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- popoli resistenti - cile - 10-06-09 - n. 277
Per la vita. Contro il fascismo: No all’impunità!!!!
di Ida Garberi*
“Canto, che sapore cattivo quando devo cantare lo spavento.
Spavento come quello che vivo, come quello che muoio, spavento.
Vedendomi tra tanti e tanti, momenti di infinito, nei quali il silenzio e il grido
Sono le mete di questo canto.”
Victor Jara
Io avevo solo otto anni quando accadde tutto, quell’11 settembre 1973, e non ricordo bene le sensazioni di tristezza e sgomento, mentre la televisione riproponeva l’attacco a La Moneda, i carri armati per le vie di Santiago del Cile, il sogno di una vera democrazia schiantarsi contro la brutalità fascista.
Sono passati 36 anni da allora, i tempi sono fortunatamente cambiati ed una meravigliosa Nuestra America di Josè Martì, “come il verso di una colomba, che cerca di fare il nido, spicca il volo ed apre le sue ali, per volare e volare”….come cantava proprio Victor Jara.
Lui però, tristemente, non può vederla, gli anno tolto la luce dagli occhi, gli hanno schiacciato le mani perché non potesse più denunciare le atrocità cantando ed utilizzando il suo fucile (che era la sua chitarra) e non potesse più dare coraggio ai prigionieri nello Stadio Cile.
Ma riusciremo mai a sapere veramente cosa è accaduto quel lontano 15 settembre 1973, nei sotterranei dello Stadio Cile?
Pochi giorni fa, 4 giugno 2009, è stato riesumato il suo corpo, per poter fare una vera autopsia ed investigare la versione di Josè Paredes Marquez, una giovane recluta militare, che all’epoca aveva solo 18 anni, e che sembra che abbia assistito all’atroce delitto ed abbia in seguito crivellato il corpo esamine di Victor con 44 colpi di fucile, per ordine dei superiori.
D’accordo con la confessione iniziale di Paredes, un sottotenente ancora non identificato, probabilmente il pluriomicida detto “il Principe”, in presenza dell'allora tenente Nelson Haase e di altri soldati, giocò alla roulette russa con la tempia di Jara fino a che l'ammazzò con uno sparo alla testa.
E’ la prima volta, dopo ben 36 anni, che finalmente si riesce a sapere qualcosa sull’accaduto, nonostante la vedova del cantante, Joan Turner, già nel 1978 ed in seguito nel 1998 aveva presentato delle denunce per ricercare i colpevoli di questa atrocità.
Ma come è possibile che questo accada?
Dopo la tremenda beffa che un dittatore assassino come Augusto Pinochet, “l’innominabile” come veniva giustamente appellato, sia riuscito a morire nel suo letto senza una sola parola di sentenza accusatoria approvata, ritorno a dire, come è possibile che l’impunità continui per tutto il branco di assassini che appoggiarono il suo regime?
Quel tetro 11 settembre 1973 doveva essere un inno alla vita nell’Università Tecnica di Santiago del Cile, avrebbe dovuto esserci un’esposizione, inaugurata da Salvador Allende, che sarebbe stato accompagnato dalla voce calda di Victor. Il manifesto che pubblicizzava l’evento era un monito molto chiaro: una madre allattando la sua creatura, mentre le loro ombre erano macchiate di sangue. Era un appello silenzioso ma molto espressivo, che incitava a scegliere la vita contro il fascismo: purtroppo Cile, invece, si piegò al mostro.
“Mi ascolta la cloaca marxista? Mi ascoltano i mangia merda? Adesso sono finiti i discorsi, per la figa di tua madre! Adesso dovrete lavorare. Quelli che non vorranno lavorare li fucileremo. Mi state ascoltando, vendi patria? Ho la voce di un principe.....” Quasi sicuramente la voce che gridava sguaiata queste frasi offensive nei corridoi dello Stadio Cile era quella dell’assassino Edwin Dimter Bianchi, biondo, occhi chiari, di origine tedesca.
Non è mai stata provata la sua colpevolezza, nonostante le multiple accuse delle associazioni dei famigliari dei desaparesidos (e di chi li appoggia, cioè gli uomini di buona volontà e con uno straccio di coscienza) e le loro proteste pubbliche, la cosiddetta “funa” che consiste nel denunciare e manifestare con le foto delle vittime sul luogo di lavoro del presunto assassino o sotto casa sua.
La FUNA nasce come una risposta necessaria, opportuna e decisa di fronte all'impunità che si impone, mediante leggi dettate durante la Dittatura, e che lascia senza un giudizio ed una punizione giusta i responsabili dei crimini commessi da militari ed agenti civili della repressione e che conta sull'appoggio incondizionato e l'atteggiamento ossequente del Potere Giudiziario, il quale, salvo rispettabili eccezioni, si è rifiutato di compiere i doveri per i quali è stato istituito, permettendo le detenzioni arbitrarie, sequestri, torture ed assassini di migliaia di compatrioti, uomini e donne, che avevano appoggiato il progetto politico diretto dal Presidente Allende, DEMOCRATICAMENTE ELETTO.
Come dimostrazione del tacito appoggio all’impunità è il fatto che questo sinistro individuo, il cosiddetto “Principe” non si sia mai nascosto, non ha cambiato il suo nome o la sua fisionomia e…..(mantenetevi forte): lavora come funzionario del ministero del lavoro, è il capo del dipartimento del controllo di istituzione della sovrintendenza dell’Amministrazione dei Fondi Pensionistici.
Come è possibile? Ci sono decine di testimonianze oculari e accuse di torturati, ma non succede assolutamente nulla.
E’ proprio per questa ragione che chi partecipa alla FUNA esige giudizio e punizione per i responsabili ed i complici delle gravi violazioni dei diritti umani, successe non solo durante la Dittatura Militare, ma anche quelle accadute durante il chiamato “periodo di transizione alla democrazia”. Nel campo giudiziario, optiamo (sì, il verbo alla seconda persona plurale è voluto, anche io appoggio con tutto il mio cuore questo movimento della FUNA) per lottare per l'Annullamento della Legge di Amnistia ed i suoi adeguamenti e modificazioni posteriori, fatte sulla difesa della Costituzione di Pinochet e che hanno permesso a molti criminali, rimanere nel tranquillo spazio dell'impunità.
Per tutti loro esigiamo giudizio e punizione e non concederemo né perdono né oblio.
Io mi sento in dovere di appoggiare questa difesa dei diritti umani perché come ha detto un giorno il Che Guevara “sono capace di tremare di indignazione ogni volta che si commette un’ingiustizia” e perché ripudio ogni manipolazione del passato, è necessaria una ricostruzione della memoria storica, non ci si può rassegnare né al silenzio né alla passività. La stessa cosa viene fatta oggi dallo stato italiano, Berlusconi sta manipolando la storia della Resistenza partigiana: non si può accettare lo studio del passato tergiversato, scritto e trasmesso come vero dai diversi sistemi che dipendono dal potere (mezzi di comunicazione, sistema educativo, forme di cultura, etc.) e che sono al servizio dei genocidi e dei suoi complici. Il nostro dovere, di noi, cittadini del mondo, è di smascherare, in Cile e in tutta l’America Latina, che è stata vittima della dittatura e dell’Operazione Condor, i visi di tutti i criminali che sostentarono il Terrorismo di Stato che imperò in questi paesi, non possiamo permettere di farci reprimere e zittire, per dimenticare tutti quelli che osarono alzarsi e lottare per recuperare il progetto storico incompiuto, come conseguenza dei vari colpi di stato.
Quello che non riesco a comprendere è il ruolo dell’attuale presidentessa del Cile, Michele Bachelet, donna colpita lei stessa e la sua famiglia dalla dittatura, incapace di dare una soluzione al problema: il fatto di concedere la cittadinanza cilena alla moglie di Victor, Joan Turner, mi sembra un fatto meraviglioso e doveroso, per questa donna inglese che è rimasta a vivere nel paese del suo defunto sposo nonostante la dittatura, per continuare a cercare giustizia per lui, per i 5000 arrestati dello Stadio Cile e le decine di migliaia di desaparecidos, ma…..NON E’ ASSOLUTAMENTE ABBASTANZA!!!!
Quello che abbiamo bisogno, presidente Bachelet, è la condanna dell’orrendo “Principe” e di quelli che come lui hanno violato ogni decenza umana, per permettere a Victor Jara e ai suoi compagni di riposare in pace e che sia fatta giustizia.
Per concludere questo mio grido di rabbia e di diritto, voglio utilizzare le parole di un altro cantautore cileno, Galo Espinoza, meno conosciuto di Victor, ma più fortunato, perché è riuscito a salvarsi dalla tortura esiliandosi in Svezia, dove tutt’ora risiede e canta con il gruppo Cristal Andino; nella sua canzone “No all’impunità” afferma:
“I “Pilati” continuano ancora lavandosi bene le mani,
come se gli “N.N.” fossero dei racconti inventati.
No, no, no, no, io non lo accetto!
Che si prendano gioco dei popoli, con questioni e concetti…
Loro gridano amnistia, per confondere i popoli,
Per salvare assassini di tanti crimini orrendi.
No, no, no, no, io non l'accetto!...
Ancora oggi si ascolta in Cile, “il principe” con le sue pallottole,
Il dolore di cinque mila, e la voce di Victor Jara.
In un giorno non lontano, coi popoli lotterà
Il sangue di tanti fratelli che oggi pretendono dimenticare”.
No, no, no, no, io non l'accetto!
*l’autrice è la responsabile della pagina in italiano del sito web di Prensa Latina