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La Bielorussia dopo
il voto
di Manuele Bonaccorsi
Intervista a Giulietto Chiesa
Raggiungiamo Giulietto Chiesa in una pausa tra le riunioni del Parlamento
Europeo, a Bruxelles. “Qui c’è un pessimo clima- dice l’europarlamentare- si
parla apertamente di sanzioni; parlamentari della destra, con l’appoggio di
settori dei verdi e del partito socialista, sono autori di un pericoloso e
insensato estremismo. Dinanzi alla Bielorussia c’è anche chi vorrebbe mettere
in gioco le relazioni con la Russia. Speriamo che la Commissione e il Consiglio
abbiano pareri più pacati”.
A Giulietto Chiesa, profondo conoscitore delle vicende dell’ex Urss, chiediamo
delucidazioni sugli accadimenti di Minsk e sulla turbolenta frontiera orientale
dell’UE.
I giornali di oggi parlano di arresti di oppositori politici e di
repressione delle mobilitazioni contro l’elezione di Lukashenko in Bielorussia.
Si parla di una nuova rivoluzione arancione, simile a quelle che hanno
investito prima la Georgia e poi l’Ucraina. Qual è la tua opinione in
proposito?
E’ in corso un tentativo di far passare gli avvenimenti di Minsk come una nuova
rivoluzione colorata, ma nessun giornale sembra notare che la realtà politica
della Bielorussia non è paragonabile a quella che ha defenestrato i leader
filorussi, da Kiev a Tblisi passando per Belgrado. La differenza è questa:
Lukashenko ha un reale appoggio popolare. Mentre in Ucraina il ritorno alle
urne ha dato un esito diverso da quello iniziale, convocare in Bielorussia
nuove elezioni non farebbe che ridare il potere in mano al vecchio presidente.
Eppure gli osservatori internazionali hanno parlato di evidenti
irregolarità…
Il giudizio dato dall’Osce sulla validità delle elezioni era già deciso. Si
tratta, lo dico senza mezzi termini, di giudizi tendenziosi, faziosi e
manipolati. Ho avuto molte volte l’occasione di vedere all’opera gli
osservatori internazionali, e ho sempre verificato di prima mano come le loro
relazioni fossero bugiarde.
Quindi?
Quindi bisogna prendere atto del consenso popolare del leader Bielorusso, e
chiedersi, semmai, quale sia il suo fondamento. Tra i pochi dirigenti comunisti
contrari allo scioglimento dell’Urss, Lukashenko è salito al potere battendo i
suoi oppositori con un programma quantomai preciso: nessuna privatizzazione
economica e protezione del sistema di sicurezza sociale. Lukashenko vince
perché è riuscito a tenere in piedi pezzi del sistema socialista, senza
immettere il paese nell’onda della “capitalistizzazione” forzata che stava già
impoverendo la Russia e le altre repubbliche ex-sovietiche. I suoi avversari,
al contrario, sono stati conquistati dalle ipotesi di occidentalizzazione del
paese. Si tratta di una rilevante minoranza, ma non ci sono dubbi che la
maggioranza del paese rimanga fedele alla politica di Lukashenko. Si tratta di
una questione politica, dunque, non solo di una maggiore o minore aderenza alle
regole democratiche.
Cosa nasconde, dunque, le levata di scudi di Ue, Usa e Nato?
L’obiettivo occidentale è assai chiaro: sottrarre all’influenza della Russia
tutti i suoi vicini, di modificare nel profondo, cioè, il quadro geopolitico
della regione. Si tratta di un progetto imperiale. Gli Stati Uniti sono tra i
maggiori finanziatori dell’opposizione interna. Ma anche Polonia e Paesi
Baltici sono in prima fila per limitare la sovranità dello scomodo vicino. Ci
sono poi la Nato e l’Ue, il cui obiettivo è quello di spingere sempre più a est
le frontiere delle proprie organizzazioni. Dinanzi a questa realtà non posso
non pormi una domanda: siamo tutti consapevoli che questa politica ha come
diretta conseguenza una nuova guerra fredda, una nuova contrapposizione
frontale con la Russia? Sappiamo quali pericolo comporterebbe una simile
ipotesi?
Dietro l’instabilità delle ex repubbliche sovietiche si nasconde la grande
partita per il controllo dell’energia. Come si può inserire in questa battaglia
la vicenda Bielorussa? E qual è il ruolo della Germania, il cui ex cancelliere
Gerard Schoeder è tra i sostenitori dell’operazione Gazprom?
La questione energetica è di fondamentale importanza per la comprensione del
quadro geopolitico. Pensiamo, ad esempio, all’accordo tra Mosca e Pechino che
prevede la costruzione di un nuovo gasdotto che porterà in Cina l’energia di
cui essa ha grande bisogno. Pensiamo anche alla crisi dell’Iran, dove si
prepara una nuova guerra con l’obiettivo americano di esercitare su questo
paese il proprio potere. La Bielorussia, poi, si inserisce perfettamente in
questo scenario, poichè potrebbe ospitare i gasdotti che la Russia vuole negare
all'Ucraina. La questione, in sintesi, è questa: da un lato l’occidente ha la
presunzione di esercitare uno stretto controllo sulla produzione dell’energia.
Dall’altro è sempre più evidente che questo controllo è impossibile. C’è poi la
vicenda di Gazprom e il tentativo tedesco di stringere i rapporti con la
Russia, anche attraverso la costruzione di un gasdotto che, scorrendo in acque
internazionali, aggiri i paesi baltici, strenui avversari di Mosca. Per
qualcuno questo progetto ha avuto il senso della frattura della solidarietà
europea in materia di politica energetica. E’ chiaro che l’Ue cerca
faticosamente, ma con scarsi risultati, una politica comune dell’energia. In
questo conteso si inserisce la proposta del commissario al commercio Peter
Mandelson, che in un articolo di pochi giorni fa sull’International Herald
Tribune ipotizza la costruzione di un mercato comune dell’energia. Una proposta
che avrebbe quantomeno il merito di sottrarre la questione energetica dai
criteri politici aggressivi che emrgono con forza all'interno dell'Europa.
Sullo sfondo, dunque, rimane la potenza russa…
Il capogruppo dei verdi in parlamento oggi diceva: “Se dietro la Bielorussia
non ci fosse la Russia Lukashenko sarebbe già stato spazzato…” Mi pare evidente
che ci troviamo dinanzi a una nuova teoria della sovranità limitata, che questa
volta l’Europa gioca contro la Russia. Si è gridato allo scandalo, ad esempio,
dinanzi alla notizia delle limitazione imposte da Putin all’attività delle Ong
nel suo paese. Ebbene, l’UE ha fatto finta di non sapere che molte di quelle
Ong non sono altro che emissari occidentali che lavorano per una penetrazione
politica all’interno della Russia. Ha diritto Putin di fare ciò? Io credo di
sì. Poiché con una scelta del genere Putin difende il diritto del popolo russo
di decidere del proprio futuro.