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Riforma politica: Tattica opportunista per le elezioni e diversiva per le lotte di massa

Ivan Pinheiro * | pcb.org.br
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/09/2014

Nel 2002, quando sorse la possibilità della vittoria elettorale di quello che ancora sembrava essere un fronte di sinistra e, pertanto, di avviare un processo di cambiamenti progressisti in Brasile, alla vigilia del primo turno Lula firmò la "Lettera ai Brasiliani", in realtà diretta ai banchieri, impegnandosi a mantenere intatta la politica economica neoliberista dei tempi di FHC, tra cui l'"autonomia" della Banca Centrale e l'avanzo primario, deviando fondi pubblici a favore delle rendite. In questo caso, non si può accusare Lula di non rispettare le promesse.

Con la sua vittoria nel secondo turno, il coordinamento del fronte che lo appoggiava creò una commissione di cinque partiti (PCB, PT, PDT, PSB e PCdoB) per elaborare un "Programma dei 100 giorni", in modo che, fin dall'inizio del mandato, il nuovo Presidente mostrasse che era li per mantenere le promesse di cambiamento fatte nella campagna e che riempivano di speranza la stragrande maggioranza del popolo brasiliano e della sinistra mondiale. Dopo tutto, sarebbe stato un governo nuovo, di opposizione al precedente.

La proposta principale della commissione, appoggiata dal PCB, era la convocazione, appena giunti al governo, di una consultazione popolare per convocazione di una Assemblea Nazionale Costituente sovrana, che non si confondesse con la composizione del Congresso Nazionale e che rivedesse tutta la Costituzione Brasiliana, che aveva già subito un forte regresso politico a causa degli emendamenti approvati nel famigerato governo FHC.

Si partiva dal presupposto che, per cambiare il Brasile, era indispensabile prima cambiare le leggi che perpetuavano l'egemonia borghese. Esattamente come fecero Hugo Chavez, Evo Morales e Rafael Correa, prima dell'avvio dei processi di cambiamento nei loro paesi.

Ma in Brasile, la paura ha vinto sulla speranza!

Ancora prima dell'insediamento, eletto al secondo turno, il primo viaggio internazionale di Lula, a sorpresa (almeno per il PCB), fu negli Stati Uniti per incontrarsi con Bush alla Casa Bianca, accanto a Henrique Meireles, l'allora presidente della Banca di Boston, per presentarlo come il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile, garantendogli l'autonomia per gestire la politica monetaria. In quel momento, cominciò a dissolversi il coordinamento della campagna, che si doveva trasformare, poco dopo l'insediamento, nel coordinamento della politica di governo.

All'atto stesso dell'insediamento, Lula gettò nella spazzatura, il programma della campagna, il coordinamento politico e la proposta di Programma dei 100 Giorni, scegliendo la governance istituzionale d'ordinanza, al posto della governance popolare per i cambiamenti. Formò una base d'appoggio parlamentare con il centro e il centro-destra, con più di 300 parlamentari che in passato venivano denominati come picaretas (nel gergo popolare brasiliano indica in modo dispregiativo il disonesto, il politicante, ndt) diventando ostaggio e complice dei capi della politica borghese, sotto il comando del PMDB e del compagno Sarney, arrendendosi al grande capitale. Il Vice-Presidente, José de Alencar, era stato scelto con cura per segnalare un'alleanza con i settori della borghesia, in vista di un progetto di sviluppo, che Lula annunciava, ora insediatosi, come lo "spettacolo della crescita" che avrebbe "sbloccato" il capitalismo in Brasile. Anche questa promessa è stata soddisfatta alla lettera da Lula.

Constatando il tradimento del programma che elesse Lula, il PCB, nel marzo del 2005 (prima, pertanto dell'episodio conosciuto come "mensalão"), rompe con il governo, per l'assoluta incompatibilità politica con il transformismo del nuovo presidente e degli altri partiti che avevano composto il fronte, che continueranno degenerandosi e rimpinzarsi di cariche e denaro, senza alcuna critica all'abbandono del programma elettorale e integrando le organizzazioni sociali sotto la loro influenza nella cooptazione, trasformando una legione di ex-militanti di sinistra in burocrati di carriera, procacciatori di "mandati" elettorali dei loro partiti.

La CUT e la UNE, che già vivevano un accelerato processo di degenerazione, presto si trasformarono nella cinghia di trasmissione del governo e dei principali strumenti di deperimento dei lavoratori e della gioventù.

Dopo undici anni di elevazione del capitalismo, "come mai prima nella storia di questo paese" - illudendo i lavoratori con il discorso dell'inclusione, della nuova classe media, di uno sviluppo capitalistico nel quale avrebbero tratto beneficio tutte le classi allo stesso modo e che garantiva la pace sociale - è bastata la scintilla dell'aumento delle tariffe degli autobus urbani, nel giugno dello scorso anno, per smontare le illusioni, le manipolazioni, l'ammorbidimento della classe lavoratrice e della gioventù.

Tutto questo, insieme ai venti tenui della crisi del capitalismo nel nostro paese ha indotto il governo Dilma a mitigare con più capitalismo: esenzione del capitale, Codice Forestale, privatizzazioni di autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, stadi, la vergognosa prosecuzione delle aste per il petrolio, tra cui il pré-sal, e progetti per ridurre i diritti dei lavoratori e della sicurezza sociale.

L'esplosione delle insoddisfazioni represse, che continuano latenti, ha la sua principale motivazione nella privatizzazione e nello smantellamento dei servizi pubblici, in particolare nella sanità e nell'istruzione, nella demoralizzazione e nella mancanza di rappresentatività delle istituzioni dell'ordine (e delle entità di massa cooptate), in funzione di alleanze e pratiche opportunistiche e di complicità con la corruzione.

Con la battuta di arresto della politica "petista", sono cresciute l'arroganza e la consapevolezza che siano pochi gli anni a disposizione. Attoniti, i riformisti riprendono dal cestino della loro storia la proposta del Programma dei 100 Giorni, abbandonato quando i rapporti di forza erano altamente favorevoli. Con i suoi quasi 60 milioni di voti e l'inaudita speranza popolare, Lula aveva tutto il supporto per cambiare il Brasile, mobilitando le masse, anche se solo con misure appena progressiste.

Al termine del mandato di Dilma, sempre più ostaggi del centro e del centro-destra, per rimanere nel governo, il PT e gli altri riformisti, alcuni insistendo nel dirsi comunisti (che praticano la conciliazione di classe, che è funzionale per l'accettazione da parte del sistema) sollevano la bandiera della riforma politica, infuriandosi contro il Parlamento, la giustizia, i media, le istituzioni che non solo hanno lasciato intatte, ma rafforzate.

Fingendo di ignorare che questo governo non può sopravvivere senza il PMDB, che ha la chiave dell'agenda legislativa del Brasile - con l'accumulo senza precedenti della presidenza della Camera e del Senato e la Vicepresidenza, occupate dai più esperti volponi politici - i riformisti alzano oggi, come fosse la salvezza della patria, la bandiera della convocazione di un plebiscito per una costituente, che hanno abbandonato nel momento giusto, dieci anni fa!

Appellarsi alla costituente con gli attuali rapporti di forze sfavorevoli è un atto di demagogia. O si tratta di un'illusione innocente di classe o di una esperta cortina di fumo per far passare tra la gente l'impressione che vogliono cambiare. Poiché non vi è innocenza nei politici professionisti, la seconda ipotesi è più probabile. Nessuno vuole cambiare la loro alleanza preferenziale con il PMDB, garantendo all'enigmatico Michel Temer la candidatura a vicepresidente.

La correlazione di forze è sfavorevole non solo in parlamento, ma è particolarmente evidente in relazione all'egemonia borghese nella società brasiliana, plasmata dall'alienazione, dall'individualismo, dal fondamentalismo religioso, dai media mainstream, che coltiva l'avversione ai partiti e riduce la politica ai momenti elettorali.

Vanno a cercare nella spazzatura la costituente del 2003, che sarebbe stata ampia e senza restrizioni, limitandola adesso ad una specifica riforma politica che non merita nemmeno quel nome, poiché è fondamentalmente elettorale. Mostrano così di credere solamente alla cosiddetta democrazia borghese, una dittatura di classe mascherata.

Nell'astuto discorso sulla riforma politica, si fanno critiche alle deformazioni del parlamento, per le quali hanno contribuito tanto quanto gli altri partiti. Il PT e i suoi alleati fedeli e acritici si sono riempiti e si riempiono con il finanziamento privato​​, al punto che dei loro candidati, in alcuni casi, ricevono più donazioni "generose" da parte delle imprese che i loro avversari conservatori, questo perché i settori più lucidi delle classi dominanti preferiscono affidare il governo a un partito con il nome dei lavoratori, per compiere con efficienza la politica del capitale con il vantaggio di ingannare coloro che prestano il nome al partito.

Questa manovra elettorale irresponsabile può avere conseguenze disastrose, in quanto apre lo spazio per il Congresso Nazionale di essere eletto nel mese di ottobre e di promuovere, senza alcuna consultazione popolare, una mini-riforma "politica" regressiva.

Il peggio, però, è che la priorità assoluta nello sbandierare la riforma politica è quella di deviare l'agenda unitaria sollevata nelle manifestazioni del 2013. Si tratta di un diversivo e di una astuzia per non esporre il governo Dilma al deterioramento di dover negare ognuna di quelle bandiere, per esser ostaggio e partner del capitale.

Dobbiamo continuare a sollevare le bandiere che i riformisti cercano di nascondere: riduzione dell'orario di lavoro senza riduzione salariale, riforma agraria, previdenza sociale e fine dell'esternalizzazioni, dell'avanzo primario; fine delle vendite all'asta dei bacini petroliferi a favore degli investimenti pubblici nella sanità e nell'istruzione, la smilitarizzazione della polizia.

Invece della riforma politica elettorale, la nostra bandiera politica centrale deve essere PER IL POTERE POPOLARE, che esprime il rifiuto delle istituzioni borghesi e "tutto ciò che vi è in esse", per una organizzazione popolare con vocazione di potere.

* Ivan Pinheiro è Segretario Generale del PCB

(testo esaminato e approvato dalla Commissione Politica Nazionale del PCB)


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