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Bielorussia - scheda informativa 1991-2003

 

a cura di Mauro Gemma

La Bielorussia (Russia Bianca) è uno stato con un’estensione di 207.600 Kmq e una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti, costituita per il 78% da bielorussi, che parlano una lingua slava orientale come il russo e che praticano per oltre l’80% la religione cristiana ortodossa, e per la parte restante da oltre un milione di russi, 400.000 ucraini e alcune centinaia di migliaia di polacchi. C’è da aggiungere che il 48% delle famiglie è composto da russi e bielorussi. Il bielorusso e il russo sono considerati entrambi lingua di stato.

Gli elementi che accomunano storicamente e culturalmente i due popoli sono talmente solidi, da aver impedito in questi ultimi anni che le tendenze nazionaliste (su cui ha puntato l’Occidente dopo il 1991) riuscissero a consolidare un reale sostegno di massa. C’è da osservare, tra l’altro, che la Bielorussia, che ha tributato milioni di vittime alla guerra contro il nazifascismo, era, tra le repubbliche sovietiche, quella in cui più radicato appariva il consenso attorno al partito comunista. Anche oggi, persino tra la stessa opposizione all’attuale governo del presidente Aleksandr Lukashenko, è presente una forza (uno dei due partiti comunisti) che non nasconde un atteggiamento completamente acritico nei confronti dell’intera esperienza sovietica.

Ecco la ragione per cui, quando il 25 agosto 1991, a pochi giorni dal fallito golpe di Mosca, la “Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia”, per impulso delle manifestazioni organizzate dal movimento separatista “Adradzennie” (Rinascita), proclamò, al pari delle altre repubbliche dell’URSS, la propria indipendenza, già allora a molti tale avvenimento apparve come una forzatura.

La presidenza fu assunta da Stanislau Suskievic, speaker del locale Soviet Supremo, e lo stato assunse il nome di “Repubblica di Belarus”. Egli intraprese una politica tesa a costruire nel paese una “coscienza nazionale”, in grado di spezzare i legami storici con la Russia, ma i tentativi apparvero grotteschi alla maggior parte della popolazione. Se si aggiunge che l’estremismo nazionalista si accompagnava all’avvio di un corso economico, improntato alle ricette, suggerite dai protettori occidentali, improntate all’ultraliberismo e accompagnate da ambiziosi progetti di privatizzazione, ben presto il malcontento, generato dal rapido deteriorarsi delle protezioni sociali, si manifestò in forme di quasi plebiscitaria disaffezione nei confronti del “nuovo corso”.

In tal modo, alle elezioni presidenziali dell’estate del 1994, Aleksandr Lukashenko, ex istruttore politico del KGB, tra i pochi coraggiosi parlamentari che, nel dicembre 1991, si erano pronunciati contro la dissoluzione dell’URSS, e noto per il suo rigore nella lotta contro la corruzione, sbaragliava, ottenendo l’81,7% dei voti, il suo avversario, il primo ministro Viaceslau Kiebic, che rassegnava immediatamente le sue dimissioni dalla carica. Lukashenko, che si pronunciava subito per l’avvio di un processo di ricomposizione dell’unità politica ed economica almeno delle repubbliche europee dell’ex URSS, proponeva nel 1995 alcuni quesiti referendari con proposte di modifica costituzionale, tese a rafforzare tale processo.

Nello stesso tempo, Lukashenko, non solo si pronunciava apertamente contro l’ipotesi dell’allargamento ulteriore ad Est della NATO, ma ne denunciava il carattere di alleanza aggressiva e prevaricatrice della volontà degli stati e dei popoli che non intendono assoggettarsi al “nuovo ordine mondiale”. A questo punto, le opposizioni nazionaliste cominciavano una violenta (seppur molto minoritaria) campagna tesa a dimostrare l’involuzione autoritaria della nuova amministrazione e, soprattutto, a richiamare l’attenzione dell’Occidente (in particolare degli USA) sulla presunta precarietà della situazione dei “diritti dell’uomo” in Bielorussia.

L’assalto propagandistico contro il presidente bielorusso è stato naturalmente accompagnato dalle abituali menzogne che caratterizzano tutte le campagne denigratorie che partono dall’Occidente: ad esempio, è stata dimostrata l’assoluta infondatezza delle accuse rivolte a Lukashenko di aver commissionato l’assassinio di alcuni oppositori politici, quando un osservatore inglese di “Human Right Watch” ha scoperto che i personaggi in questione vivevano tranquillamente a Londra. E’ da quel momento che ha inizio il processo di delegittimazione internazionale di Lukashenko e di inserimento della Bielorussia nella lista dei cosiddetti “stati canaglia”, fino alla decisione, maturata negli ultimi anni dal Congresso USA e dalla maggioranza dei paesi della Commissione Europea, di dichiarare il presidente “persona non gradita” in Occidente.

Il referendum, voluto da Lukashenko, si svolse ugualmente e oltre l’80% dei cittadini si pronunciò positivamente sulle richieste di unione economica con la Russia, di ripristino dei simboli sovietici, di adozione del russo quale seconda lingua ufficiale. Da quel momento la politica del presidente, favorevole all’adozione di un modello di “economia mista” che, pur non rinunciando a sostenere il settore privato, fosse in grado di garantire, al contrario di quanto è avvenuto negli altri paesi ex sovietici, il controllo pubblico dei settori strategici, la difesa dell’apparato produttivo e di livelli adeguati di occupazione e uno standard minimo di protezione sociale dei settori meno privilegiati della popolazione, ha tenacemente perseguito il progetto di unificazione dello spazio ex sovietico, prendendo spesso l’iniziativa anche nei confronti della Russia.

Il 2 aprile 1996, gli sforzi bielorussi ottenevano un primo successo, con la stipula da parte di Mosca e di Minsk del “Trattato di Unione Russo-Bielorussa”, primo passo verso la realizzazione dell’unificazione politica, economica e militare tra i due paesi, che dovrebbe completarsi nei prossimi anni, anche attraverso l’elezione di un parlamento comune. Pur tra le resistenze dei settori filoccidentali russi e bielorussi, le continue minacce degli USA (che non hanno esitato a trasferire alcune basi militari in Polonia, a ridosso della frontiera bielorussa) e gli inevitabili contrasti tra i due partner nella definizione delle procedure di unificazione, oggi il cammino verso l’unità con la Russia (a cui ha dichiarato l’intenzione di associarsi anche la Moldavia, dopo l’avvento dei comunisti al governo) sembra procedere, anche se in modo graduale, verso il suo completamento.

La politica del presidente è stata confortata finora da una massiccio sostegno elettorale: nel marzo del 2000 il blocco cosiddetto degli “indipendenti”, creato a sostegno di Lukashenko, ha raccolto ben l’82,3% dei voti nelle elezioni legislative (che hanno registrato una partecipazione di circa il 60% degli elettori, dopo il boicottaggio proclamato da alcune delle forze nazionaliste, a cominciare dal “Fronte Popolare Bielorusso”), a cui va aggiunto il 6,1% del Partito Comunista di Belarus (KPB) e il 4,4% del Partito Agrario (vicino ai comunisti). C’è da rilevare che il Partito Comunista, nel 1996, aveva subito una grave scissione dopo la decisione delle sue componenti più settarie di collocarsi all’opposizione, in nome di un richiamo puramente nostalgico al passato sovietico, non disdegnando, in compenso, di partecipare alle violente manifestazioni organizzate da settori finanziati dagli USA, comprendenti forze che non nascondono di riferirsi a quell’ultranazionalismo che, durante la sanguinosa occupazione nazista, collaborò con le SS.

Questo  “Partito bielorusso dei comunisti” (PKB), a differenza della maggior parte delle altre componenti dell’opposizione, si è presentato alle elezioni, raccogliendo il 6,6% dei suffragi. L’attuale governo è composto da rappresentanti degli “indipendenti”, del KPB e del Partito Agrario, ed è presieduto da Serghey Sidorsky. Precedute da una violenta campagna diretta dall’estero, con l’attiva partecipazione alle manifestazioni elettorali di cittadini statunitensi, la consultazione presidenziale del 9 settembre 2001 ha visto la schiacciante vittoria di Lukashenko che, con il 75,6% dei voti, ha sconfitto il sindacalista Vladimir Goncharik, rappresentante del fronte delle opposizioni, che, in tale occasione, non ha rinunciato alla competizione. C’è anche da rilevare che la grande maggioranza delle migliaia di osservatori esteri ha dovuto riconoscere la piena correttezza dello svolgimento del voto (che è stato espresso dall’83,9% degli aventi diritto) e che negli stessi USA si sono levate voci che hanno espresso dubbi circa la reale influenza dell’opposizione.