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Elezioni in Bielorussia


di Luigi Marino

21 marzo 2006

La Bielorussia di Lukashenko è da tempo sotto attacco mediatico da parte di molti paesi occidentali. Ed ancora oggi, sia prima che dopo queste elezioni presidenziali, i mass media non hanno esitato a demonizzare il Presidente uscente, definito come "ultimo dittatore dell'Europa dell'est", accusandolo di "gravi violazioni della libertà d'espressione e di altri diritti dell'uomo, nonché di arresti di oppositori ecc..". Precedentemente, nel settembre dello scorso anno organizzato dall'Assemblea Parlamentare della Nato, si è svolto a Vilnius in Lituania  uno speciale "Seminario sulla Bielorussia" al quale avevano partecipato rappresentanti di partiti e gruppi di opposizione, di organizzazioni non governative e di associazioni che in vario modo raccolgono il dissenso nei confronti della politica del Presidente Lukashenko e che hanno richiesto a tal fine sostegni politici e finanziari, nonché più efficienti mezzi di comunicazione anche dall'esterno del Paese. Tutto ciò per "promuovere la democrazia" in sintonia con la posizione ufficiale americana. Insomma ancora una volta è stata dispiegata per tempo e con adeguati supporti una campagna denigratoria nei confronti della Presidenza Lukashenko a scapito di un'analisi obiettiva della politica complessiva portata avanti in tutti questi anni.


La Bielorussia è uno Stato non nucleare, si è dichiarata contro la proliferazione delle armi, ha preso posizione ferma contro il terrorismo, pur dichiarandosi contro l'allargamento della Nato ha dato piena adesione alla "Partnership for Peace", è stata riammessa nell'OSCE, ha ottime ralazioni commerciali oltre che con la Russia anche con la Polonia e la Lituania, ecc. ed essendo un Paese di transito costituisce anche una piattaforma logistica verso il mercato russo. In politica interna la Bielorussia ha un'economia in crescita dal 1996, un debito quasi nullo, una disoccupazione all'1,4% ed ha conservato una elevata spesa sociale. In Bielorussia non si sono avute privatizzazioni selvagge, a differenza delle altre repubbliche ex sovietiche, per cui l'80% delle imprese sono restate pubbliche e nei settori privatizzati lo Stato si è riservato la "golden share". In base all'ultimo rapporto dell'ONU la Bielorussia fa parte dei paesi meno corrotti al mondo. La tranquillità sociale, l'assenza di forti conflitti e la stabilità economica sono dati indiscutibili e riconosciuti da tutti gli osservatori internazionali. Cresce l'economia, ma deve crescere certamente anche la democrazia, che non è mai troppa ovunque.

Perché allora questo accanimento, questa ostilità, se non livore contro la politica di Lukashenko? Forse perché la Bielorussia - contrariamente ad altri paesi ex socialisti - si è dichiarata contraria alla guerra in Iraq? perché non desidera far parte della Nato ed invece segue una linea politica di integrazione economica e commerciale con la Russia? Al di là di un discorso sui poteri presidenziali, che certamente non riguarda solo la Bielorussia, perché negare o sottovalutare la portata del consenso  reale  di cui gode Lukashenko, confermato anche in questa tornata elettorale?

L'adesione alla politica del Presidente è nel paese convinta da parte della stragrande maggioranza della popolazione, anche perché non vi sono candidati alternativi credibili e quelli che sono scesi in campo scimmiottano le tesi, come sono state esposte a Vilnius dai loro rappresentanti, quali il passaggio all'economia di mercato insieme a quelle sulle "necessarie privatizzazioni perché vengano attratti gli investitori stranieri" che incutono più che giustificati timori in un Paese in cui si è conservato un welfare di tipo sovietico. Vi è paura sì, ma per le politiche iperliberiste che hanno prodotto tante tragedie nei paesi ex socialisti, compresa la forzata emigrazione all'estero.

Non vi potevano essere sorprese nel voto per le presidenziali in Bielorussia nel senso che Lukashenko è stato riconfermato per la terza volta Presidente grazie anche alla modifica alla Costituzione approvata, ma non perché l'opposizione tanto sostenuta  anche dall'esterno sia stata messa a tecere o non abbia ricevuto nessuno spazio per affrontare una competizione elettorale così ardua. Ancora una volta l'OSCE invece non ha ritenuto le elezioni conformi agli standard e si è espressa in maniera fortemente critica, mettendo in discussione non lo svolgimento o la regolarità delle elezioni, quanto gli stessi presupposti per una competizione tra i diversi candidati in termini di equità di trattamento. E qui con tutta chiarezza va detto che se i candidati avversari hanno avuto modo di apparire anche in TV e di illustrare, nei limiti di tempo fissati, i propri programmi, in una repubblica presidenziale ovviamente il Presidente in carica, per le funzioni  e prerogative che esercita anche a livello internazionale, vi compare per ovvie ragioni quasi quotidianamente. Insomma la "par condicio" è lontana! Ed è chiaro che i candidati d'opposizione denuncino soprattutto tale deficit di democrazia, che impedisce, a loro avviso, il libero e paritario svolgimento della campagna ed il loro successo elettorale. Il Presidente uscente, dopo anni di governo di un paese che cresce non solo economicamente, non poteva non essere inevitabilmente più favorito rispetto a candidati che si sono presentati per la prima volta, che hanno rivendicato maggiore democrazia - e questo lo si capisce! - ma che hanno presentato soprattutto programmi quanto meno ambigui e non rassicuranti in relazione alle questioni economico-sociali ed alle scelte di politica internazionale. D'altra parte, malgrado gli impegni assunti a Vilnius, le opposizioni non sono riuscite né a concordare un chiaro programma comune, né a convergere su un unico candidato contro Lukashenko. Il risultato elettorale quindi non poteva che essere del tutto scontato ma non certamente per presunti brogli, manipolazioni e falsificazioni nei seggi.


Questo articolo è stato inviato da Partito dei Comunisti Italiani
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