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Il popolo ha appoggiato Lukashenko
di Oleg Stepanenko
“Pravda”
20 ottobre 2004
Persino i più attivi sostenitori del presidente bielorusso non si
aspettavano che il voto a suo favore sarebbe stato così massiccio. A votare si
è recato l’89,7% degli elettori. Per il diritto di Lukashenko a partecipare
come candidato per un terzo mandato alle elezioni presidenziali del 2006, si
sono espressi più di 5,4 milioni di elettori, il 77,3% degli aventi diritto al
voto. Sono stati poi eletti 107 dei 110 deputati dell’Assemblea nazionale.
Questi sono i risultati ufficiosi elaborati dalla Commissione elettorale
centrale. Essi testimoniano dell’indiscutibile e convincente vittoria di
Aleksandr Lukashenko. Per ora, è difficile valutarne appieno il significato. Il
problema non era rappresentato solo dal suo diritto di partecipare alle
elezioni presidenziali. In misura non meno rilevante era in gioco la fiducia
che il popolo nutre nei confronti della sua politica e della sua persona,
investita della carica di capo di stato.
Il significato di tale vittoria appare tanto più significativo, se si tengono
in considerazione le condizioni in cui essa è stata ottenuta. In primo luogo,
abbiamo assistito a massicce pressioni da parte dell’Occidente sulla
Bielorussia, allo scopo di ottenere un cambiamento della sua politica, anche
attraverso la rimozione dello stesso Lukashenko. Dal momento dell’indizione
delle elezioni parlamentari, le pressioni si sono accentuate, e non appena si è
appreso che, insieme alle elezioni si sarebbe svolto anche il referendum, esse
si sono trasformate in attacco aperto. Alle minacce lanciate dal dipartimento
di stato USA si sono aggiunte, letteralmente a comando, anche quelle del
Consiglio d’Europa e del Parlamento Europeo, che, nella sostanza, pretendevano
di cambiare il referendum. Il congresso USA approvava il famigerato “Atto sulla
democrazia in Bielorussia”, che prevedeva sanzioni politiche ed economiche
contro la repubblica e lo stanziamento di altri 40 milioni di dollari a
sostegno dell’opposizione anti-Lukashenko.
Perché è stato scatenato questo attacco senza precedenti? Davvero e sul serio,
come vanno affermando gli autori dei minacciosi documenti, a causa dell’
“illegittimità” del referendum? Ma esso si è svolto in piena armonia con il
dettato costituzionale della Bielorussia. E poi il referendum è diventato norma
di vita in molti paesi occidentali. In Svizzera, ad esempio, se ne svolge
praticamente uno all’anno. Perché in Svizzera ciò dovrebbe essere consentito,
mentre in Bielorussia no? In realtà, gli USA e le strutture europee adottano,
nei confronti della Bielorussia, la politica dei “due pesi e due misure”. Se
adottassero lo stesso approccio con altri paesi, la maggioranza di questi verrebbe
esclusa dall’OSCE.
Gli strateghi occidentali, insieme all’opposizione bielorussa da essi imbeccata
e ai russi che la pensano come loro, hanno accusato Lukashenko di “voler
prolungare i suoi strapoteri”. E sebbene tale accusa non abbia alcun fondamento
– al referendum si trattava di decidere se concedergli il diritto di competere
con altri su un piano di parità in elezioni ordinarie – essa è stata ripetuta
anche dagli schermi televisivi russi.
Tutto questo fariseismo ha provocato l’allontanamento dal popolo. Come pure gli
inganni a cui è ricorsa l’opposizione. Soprattutto a proposito della politica
economico-sociale della repubblica. “Economia antidiluviana…Un vicolo
cieco…Parco giurassico…La Bielorussia è sprofondata in un buco economico”: sono
alcune delle espressioni usate dagli osservatori russi “più moderni” e dai
politici americani, che hanno accusato la gestione di Lukashenko di avere
provocato “risultati catastrofici”.
In realtà, le cose sono andate esattamente al contrario. Nel corso della presidenza
di Lukashenko, dal 1995 al 2003, il prodotto interno lordo è cresciuto del
59,3%. Nello stesso periodo, in Russia è aumentato del 27,7%, in Ucraina
dell’11,4% e in Moldavia del 7,3%. In generale, dal momento in cui la
Bielorussia “è sprofondata in un buco economico”, i ritmi di crescita del PIL
sono stati superiori a quelli dei paesi citati, rispettivamente 2,1 , 5,2 e 8,1
volte. Nei principali indicatori economici, la Bielorussia ha preceduto tutti i
paesi della regione baltica e dell’Europa Orientale. I ritmi di crescita del
PIL sono stati superiori da 1,7 a 8,2 volte rispetto a quelli di Polonia,
Ungheria, Cechia, Bulgaria e Romania.
Per dirla tutta, è tale crescita dell’economia ad aver rappresentato una delle
carte vincenti. Che è stata utilizzata appieno da Aleksandr Lukashenko. Egli ha
visitato decine di aziende, cooperative, fattorie statali e i resoconti di tali
visite hanno rappresentato il migliore materiale di propaganda. L’opposizione
democratica ha tuonato: Lukashenko utilizza le risorse amministrative. Ma
qualcuno dei commentatori ha obiettato, non senza ironia: Eltsin (che si è
pronunciato apertamente contro il referendum bielorusso) non disponeva certo di
queste “risorse”, o meglio di basi economico-sociali. Non poteva pensare a un terzo
mandato, visto che non è stato in grado di concludere nemmeno il secondo.
Ma la Bielorussia non ha migliorato solo gli indici macroeconomici. Il salario
medio ha raggiunto i 190 dollari al mese. Per volume di edilizia abitativa,
destinata a migliaia di abitanti, la repubblica ha superato tutti i paesi della
CSI e la maggior parte di quelli dell’Europa Orientale. Prima dei vicini, essa
è uscita dalla crisi ed ha accresciuto la produzione nell’agricoltura. Più di
altri paesi, ha destinato finanziamenti alla scienza, alla cultura,
all’assistenza sanitaria…
E cosa proponeva l’opposizione bielorussa? La copia esatta delle ricette, in
base a cui è stata distrutta l’economia nello spazio postsovietico. E prima di
tutto, la privatizzazione massiccia e “la rimozione dello stato dalla sfera
economica”. Questa opposizione ha appoggiato con calore la cinica affermazione
di Boris Nemtsov (uno dei leader
dell’ultraliberista “Unione delle forze di destra” russa, nota del
traduttore) accorso nella
repubblica “in soccorso” di coloro che si stanno battendo contro l’attuale
corso politico: “Si aprirebbe un’era felice per la Bielorussia, se qualcuno la
comprasse”. Anche l’ambasciatore USA a Minsk, in sostanza, sostiene la medesima
posizione. Parlando a proposito della politica americana di investimenti in
Bielorussia, ha affermato: “Se si controlla un’azienda, in cui si è investito,
il rischio è minore, in caso contrario, è maggiore”. Sebbene espresso
diplomaticamente, il senso appare questo: cerchiamo di ottenere la svendita
dell’economia della repubblica. E proprio il fatto che Lukashenko non abbia
svenduto la Bielorussia né all’Occidente, né agli oligarchi russi, rappresenta
una delle ragioni fondamentali del sostegno che gli ha manifestato il popolo.
Un certo ruolo è stato esercitato anche da un altro fattore. Nelle ultime
elezioni presidenziali, nel 2001, nella repubblica aveva lavorato un gruppo di
osservatori dell’OSCE. Non occorre aggiungere nulla, sul grado della loro
obiettività e sulla regolarità del loro operare, a quanto si ricava dalle fonti
della torbida opposizione “democratica”, le quali attestano che essi si sono
immediatamente dileguati, cominciando a lavorare nell’ombra.
Questa volta, però, sufficientemente istruiti dall’esperienza del passato, i
bielorussi hanno invitato osservatori indipendenti da 50 stati, ed anche da
strutture e organizzazioni internazionali, come la CSI e l’Assemblea
parlamentare dell’Unione di Bielorussia e Russia. E tutti – gli osservatori
provenivano da Austria, Inghilterra, Polonia, Slovacchia, USA, ecc. – hanno
concluso che le elezioni e il referendum si sono svolti nel rispetto delle
norme democratiche.
Traduzione dal russo di Mauro Gemma