertador,
nel quartiere di Núñez, nella parte settentrionale della capitale Buenos Aires,
divenne uno dei cinquecento luoghi adibiti alla detenzione e alla tortura,
necessari alla giunta militare per compiere il proprio disegno di morte e
barbarie. Ma anche altri nomi sono passati tristemente alla storia, come i
centri di detenzione clandestini Club Atlético, Olimpo e Virrey Cevallos.
Per l’ESMA passarono moltissime persone, si stima cinquemila: solamente
qualcuna di esse sfuggì alla morte, la maggioranza allungò la triste lista dei
desaparecidos. Inoltre si procedeva anche a legalizzare la sottrazione dei beni
dei prigionieri, a falsificare documenti, a raccogliere tutto quello che veniva
trafugato dalle case ormai disabitate dove avevano vissuto le persone rapite.
Il resoconto di quegli anni di terrore sembra il peggiore degli incubi,
destinato a sconvolgere per sempre le menti di chi fu vittima e di chi di
quelle vittime denunciò la scomparsa chiedendo verità, e poi giustizia. Fa
rabbrividire ascoltare i ricordi di chi sopravvisse (quell’odore,
quell’oscurità, quelle sensazioni…), oppure il dolore di chi si vide sconvolta
l’esistenza dopo la sparizione di un proprio caro, per lo più ragazze e
ragazzi.
Molti dei rinchiusi dell’ESMA furono infatti drogati, portati semicoscienti su
aerei militari e gettati nel Rio della Plata ancora vivi, durante i famigerati
vuelos de la muerte, come rivelò nel 1995 (anche se la notizia era già stata
appurata) l’ex capitano dell’esercito Adolfo Scilingo. Ci furono donne che
dovettero partorire nelle segrete dei centri di detenzione (nell’ESMA esisteva un
reparto chiamato maternidad clandestina): a esse fu concesso di vedere per
pochi attimi, a volte per giorni i propri figli, prima che venissero loro
portati via per sempre, in moltissimi casi per essere affidati agli aguzzini
che li segregavano oppure a loro conoscenti. Solo ultimamente sono state
rivelate le identità di questi neonati (oggigiorno adulti) che hanno potuto
così scoprire l’orribile segreto che celava loro la vita.
Esiste nella mente umana qualcosa di più diabolico, di più cinico del piano elaborato
dai militari che si impossessarono dei locali della Casa Rosada, e della vita
di un intero paese? Un continente che soffriva da quasi cinquecento anni di
abusi e ingiustizie vedeva nella sua regione più benestante ed “europeizzata”
lo svolgersi di pratiche repressive senza precedenti: corpi fatti a pezzi,
persone rapite e presto scomparse, donne e bambini uccisi con metodica
regolarità, senza che nulla si potesse fare. Trentamila esseri umani sparirono
in tal modo, senza lasciar traccia.
E il mondo, come reagiva a quanto stava accadendo in Argentina? I paesi
europei, Italia in testa, si preoccupavano solamente che i propri affari
continuassero a prosperare, rinnovando accordi commerciali come se nulla fosse.
Il Vaticano (mentre Pio Laghi, allora nunzio apostolico in Argentina e oggi
prefetto del Dicastero vaticano dell'Educazione cattolica, giocava a tennis con
l’amico generale Emilio Massera) rimaneva stretto nella logica della Guerra
Fredda. Nel 1978 addirittura si svolsero in Argentina i mondiali di calcio e,
in piena mattanza, furono trasmessi in tutto il mondo i gol di Mario Kempes che
portarono alla vittoria finale proprio la squadra di casa. La mente torna alle
parole di Primo Levi “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che
trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici, considerate se questo è un
uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che
muore per un sì o per un no” e ai versi di Fabrizio De André nella Canzone del
Maggio (del 1973…) “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso
coinvolti”.
Fu solo nel 1983, dopo la parentesi dell’insensata guerra per il controllo
delle Isole Malvinas, che l’Argentina vide di nuovo un governo civile a capo
del paese, guidato da Raúl Alfonsín. L’eredità di quei sette anni, però, era
troppo pesante, quasi onnipresente: si giunse a un’inspiegabile e vergognosa
impunità per migliaia di torturatori e assassini che si videro dispensati dal
rispondere delle proprie nefandezze davanti alla legge. E così ai parenti delle
vittime toccò vedere in giro per la strada o nei ristoranti per esempio Alfredo
Astiz, al riparo da qualsiasi possibilità di condanna grazie alle leggi Punto
Final e Obediencia debida. Si cercava con l’amnistia di cancellare e seppellire
la memoria sotto la spessa coltre del passato.
Il ricordo di quel periodo venne invece tenuto vivo con costanza e ostinazione
dalle Madres de Plaza de Mayo, madri e nonne che, fazzoletto in testa e lacrime
agli occhi, hanno sfidato le cariche della polizia ogni giovedì per oltre
vent’anni, manifestando davanti al palazzo del governo.
Perché ci fosse una rottura, un’inversione di tendenza è stato necessario
l’arrivo di Néstor Kirchner, chiamato alla guida del paese dopo le proteste
della popolazione e dei piqueteros contro la politica economica imposta, su
consiglio del Fondo Monetario Internazionale, da De la Rua. Kirchner ha infatti
presenziato nei locali che furono dell’ESMA all'inaugurazione del museo della
Memoria (mentre Carlos Menem aveva promosso un progetto per la sua
demolizione), dopo aver ordinato di rimuovere dalle pareti della Casa militare
di El Palomar i ritratti degli ex generali golpisti Jorge Rafael Videla e
Reynaldo Bignone. Tutto ciò con un equilibrismo ragguardevole, dovuto alla
necessità di non toccare chi ha in mano le leve del potere e degli affari:
quella stessa élite che si arricchì nei funesti anni della dittatura.
Questa è in estrema sintesi il resoconto di quei sette anni. Abbiamo chiesto a Sabatino
Annecchiarico**
di rispondere alle nostre domande, per capire più a fondo quanto accadde.
Intervista a Sabatino Annecchiarico
Com’è
potuto accadere? Perché si giunse a tanta barbarie? Qual era il motivo di
ricorrere a una violenza così spietata, con metodi disumani di repressione del
dissenso?
Per capire meglio come tutto questo sia potuto accadere in un paese parte
di un continente martoriato da un’inaudita violenza dal XVI secolo a oggi,
basta ricordare per esempio le atrocità commesse dai primi invasori già nel
1500 con i cani portati dall’Europa, addestrati a uccidere, sbranandolo vivo,
chiunque non accettava di essere sottomesso pacificamente alla colonizzazione.
Con questa ferocia si stabilì che in quelle terre tutto diventava possibile pur
di soddisfare le politiche colonialiste di sfruttamento nel continente di tutto
l’esistente, incluse le persone. Da allora l’utilizzo della strategia di
imporre il terrore tra la popolazione come metodo persuasivo è stato uno degli
strumenti più adoperati dalle transnazionali per raggiungere i loro profitti.
In America Latina, nel ventennio tra la metà degli anni Sessanta e degli anni
Ottanta si posero le basi delle politiche neoliberiste che conosciamo oggi. Una
politica a senso unico, in pieno rispetto del profitto delle transnazionali. Un
profitto garantito dalla mano forte dei militari (i pretoriani delle
transnazionali), previamente addestrati nelle Escuelas de las Américas di
Panama con istruttori prevalentemente nordamericani. Da queste scuole sono
usciti i più raffinati metodi per imporre il terrore tra la gente: la tortura,
la scomparsa di persone, il terrorismo. Metodi approvati da quasi tutte le
aziende d’affari che si trovano in America Latina.
Questo è quello che accadde nell’Argentina di quelli anni: l’instaurazione di
una strategia del terrore, dopo aver eliminato, con la violenza, coloro che
ostacolavano la “pacifica” applicazione delle politiche neoliberiste del
capitalismo. Un metodo terroristico per far piazza pulita di eventuali ostacoli
per poi applicare liberamente le ricette di libero mercato, a partire dal 1983,
quando finì la dittatura (non ce ne era più bisogno), iniziata sette anni
prima. Diventava utile al sistema capitalista la democradura, come definì i
governi del dopo dittatura lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano. Questa
democradura rispettò a pieno titolo tutte le raccomandazioni del Fondo
Monetario Internazionale, senza opposizione alcuna.
Insomma,
la fine della dittatura è stata per molti aspetti effimera…
A riprova di questa continuità politica tra dittatura e democradura, è
sufficiente osservare chi fu il ministro dell’Economia dell’Argentina ai tempi
della dittatura del generale Videla: l’ideologo economista José Alfredo
Martínez de Hoz, figlio prediletto delle politiche neoliberiste e padre
istruttore di Domingo Felipe Cavallo, che fu a sua volta a capo dello stesso
ministero ai tempi del governo di Carlos Menem. Proprio quel Menem che mise in
pratica, già senza opposizione, i più evoluti programma neoliberisti. Cavallo
era stato addirittura presidente della Banca Centrale dell’Argentina negli anni
della dittatura del generale Leopoldo Galtieri, durante il conflitto bellico
con la Gran Bretagna per il controllo dell’Oceano Atlantico meridionale.
Partendo da questa storica e secolare realtà, “che ogni crimine in quel
continente è possibile”, insieme alle prime avvisaglie delle nuove politiche
colonialiste e imperialiste di fine Novecento, sia da parte degli Stati Uniti
(nel tentativo di creare un libero mercato continentale) sia da parte dell’Europa
che non gradiva di perdere il mercato latinoamericano, è stato consentito di
completare l’opera di azzittire ogni possibilità di dissidenza, imponendo quel
terrore “dove non era importante il numero dei morti”, parafrasando le
dichiarazioni pubbliche di Videla all’indomani del colpo di Stato del 1976. Si
mise in atto un perverso meccanismo in cui torturare e uccidere diventava non
solo la normalità, a volte anche macabro sport, bensì il “dovere” dinanzi la
Patria e Dio, come recitavano i militari e i prelati complici del genocidio.
Tutto divenne possibile grazie all’aiuto dei mezzi d’informazione (radio, TV e
carta stampata), al silenzio complice (e non solo) della Chiesa, alla gioia
della borghesia nazionale e al consenso dei paesi del Primo Mondo.
Vorrei ricordare che non è possibile risalire al numero esatto delle vittime
causate da questa criminale politica di libero mercato. Si calcola che dal 1976
al 1983 siano stati più di trentamila i desaparecidos, ventimila i morti
ammazzati con il ritrovamento dei corpi, una diaspora di oltre due milioni di
persone, esuli in tutto il mondo e un paese in ginocchio che non ha mai finito
di pagare tutto questo martirio.
Come
spieghi il silenzio, e la complicità, di chi in Argentina e al mondo non mosse
un dito per denunciare i crimini commessi?
Dove sono le transnazionali del petrolio, dell’industria chimica e
farmaceutica, dell’alimentazione ecc.? Continuano senza disturbi nell’opera
orripilante di fare affari con il silenzio dei paesi “ricchi”, della stampa
internazionale e della Chiesa. Questo perché su ogni scrivania di ogni capo di
governo di ogni paese del Primo Mondo ci sono gli accordi siglati con i
presidenti delle transnazionali (in molti casi è la stessa persona fisica a
occupare le due poltrone). Ecco la spiegazione del perché tanto silenzio da
parte di chi avrebbe potuto fare qualcosa di concreto per evitare tanto
massacro. Del resto, quelli più in basso nella scala sociale, il terrore li ha
sepolti sotto il silenzio dell’omertà.
Nonostante
i trentamila desaparecidos, chi rimase a lottare attivamente per la fine della
repressione? Quali reali possibilità vi erano di sconfiggere la giunta
militare, che disponeva di potenti appoggi all’interno e all’esterno del paese?
Se l’Argentina avesse avuto trentamila combattenti-oppositori alla
dittatura militare, sicuramente oggi sarebbe stata un’altra storia. È opportuno
chiarire che la maggior parte dei desaparecidos non erano militanti politici.
Molti erano bambini e adolescenti. Molti ancora erano comuni cittadini senza
una posizione politica d’appartenenza che, colpiti in modo diretto, creavano
quel senso di terrore sopra citato. Tuttavia, i militanti politici furono nella
maggior parte assassinati. Pochi si salvarono e di questi pochi furono in tanti
quelli che scelsero la via dell’esilio. Il periodo di massimo terrore fu dal
1976 al 1979, quando avvenne la maggior parte dei crimini. Nella clandestinità,
o nella semiclandestinità, si continuava a lavorare per salvare il salvabile.
Le Madres de Plaza de Mayo sono un palese esempio di questa continuità di lotta
che non è mai stata abbandonata. Molti continuarono a cadere nelle mani
assassine dei militari. Molti venivano uccisi per vendetta
trasversale o semplicemente caduti in qualche perverso destino dovuto al
degrado morale in cui era arrivata la società.
Chi rimase a combattere in questo contesto capì che sconfiggere la dittatura
era solo un sogno senza speranza, soprattutto perché il vero sconfitto era il
popolo argentino privo di unità e chiarezza nella lotta contro il nemico
comune. Una sconfitta che ancora continua dopo i clamorosi risultati economici
e sociali a cui è arrivata l’Argentina nel dicembre del 2001: tutta nelle mani
della grande finanza internazionale e delle transnazionali che mai hanno smesso
di fare affari.
Cosa
ne pensi del fatto che il governo Kirchner abbia deciso di aprire un museo
della Memoria là dove trent’anni fa si trovava l’ESMA? Come si concilia, in
sostanza, il valore della memoria, di cui noi siamo qui a sostenere l’importanza,
con il fatto che in questo caso non sia mai stata fatta giustizia?
Un museo della memoria in un paese che non ha deciso di cambiare rotta
politica uscendo dal sistema che l’ha ridotta alla fame (e alla miseria,
soprattutto culturale) è solo umiliante. Quale memoria deve conservare un paese
in cui i crimini continuano a esistere? Dove i criminali continuano a essere
impuniti? Dove le cause che hanno provocato tutti quei crimini continuano
intatte e sono addirittura state aggiornate? Perché dovrebbe gioire un popolo
martoriato all’estremo per un museo che ricordi quei crimini quando non ha mai
ricevuto un segnale di giustizia a tanto lutto? Oggi, nella sola provincia di
Santiago del Estero, nel nord dell’Argentina, muoiono ogni mese più bambini per
fame di quanti sono stati i morti nell’ESMA. Cosa dovremmo fare nel futuro
prossimo, il museo della provincia di Santiago del Estero? E se facessimo il
museo di tutta l’Argentina?
Ciò detto, non nego che la memoria è la base per la lotta del presente. A patto
che sia una memoria attiva, partecipata e discussa, per cambiare l’orripilante
sistema capitalista che continua a uccidere. Quello di cui non abbiamo bisogno
è una memoria statica, rinchiusa in un museo “tutto da vedere”, magari come
meta dei “turisti rivoluzionari”.
Trent'anni
dopo, che cosa è rimasto in Argentina e nella coscienza degli argentini?
A trent’anni da quel terribile colpo di stato, per gli argentini è rimasta
una miseria generalizzata, soprattutto nelle regioni dell’interno del paese.
Una miseria non solo economica, bensì soprattutto culturale. Con la
privatizzazione di tutto l’esistente durante il governo di Menem, sono state
privatizzate anche le scuole pubbliche. Oggi il sistema educativo è basato
principalmente su scuole private che, com’è logico supporre, rispondono a
interessi di guadagni economici e non si curano della formazione degli
argentini. Il costo per iscrivere un bambino a scuola è uno dei motivi della
bassa affluenza scolastica, presupposto perché in futuro ci siano le condizioni
per un paese ignorante e ancora più sottomesso. Esattamente il contrario di
quello che diceva José Martí, quando si riferiva a un popolo colto come base
per la sua libertà.
Trent’anni dopo, rimangono le nuove generazioni, che hanno ripreso, dal profondo
e dall’inizio, questa guerra contro l’usurpazione straniera e del capitale
colonialista. Sono i figli dei desaparecidos, degli esiliati che non sono
tornati, degli argentini che sono rimasti e che non si sono mai arresi, perché,
come dicono le Madres de Plaza de Mayo, “L’unica lotta che si perde è quella
che si abbandona”. E oggi l’eredità di quegli anni è presente, anche se la
strada è in salita e per nulla facile.
** Sabatino Annecchiarico
(Buenos Aires, 1951) – Figlio di emigranti italiani, dal 1985 vive in Italia.
Giornalista militante, esperto di geopolitica latinoamericana e politiche
migratorie, ha lavorato come fotografo, fotoreporter e giornalista per diversi
enti di Buenos Aires. Ha collaborato con il progetto “Sirams” dell’UNESCO e con
l’Università di Architettura di Buenos Aires per la preservazione del
patrimonio naturale, artistico e culturale del Cono Sur. È stato docente della
Dirección Nacional de Educación para Adultos (DINEA), lavorando in programmi di
alfabetizzazione nei quartieri poveri e nelle villas miserias di Buenos Aires.
Collabora con numerosi settimanali, mensili e agenzie di stampa in Italia.
Attualmente è socio fondatore e presidente dell’Associazione nazionale di
mediatori interculturali “StraniEri”.