Anche se risalente alla fine del 1999, questo discorso del presidente della
Bielorussia Aleksandr Lukashenko permette di comprendere appieno le
ragioni della grande popolarità di questa personalità (il "burocrate di
basso livello", secondo la definizione del MANIFESTO, che fu l'unico
deputato del Parlamento sovietico ad opporsi coraggiosamente allo scioglimento
dell'URSS) tra il popolo del suo paese e quelle della ovvia e rabbiosa
reazione degli ambienti imperialisti.
L'intervento
di Lukashenko è apparso nel n. 1/2000 della rivista
"L'ERNESTO" ed è reperibile nell'archivio del sito www.lernesto.it
Intervento di Aleksandr Lukashenko alla Duma della
Federazione Russa [1999]
[…] Sono già state compiute alcune tappe del percorso della Comunità. Ricordate
i tempi in cui la parola "Unione" spaventava solo a pronunciarla. Ma
è passato meno di un anno e abbiamo già percorso la tappa dell’unione dei due
popoli fratelli, per cui è possibile affermare che, nonostante alcune insufficienze,
essa si è consolidata. Si è consolidata come efficace e positivo modello di
veloce integrazione in molti campi.
Oggi ci troviamo a dover affrontare una nuova tappa della nostra unione. Noi e
voi ci troviamo alla vigilia – non esagero – di un avvenimento di portata
epocale. Vale a dire la firma del trattato di costituzione di uno stato
unitario. Sicuramente ricordate quanti ostacoli abbiamo dovuto superare nel
difficile cammino verso l’unità, quanto fango è stato gettato sulla Bielorussia
dai nemici dell’integrazione, con quali metodi sofisticati intendano aizzare
l’uno contro l’altro i popoli fratelli.
Ed ecco che oggi, che ci troviamo a due passi dalla reale unità di bielorussi e
russi in un unico stato, proprio oggi, proprio da questa tribuna sento il
dovere di dire che i livelli di pressione esercitati su russi e bielorussi in
una guerra totale dell’informazione contro la Bielorussia hanno superato ogni
ragionevole limite. "Con chi vi unificate?" grida la lobby
antibielorussa. E alcuni strumenti di informazione di massa in Russia
sommergono il vostro popolo di servizi di stampa e video che descrivono la
Bielorussia come totalitaria, feroce, sottosviluppata, come ridotto comunista e
repubblica parassita. Qui il cinismo diventa intollerabile.
Ma dalla mia parte si trova il popolo che mi ha affidato la responsabilità di
portare avanti la causa dell’unità dei nostri popoli. E io ho il dovere di
rispettare la sua volontà. E perché la parte Bielorussia si pronuncia per una
veloce ratifica del trattato? Perché la necessità dell’attivazione e
dell’approfondimento del processo di integrazione tra Bielorussia e Russia,
maturata da tempo, rischia di essere già fin troppo matura. Perdiamo troppo
tempo. Perdiamone ancora un po’, e i popoli potranno togliere la loro fiducia
nell’idea stessa dello stato unitario e della possibilità di una sua
realizzazione.
La gente si pone un interrogativo più che logico: perché voi, politici, avete
dissolto l’Unione in una sola notte, senza consultare i vostri popoli, mentre
per eseguire la volontà popolare di riunire due stati, vi servono decenni?
Convenite che è un legittimo interrogativo […] Che cosa è stato fatto di degno
per l’uomo comune nello spazio post-sovietico nei dieci anni trascorsi dalla
dissoluzione dell’Urss? Ma guardiamo la verità negli occhi: non è stato fatto
assolutamente nulla. Certo oggi possiamo dire che nell’Urss non tutto
rappresentava l’ideale. C’erano insufficienze in diversi campi, c’erano
disfunzioni nell’economia, un duro stile di direzione centralizzata, eccessi
nella sfera sociale. Ma solo uno spudorato mentitore può affermare che oggi il
popolo vive meglio che in quel paese.
È di moda sbeffeggiare i bielorussi, che avrebbero il torto di mantenere una
robusta nostalgia per i tempi sovietici. Ma di ciò occorrerebbe solo essere
orgogliosi. Stimati amici, vi dico francamente che io non sono comunista. E che
non sono arrivato al potere, quale espressione del Partito comunista… Ma io
sono stato comunista. E, a differenza di altri che hanno diretto negli ultimi
anni il nostro paese, non ho mai bruciato la mia tessera di partito. Sono
entrato consapevolmente nel partito, e in seguito non ho militato in nessun
altro partito. La mia non è nostalgia.
Semplicemente dobbiamo essere onesti e non demolire ciò che non abbiamo creato
noi. È semplicemente disumano […].
Quando nel 1994, ricordate, nella nostra repubblica è stato introdotto
l’istituto della presidenza, la maggioranza assoluta del popolo mi ha accordato
l’onore di diventare presidente. Allora si cominciò a mettere in guardia i
russi: non bisogna riunificarsi con la Bielorussia, perché Lukashenko è un
dittatore. Ma perché nessuno ricorda che Lukashenko è giunto al potere in modo
del tutto onesto, per via democratica, dopo essersi trovato all’opposizione? La
situazione nel paese era a quei tempi veramente critica: fabbriche in
ginocchio, un enorme livello di disoccupazione, l’imperversare della
criminalità, forze armate in via di dissoluzione, una gioventù calpestata,
smarrita, disorientata moralmente.
La gente era disperata. Perché si dimenticano di questo cose coloro che
sembrano avere così a cuore il destino del popolo bielorusso? […] Si doveva
ricostruire lo stato, un nuovo stato, praticamente dal nulla. Già nel 1995,
rispettando il programma elettorale, diedi avvio ai referendum per risolvere i
problemi più acuti che dovevamo fronteggiare. E, su tutti i quesiti, il popolo,
al 90%, ha appoggiato il presidente. Di fronte a tale procedere degli
avvenimenti, i miei oppositori hanno fatto di tutto per provocare una crisi
costituzionale.
Oggi nel nostro paese, gli organi del potere e della direzione dello stato sono
pienamente compatibili con la legge fondamentale e lavorano armoniosamente
nell’interesse del popolo. Abbiamo cercato di estirpare il politicantismo e
l’irresponsabilità. di tale sfera. Da noi non esistono conflitti tra i diversi
rami del potere, il governo è stabile e funzionante. Il sistema giudiziario
lavora in modo produttivo, Cosa c’è di male in questo?
La Bielorussia è una delle poche repubbliche dell’ex Urss che ha mantenuto una
composizione multinazionale della sua società. Non abbiamo mai avuto conflitti
tra nazionalità e confessioni religiose. Non c’è mai stata guerra tra
bielorussi e polacchi, tra russi ed ebrei. È forse questo un male? È forse una
manifestazione dittatoriale?
Ricordo a coloro, cui torna comodo non ricordarlo, che subito dopo la
schiacciante vittoria nel referendum del 1986, non ho scatenato la caccia alle
streghe. Anzi ho tentato a più riprese di evitare lo scontro, ho cercato di
ricucire il dialogo persino con coloro a cui la gente aveva negato la propria
fiducia. Allora ho semplicemente detto: "Il popolo ci ha giudicato. Dunque
lavoriamo insieme". E così è stato. Solo 30 deputati del precedente Soviet
supremo non vollero entrare nella nuova Assemblea nazionale, 30 su 260. Il
parlamento bielorusso investito della pienezza dei poteri fu così formato,
senza di loro, da deputati del popolo – sottolineo – regolarmente eletti. Essi
lavorano in modo eccellente. E oggi una loro rappresentanza è presente qui
nella mia delegazione di stato. In qualità di capo dello stato mi ritengo anche
responsabile per il normale funzionamento del parlamento, fondamentale ramo di
potere nel nostro paese. È forse un male?
E quando nel 1996 si svolse il referendum, in uno degli articoli della
Costituzione proposta era scritto chiaramente che si concretizzava "la
pienezza dei poteri di tutti gli organi elettivi del potere". Abbiamo
delineato il tratto definitivo nella costruzione statale. E, in tal modo, in
pochi mesi, di fatto si è conferita durevole pienezza di poteri a tutti gli
organi, senza esclusione alcuna: a Lukashenko, al parlamento, al nostro massimo
organo giudiziario, ai Soviet locali, che non abbiamo sciolto e che sono in
funzione. Ma di questo nessuno parla. Al contrario si dice: Lukashenko ha
sciolto il parlamento e si è attribuito pieni poteri. Lukashenko non è il
presidente legittimo. Ma di quale legittimità vanno parlando? Questo lo dico a
Yushenkov e Javvlinskij, che spesso amano utilizzare questo argomento […].
..Le elezioni presidenziali hanno allora bloccato la dissoluzione del paese.
Non solo. Fino al 1995 avevamo assistito a un vero e proprio crollo
dell’economia. In rapporto ai primi anni ’90 il salario reale aveva subito una
caduta di oltre il 40%. Il prodotto interno lordo ammontava solo al 65%
rispetto ai livelli del 1990. Il volume della produzione agricola al 74%,
quella industriale al 59%. Il deficit di bilancio era quasi il 3% in rapporto
al Pil. L’inflazione all’inizio dell’anno registrava un incremento del 50% al
mese.
Noi abbiamo ricostruito la nostra economia! Ci attestiamo oggi all’83% rispetto
al livello del 1990. Vale a dire che, negli ultimi anni, abbiamo incrementato
il Pil del 23%. Come termine di paragone indico le cifre delle altre
repubbliche postsovietiche. In Russia il Pil si attesta al 58% rispetto al
livello del 1990, in Ucraina al 41%, in Kazachstan al 61%. Per quanto riguarda
la produzione industriale oggi la Bielorussia registra l’82% rispetto al 1990.
Mentre nelle altre repubbliche la situazione è pesante. Ci siamo posti il
compito di raggiungere, entro le elezioni presidenziali del 2001, almeno per
quanto riguarda gli indici fondamentali, lo stesso livello dei tempi sovietici.
Per quanto a qualcuno possa apparire ridicolo, è proprio vero che rispetto ad
allora siamo sprofondati, e ai livelli raggiungi allora dobbiamo risalire.
E noi bielorussi, sebbene appaia complicato e difficile, raggiungeremo quei
livelli. Ci siamo posti tale compito, anche se quest’anno per noi è stato più
difficile a causa di una terribile siccità! E nonostante tutto il Pil, nel
periodo gennaio-settembre del ’99 in rapporto al ’98, ha raggiunto il 102%. La
produzione industriale il 108%, quella di beni di consumo il 106%. Siamo stati
in grado non solo di garantire, ma anche di perfezionare lo sviluppo di tutti i
settori industriali principali in Bielorussia: automobilistico, chimico,
elettronico, leggero. In tutte – voglio rimarcarlo – in tutte le grandi aziende
negli ultimi 5 anni sono stati messi in produzione nuovi modelli in grado di
competere sui mercati mondiali. Al momento attuale la Bielorussia, che
rappresenta il 3% della popolazione e l’1% del territorio dell’ex Unione
Sovietica, produce il 54% delle fibre artificiali, il 64% dei trattori, il 39%
dei televisori, il 35% dei frigoriferi.
Noi siamo in condizione di autosufficienza alimentare e non chiediamo elemosine
allo zio straniero. Può anche darsi che non tutti i comparti della nostra
industria lavorino in modo efficace, ma una cosa è certa: che oggi in
Bielorussia non esiste economia criminale. Non esiste e non esisterà mai. Ma
l’avete sentito il signor Javclinskij: la
Bielorussia è un buco nero nell’economia della Russia. Ma quale buco
nero? Circa l’80% della produzione Bielorussia è stata venduta sul mercato
russo, non è stata distribuita, ma è stata proprio venduta. Significa che era
conveniente per entrambe le parti. Ma la vostra crisi dell’agosto ’98 ha
colpito anche noi.
Cosa dovevano fare i bielorussi quando voi russi non eravate in grado di
comprare i prodotti a voi necessari? Per salvare la nostra economia dalle
conseguenze della vostra crisi, siamo stati costretti ad andare su altri
mercati: in Europa, in India, in Cina, in Vietnam, nel Medio ed Estremo
Oriente, negli Emirati Arabi. Per un anno esattamente abbiamo rafforzato
l’export in direzione dell’estero lontano
(l’"estero vicino" è rappresentato dallo spazio ex sovietico, n.d.t.),
riorientando l’economia.
Ma adesso rispondete ancora a questa domanda. Se veramente l’economia
Bielorussa fosse così poco concorrenziale, come amano descriverla alcuni
economisti russi, forse che le nostre merci sarebbero accolte in un mercato
tanto competitivo? Non molto tempo fa sono stato in visita nel Medio Oriente che
fu sostenuto dall’Unione Sovietica, ma che oggi è stato conquistato da altri
stati.
Ho discusso con uomini che hanno assistito agli avvenimenti degli ultimi
decenni, mi sono incontrato con Mubarak e con altri. Tutti mi hanno manifestato
la loro disponibilità a lavorare nuovamente con noi. E allora perché abbiamo
abbandonato quei mercati? Con le nostre armi, con i nostri prodotti agricoli e
industriali? A chi, insomma, torna utile? In Medio Oriente dicono che molto
semplicemente li abbiamo traditi. Me lo hanno esclamato dritto negli occhi, e
ho dovuto acconsentire. Congedandosi Assad mi ha detto: Vi aspettiamo ancora.
E allora, prima che sia troppo tardi, coordiniamo la nostra politica estera.
Perché non lo facciamo? Perché fate di tutto per sottomettervi ai diktat del
Fondo Monetario Internazionale?
[…] Abbiamo ancora un’occasione – 2 o 3 anni – per ridare fiducia alla nostra
gente, per trovare una via di salvezza. Qualche tempo fa a Novosibirsk, in una
fabbrica di materiali per la difesa, una donna, che da oltre un anno non
percepisce salario, mi ha detto: Presidente,
noi pazientiamo ancora, ma voi, per cortesia, mettetevi d’accordo con il nostro
presidente. Non ne possiamo più di questa politica umiliante. Quello che
lei, semplice operaia, ha capito, noi lo mettiamo ancora in discussione,
attorno al quesito della necessità o meno di questa unione. Ma non vi accorgete
di come guardano a questa disputa gli americani e gli europei occidentali?
La signora Albright sta gridando ai quattro venti: cosa state tramando in
Russia? E mi dicono che oggi, a Parigi, Ivanov dovrà giustificarsi di fronte a
lei. Cinque anni fa, la Bielorussia si trovava in campagna elettorale. Non era
possibile tornare a una rigida politica di piano, ma era pure pericoloso
avventurarsi nel nuovo mercato con le frontiere aperte. Noi abbiamo scelto una
originale via di sviluppo, né occidentale, né orientale. Equilibrata,
corrispondente alla nostra specifica realtà. Fin dall’inizio abbiamo rifiutato
una riforma radicale, preferendole una riforma economica graduale, che tenesse
conto del meglio dell’esperienza mondiale. E abbiamo puntato fondamentalmente a
sviluppare il ricchissimo potenziale, che derivava dall’inserimento del nostro
paese nel corpo dell’Unione Sovietica.
La nostra via si basa sulla collaborazione dell’iniziativa privata con il ruolo
regolatore dello Stato, sulla lotta senza quartiere contro la corruzione e la
criminalità. In Bielorussia non è stata abbandonata alla prepotenza della
spontaneità del mercato alcuna sfera della vita sociale: la scienza, la
cultura, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e lo sport. Sviluppiamo
un’economia mista, che raggruppa in sé le diverse forme di proprietà, statale e
privata. Il punto fondamentale della nostra politica consiste nella rinascita e
nel rafforzamento del settore reale dell’economia. Questo io affermo per
rispondere a coloro che instancabilmente ripetono che in Bielorussia abbiamo
un’economia malata, in ginocchio.
Rivolgendomi a questi signori, li prego di non confondere i loro sogni con la
realtà. In Bielorussia non esiste un’economia in ginocchio, ma un’economia
normale, stabile. Non è forse degno di riconoscimento il fatto che le nostre
aziende industriali offrono lavoro a milioni di russi? Solo la Polimit, la fabbrica di automobili e
di trattori di Minsk, ha dato impulso a 1.200.000 posti di lavoro nella stessa
Russia. Con le famiglie significa 5 milioni di persone. E ciò viene assicurato
da tre sole fabbriche bielorusse. Se si fermassero queste aziende 1.200.000
russi potrebbero trovarsi senza lavoro. Di tali esempi ne potrei fare diversi.
Perciò è paradossale che si levino critiche feroci, quando voi in Russia certo
avete tutto da guadagnare, facendo tesoro della nostra esperienza degli ultimi
anni[…].
[…] Sempre più frequentemente in Russia si invoca la necessità di una direzione
più rigida dei processi economici e sociali. Da noi in Bielorussia tale pratica
si realizza già da tempo. E ricordate quali attacchi vennero sferrati contro
questa politica? Essa è stata rafforzata da opportuni atti legislativi. L’avete
definita l’espressione di un ridotto comunista. E ora si vorrebbe imitarla. È
necessario dirigere un paese nell’interesse collettivo, senza lamentarsi
continuamente delle molte insufficienze e piangere perché il FMI non ci aiuta.
È una questione da risolvere subito, senza indugi […].
[…] Vorrei dire qualcosa anche su Chernobyl. Il disastro della centrale, come
ben sapete, non è stata colpa nostra. Ma le conseguenze di tale catastrofe sono
state tutte nostre. Ma chi ci ha aiutato? Non certo quelli che più di tutti
oggi strillano sulla violazione dei diritti e delle libertà dell’uomo in
Bielorussia. Proprio così, non ci ha aiutato nessuno. Siamo rimasti soli a
fronteggiare le conseguenze della catastrofe. Un quarto del bilancio, un rublo
su quattro, il mio paese è costretto annualmente a destinare per attutire gli
effetti di questa spaventosa catastrofe […].
[…] In ogni caso in Bielorussia ci sono 70-80 mila disoccupati su 11 milioni di
abitanti e abbiamo più richiesta di manodopera che disoccupati. Non garantiamo
forse, in tal modo, il diritto fondamentale dell’uomo al lavoro? Sono convinto
che lo garantiamo […].
[…] Abbiamo approntato un efficiente sistema di edilizia popolare. E per questo
risparmiamo fino all’ultimo copeco. Abbiamo dato corso a ben 5 decreti
presidenziali per avviare la costruzione di abitazioni, in particolare per i
villaggi rurali e la gioventù. Abbiamo stabilito e rispettato graduatorie come
quelle che esistevano nei tempi sovietici e concediamo finanziamenti che
coprono fino al 90% del costo dell’abitazione. Questo noi abbiamo messo in
pratica […].
[…] E che dire delle pensioni? Nikolaj Rizhkov (uno degli ultimi "premier" sovietici, oggi alleato dei
comunisti, n.d.t.) ricorda certamente i tempi sovietici, quando il 5 di
ogni mese venivano pagate puntualmente le pensioni.
Ebbene, in Bielorussia abbiamo mantenuto scrupolosamente questa abitudine […].
traduzione a cura
di M. G.