La bielorussia di nuovo nel mirino
In corrispondenza con lo svolgimento del vertice NATO di
Praga, la campagna per destabilizzare la Bielorussia (che, insieme alla
Moldavia, rappresenta l’ultimo elemento di resistenza all’allargamento
dell’Alleanza Atlantica, fino ai confini della Federazione Russa) sembra aver
subito una nuova accelerazione. Ha cominciato la Repubblica Ceca, rifiutando il
visto d’ingresso al capo di stato bielorusso Aleksandr Lukashenko, per non
creare imbarazzo al presidente americano Bush (e per evitare spiacevoli
confronti, come quello che toccò a Clinton nel vertice OCSE del 1999 a
Istanbul) in una riunione che avrebbe visto riuniti i paesi della “partnership”
NATO (ovviamente non quella del summit dei paesi appartenenti all’Alleanza).
L’iniziativa della Cechia è stata seguita, a sorpresa, da un’analoga decisione
dei paesi dell’Unione Europea (ad eccezione del Portogallo), presentata come
ritorsione nei confronti del mancato rispetto delle norme comunitarie in
materia di emigrazioni illegali e accompagnata dall’indicazione di scoraggiare
le relazioni economiche con Minsk. A completare l’azione di isolamento della
Bielorussia ci ha pensato l’amministrazione americana (la vera regista
dell’operazione), che ha preso la clamorosa decisione di dichiarare Lukashenko
e gli esponenti del suo governo “persone non gradite” negli Stati Uniti.
Le
decisioni occidentali hanno provocato immediatamente la reazione negativa della
Russia: personalità politiche e commentatori (anche quelli che non hanno alcuna
simpatia per Lukashenko) non hanno mancato di sottolineare come la coincidenza
della recrudescenza della campagna aggressiva nei confronti di Minsk con il
vertice NATO di Praga rappresenti il segnale della volontà di continuare nella
politica di allargamento dell’alleanza (e già altri paesi ex URSS, come la Georgia e l’Azerbaijan potrebbero
entrare nei prossimi anni). E non è casuale che, all’indomani della decisione
USA, Lukashenko sia stato ricevuto da Putin, che lo ha rassicurato sulle
intenzioni della Russia di proseguire sulla strada dei processi d’integrazione
con la Bielorussia.
Il corso degli avvenimenti è stato seguito con attenzione dai principali
“media” di molti paesi occidentali, al contrario di quanto è avvenuto nel
nostro paese, dove anche la sinistra alternativa ancora non riesce a cogliere
(come, del resto, in un contesto di generale sottovalutazione delle tattiche
adottate dalla NATO, è avvenuto anche con la Jugoslavia) le analogie esistenti tra l’aggressione che
subiscono paesi antimperialisti, come il Venezuela, e le quotidiane minacce a
cui è sottoposta la Bielorussia, in virtù della sua volontà tenace di
continuare a resistere ai diktat dell’Occidente.
Per offrire qualche informazione sulla vicenda abbiamo ritenuto di tradurre le
parti più interessanti di un articolo del giornale indipendente russo
“Nezavisimaja Gazeta”, che spesso ha polemizzato con le iniziative del
presidente bielorusso.
M.G.
“LUKASHENKO E’ ACCUSATO DI ESSERE L’ULTIMO DITTATORE EUROPEO”
di
Tatiana Rubliova e Igor Pulgatariov
“Nezavisimaja Gazeta”
25 novembre 2002
Da oggi al presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko è
proibito l’ingresso negli Stati Uniti. Gli USA, dopo l’Unione Europea, hanno
preso la decisione di rifiutare il visto d’ingresso nel paese “all’ultimo
dittatore europeo”. E’ l’ultimo passo sulla strada dell’isolamento
internazionale del leader bielorusso. Ricordiamo che, la scorsa settimana, nel
corso della riunione del Consiglio dei ministri degli esteri dei paesi membri
dell'Unione Europea, quattordici su quindici partecipanti (eccetto il
Portogallo) hanno deciso di impedire l’entrata nel territorio dell’UE a
Lukashenko e ad alcuni alti funzionari del suo entourage. Il pretesto è
rappresentato dalla minaccia che il presidente bielorusso avrebbe indirizzato
ai paesi europei, affermando che, se non avesse potuto recarsi a Praga, le
frontiere della Bielorussia si sarebbero aperte all’emigrazione illegale.
Ma la vera ragione dell’attuale persecuzione nei confronti del leader
bielorusso va ricercata altrove. Come ha già avuto modo di scrivere
“Nezavisimaja Gazeta”, Aleksandr Lukashenko è stato il primo dei presidenti di
paesi della CSI, per cui è stato approntato un piano articolato che mira alla
sua rimozione dalla carica di scomodo capo di stato, che l’Occidente non è
stato mai in grado di addomesticare. All’inizio venne scatenata una campagna
mediatica su vasta scala per gettare discredito su di lui, poi si è cercato di esercitare una massiccia
pressione politica ed economica, mentre ora sono state varate misure che
determinano il suo isolamento giuridico. Nel caso in cui tale scenario si
completasse, vale a dire qualora, in un modo o nell’altro, Aleksandr Lukashenko
venga estromesso dal potere, si manifesterà un caso senza precedenti. Tale
esperienza, infatti, potrà essere ripetuta, senza rilevanti variazioni sul
tema, tutte le volte che verrà ritenuta opportuna dall’Occidente, per
intromettersi nelle questioni interne ai paesi della CSI.
Secondo un nostro esperto, l’ex ambasciatore plenipotenziario della Bielorussia
nei paesi del Baltico e in Finlandia Michail Marinic, la decisione degli USA e
dell’Unione Europea sta a significare che “si è varata una forma di embargo,
per impedire relazioni politiche tra la Bielorussia e i paesi occidentali”. Ne
conseguirebbe anche una serie di rilevanti ricadute economiche. “Poiché
seguiranno proibizioni a sviluppare relazioni con la Bielorussia, gli uomini
d’affari dovranno adattarsi al clima politico che si creerà attorno a questo
paese. Gli investitori, che ancora non hanno rapporti con la Bielorussia, ne
saranno definitivamente allontanati”.
Per quanto riguarda il presidente Lukashenko, c’è da dire che egli ha fatto l’unica
cosa che ci si poteva aspettare, in condizioni di totale isolamento: cercare
sostegno presso il presidente russo Vladimir Putin, con cui pure recentemente
aveva polemizzato. Il 27 novembre è previsto l’incontro, su cui il capo della
Bielorussia ripone grandi speranze…
Traduzione dal russo
di Mauro
Gemma