Il racket di Praga
La NATO è ora un dispositivo per esercitare controllo ed estorcere denaro.
Quelli che resistono, come la Belarus, vengono puniti.
di John Laughland
www.guardian.co.uk
- 22 novembre 2002
L’articolo che traduciamo è comparso sul noto giornale inglese “The
Guardian” ed è stato ripreso dalla “Pravda”, organo dei comunisti russi. E’ una
testimonianza di notevole interesse, rivelatrice dei meccanismi, attraverso cui
si realizza la penetrazione occidentale ad est. Che ci richiama ad una vigile
attenzione ed a una forte solidarietà nei confronti della Bielorussia, il cui
ruolo in Europa non è certo diverso da quello che il Venezuela sta giocando in
America Latina.
John
Laughland è fiduciario del British Helsinki Human Rights Group. Nell’articolo
viene segnalato anche il suo indirizzo di posta elettronica: jlaughland@aol.com.
M.G.
Al summit della NATO di Praga, questa settimana un uomo si nota per la sua
assenza. Lo scorso venerdì, il presidente Aleksander Lukashenko della Belarus
si è visto rifiutare il visto su istruzione di Washington, un affronto
diplomatico senza precedenti. Dopo una campagna propagandistica di sei anni
mossa contro Lukashenko da parte dell’occidente, egli ora si trova isolato.
L’UE si accinge ad impedire la libera circolazione a lui ed ai suoi ministri,
come ha già fatto con il governo dello Zimbabwe.
Le ragioni addotte a giustificazione dell’ostilità occidentale nei confronti
della Bielorussia sono che Lukashenko è autoritario e un “dittatore”. E’
un’accusa ben strana, dal momento che i candidati perdenti nelle ultime
elezioni presidenziali dello scorso settembre hanno riconosciuto che il
presidente titolare ha ottenuto più voti di loro. Ed è anche strano che
l’occidente insulti Lukashenko, nello stesso momento in cui fa la corte così
assiduamente al presidente Putin, la cui elezione, come tutte le altre in
Russia dal 1991, fu oltraggiosamente truccata.
Molte delle accuse dirette contro la Belarus sono assurde. Si è spesso
affermato che il popolo viene tormentato perché parla bielorusso; ma in realtà
esso è la lingua ufficiale di stato e Lukashenko stesso lo parla
frequentemente. Si sono anche addotte prove, secondo cui i Cattolici e gli Ebrei
sarebbero perseguitati. Ma la gerarchia cattolica è stata reintegrata sotto
Lukashenko e l’Istituto di Oxford per l’Ebraismo e gli Studi Ebraici ha appena
confermato che la comunità ebraica in Bielorussia sta vivendo un momento di
fioritura. Si è anche ripetutamente affermato, senza prove, che Lukashenko
avrebbe fatto assassinare alcuni suoi oppositori: queste recriminazioni
continuano, a dispetto del fatto che si sia scoperto che una delle presunte
vittime è viva e vegeta e abita a Londra.
La ragione reale per cui l’occidente odia Lukashenko non ha niente a che fare
con la premura verso la democrazia e i diritti umani. La vera ragione è che
Lukashenko, da politico autenticamente popolare che ha preservato il suo paese
dalle peggiori devastazioni che le riforme economiche hanno inflitto, non si
presta a prendere ordini. A tal riguardo, egli è l’opposto di qualsiasi altra
personalità ex comunista, come quelle che si intrattengono amichevolmente a
Praga.Gli amici dell’occidente hanno oggi le loro mani strette alle leve di
comando del controllo politico nei loro paesi, esattamente come, in molti casi,
le avevano personalmente ai tempi delle dittature comuniste.
L’occidente preferisce simili persone, dal momento che le richieste che impone
ai paesi post comunisti sono del tutto impopolari. A tutti i paesi europei
orientali si chiede di vendere le loro attività economiche nazionali agli
stranieri, e di liquidare la propria agricoltura, accettando il dumping delle
importazioni di cibo sovvenzionate dall’UE. Ciò crea lacerazioni sociali e
disoccupazione di massa. In aggiunta, essi spendono almeno il 2% del loro PIL
nella difesa, preferibilmente in armi fabbricate negli USA.
Di conseguenza, un piccolo paese come la Lituania, la cui economia è collassata
in modo così catastrofico, ha appena annunciato l’acquisto, per 34 milioni di
dollari, di missili Stinger, fabbricati dalla Raytheon Corporation di Tucson,
Arizona. Quando la Tanzania annunciò che avrebbe speso 40 milioni di dollari
per un nuovo sistema di controllo del traffico aereo civile, ci fu grande
scalpore; ma la Lituania dovrà spendere 240 milioni di dollari all’anno, quale
prezzo da pagare per la sua appartenenza alla NATO. E la Lituania è proprio uno
dei sette nuovi stati membri, che tutti insieme stanno spendendo centinaia di
milioni di dollari in armi.
Gli interessi economici che guidano l’espansione della NATO sono così vistosi,
che l’uomo che coordina la politica USA in materia ha praticamente quale suo
secondo nome “complesso militare industriale”. Bruce Jackson, presidente del
comitato USA sulla NATO, è un ex ufficiale dell’intelligence militare
dell’esercito USA, che è diventato vicepresidente della Lockeed Martin, il
gigantesco costruttore di armi USA e il principale fornitore di controlli
finanziari e di servizi di contabilità del Pentagono, dai cui conti sono
scomparsi bilioni di dollari.
Jackson ha lasciato la Lockeed Martin in agosto per assumere il suo nuovo
incarico a tempo pieno di “promotore della democrazia in un’Europa unita”. Ma
un buon chiarimento sull’agenda economica che in realtà sta dietro l’espansione
della NATO, si è avuto quando Jackson ha recentemente detto alla Bulgaria che
la sua appartenenza alla NATO dipenderà dalla vendita dell’impresa nazionale
del tabacco al “giusto” acquirente straniero.
Lungi dal promuovere la democrazia in Europa orientale, Washington sta creando
un sistema di controllo politico e militare non dissimile da quello un tempo
praticato dall’Unione Sovietica. A differenza di quell’impero, che andò in
rovina perché il centro era più debole della periferia, la nuova NATO è, allo
stesso tempo, un meccanismo per estrarre tributi dai nuovi stati membri a
beneficio dell’industria di armi USA, e – fin dai tempi della proclamazione
della Nuova Concezione Strategica della NATO nell’aprile 1999 – uno strumento
per spingere gli altri a proteggere gli interessi USA in giro per il mondo,
compresa la fornitura di risorse primarie come il petrolio. E’, in parole
povere, un racket. Ogni stato che rifiuta di stare al gioco, conosce le
conseguenze: il trattamento umiliante inflitto a Lukashenko ha semplicemente lo
scopo “di incoraggiare gli altri”.
Traduzione di Mauro Gemma