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- popoli resistenti - colombia - 03-10-10 - n. 334
Bollettino di informazione al 28/09/2010 - CLAMORI DALLA COLOMBIA!
06/09 - Ministro della guerra colombiano respinge qualsiasi dialogo con l'insorgenza
Il ministro della guerra colombiano, Rodrigo Rivera, ha respinto totalmente qualunque possibilità di dialogare con le FARC-EP: “Non credono nell'abbandono delle armi, e per questo occorre inasprire la guerra. Con loro non esiste nessuna possibilità di dialogo, come con tutte le persone che credono di poter utilizzare la violenza ed il terrore per farsi capire dall'interlocutore”. Il ministro ha ribadito che gli ordini del presidente Santos sono quelli di “inasprire” l'offensiva contro gruppi armati considerati illegali; evidentemente non considera illegali i paramilitari di Stato, visto che non ha mai dimostrato alcuna offensiva nei loro confronti! Le ingenue illusioni di un possibile cambiamento nella politica del regime colombiano, indotte dall’operazione di maquillage inaugurata da JM Santos, vengono dunque spazzate via da queste dichiarazioni, che vale la pena di analizzare attentamente.
Qualcuno dovrebbe infatti prendersi la briga di ricordare al ministro della guerra che ogni movimento guerrigliero che abbia abbandonato le armi è stato sistematicamente massacrato dal regime oligarchico, come dimostra, ad esempio, il genocidio dell'Unión Patriótica, il movimento politico che ha visto cadere sotto i colpi di sicari, paramilitari e forze armate colombiane oltre 5.000 dei suoi dirigenti e militanti.
A differenza di quel che sostiene Rivera, l'insorgenza colombiana ha dimostrato in questi anni di aver cercato molte volte una strada per l'apertura di un dialogo; basti pensare agli scambi epistolari con i “Colombiani per la Pace ”, il movimento coordinato dalla senatrice Piedad Córdoba, o alla recente lettera aperta inviata all'Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane) con la richiesta di esporre in un'assemblea di questa istituzione la propria visione della guerra in Colombia, reiterando la propria “irriducibile volontà di cercare una soluzione politica al conflitto”. Questa volontà si è sempre scontrata con l'insensata opposizione del regime colombiano e di Washington, che auspicano ancora, dopo 46 anni di conflitto, un’irraggiungibile vittoria manu militari.
Suona poi ridicola la presa di posizione contro coloro che utilizzano “violenza e terrore” come metodo politico; il ministro non avrà difficoltà a trovare chi si avvale di questi sistemi all'interno della compagine governativa. Da anni, infatti, il regime si scaglia contro qualunque suo oppositore, armato e non, utilizzando il terrorismo di Stato, il sicariato, il paramilitarismo; basti enumerare i crimini degli ultimi 5 anni di narcogoverno uribista: 1.309 massacri, 42.875 omicidi, 40.000 sparizioni forzate, il ritrovamento di 2.719 fosse comuni con 3.299 cadaveri, l'attacco militare all'Ecuador, il massacro di migliaia di giovani disoccupati fatti passare per guerriglieri, l'assassinio di centinaia di sindacalisti e giornalisti, i quasi 5 milioni di sfollati, i 5 milioni di profughi rifugiatisi nei paesi vicini.
Il neogoverno del fascista e guerrafondaio Santos ha già gettato la maschera, in piena continuità col suo predecessore, il mafioso Uribe, sulla sua intenzione di “inasprire” un conflitto già drammatico e sanguinoso, in modo da poter continuare ad ottenere miliardi di dollari dal Pentagono e non dover affrontare i nodi storici che affliggono il paese e che hanno determinato la nascita dell'insorgenza colombiana: l'ingiustizia sociale, la svendita della sovranità all'imperialismo statunitense e delle ricchezze nazionali alle multinazionali straniere, e l'impossibilità di condurre un’opposizione, coerente e non edulcorata o cooptata, al regime oligarchico.
09/09 - Un altro inquisito come nuovo ambasciatore colombiano in Italia!
Dopo Sabas Pretelt de La Vega, inabilitato a ricoprire incarichi pubblici per 12 anni e sotto processo per corruzione, è stato nominato il nuovo ambasciatore colombiano in Italia. Si tratta di Andrés Felipe Arias, detto “Uribito” per il suo patetico tentativo di imitare nei modi e nelle espressioni il narco-expresidente Uribe, suo mentore e protettore. La nomina è avvenuta appena Arias è uscito dagli uffici della magistratura, nei quali ha subito un interrogatorio di undici ore. L'inchiesta che lo coinvolge riguarda lo scandalo del cosiddetto “Agro Ingreso Seguro”, scoppiato durante l'ultimo periodo della presidenza Uribe, quando Arias ricopriva il ruolo di ministro dell'agricoltura e pertanto era il massimo responsabile del programma intorno al quale è scoppiato lo scandalo. AIS era un programma truffaldino inventato a scopo propagandistico dal vecchio governo, che sulla carta avrebbe dovuto beneficiare -con un modesto versamento elargito dallo Stato- un certo numero di contadini, mentre i fondi messi a disposizione sono stati in larga parte utilizzati per finanziare ricchi imprenditori agricoli legati alla mafia uribista, in aperta e quanto mai sfacciata violazione della stessa legge, già di per sé sbagliata e fuorviante rispetto al problema agrario colombiano, predisposta dal governo ultraliberista.
Fallita la possibilità di rieleggere Uribe, Arias (che è iscritto al Partito Conservatore) ha fatto propaganda e lobbing in sostegno di Santos, anche contro il suo partito che sosteneva Noemí Sanín. Il premio che Santos gli elargisce ora per le prestazioni svolte a suo favore, serve a mettere Arias in una posizione più protetta, con in tasca un incarico diplomatico all'estero, di fronte ai problemi giudiziari che lo coinvolgono in patria.Ancora una volta la diplomazia colombiana viene utilizzata come merce di scambio nel mercato dei favori incrociati organizzato dall'oligarchia.Ancora una volta il nostro paese viene utilizzato come discarica politica, inviando in Italia come diplomatici i rifiuti non più spendibili in altri ruoli e con processi per gravi reati sulle proprie spalle. Oltre al precedente di Sabas Pretelt ricordiamo quello di Camilo Osorio ed il paramilitare console Noguera, tutti inquisiti o arrestati.Ci chiediamo se la ragione per la quale non vengano mai nominati come diplomatici personaggi meno putrefatti, dipenda più dal fatto che l'Italia non ha mai sollevato obiezioni all'accreditamento di delinquenti, o che per quanto si possa cercare tra i nomi con i quali l'oligarchia colombiana si rappresenta, di persone almeno vagamente decenti difficilmente se ne possono incontrare.
11/09 - S'intensifica l'offensiva guerrigliera in Colombia
Il Comandante in Capo delle FARC-EP, Alfonso Cano, alla fine dello scorso luglio aveva proposto al nuovo governo di aprire dei dialoghi di pace allo scopo di porre fine alla decennale guerra civile colombiana. Tale generosa proposta, aveva fatto seguito ad una lunga serie di gesti di buona volontà nel corso degli ultimi due anni, concretizzatisi in varie liberazioni unilaterali, da parte della guerriglia, di prigionieri di guerra in suo potere. Il governo ha risposto alle liberazioni unilaterali intensificando la guerra, sulla base dell'erronea interpretazione delle stesse come sintomi di debolezza. All'ultima proposta del Comandante Cano, il governo di Santos ha nuovamente opposto l'ennesimo cocciuto ed insensato rifiuto, non volendo cogliere l'opportunità storica derivante dall'offerta della guerriglia e scegliendo al contrario di portare avanti la guerra, illudendosi ancora di poterla vincere. Che le FARC-EP non fossero debilitate, come invece ha sostenuto il regime negli ultimi anni, era cosa nota e riconosciuta da molti: dalla Croce Rossa Internazionale e diverse Ong, passando per analisti del conflitto colombiano non prezzolati, fino ad alcuni militari più realisti e non inclini al velleitario trionfalismo della “Seguridad Democrática” di Uribe. Chi combatte sul campo di battaglia ha una visione differente dello svolgimento della guerra rispetto alla versione ufficiale governativa, che veniva spacciata dai grandi mezzi di comunicazione come oro colato. Oggi la realtà sta presentando il conto al governo della guerra, ed è un conto sempre più salato. In pochi giorni sono caduti sotto diversi colpi della guerriglia, inferti in varie zone del paese, una quarantina tra poliziotti e soldati, con un numero imprecisato di feriti, diversi scomparsi di cui non si sa se siano caduti prigionieri o meno, oltre alla distruzione di una sede della polizia politica DAS nel dipartimento di Nariño e ad altri attacchi portati ad infrastrutture statali, come oleodotti e tralicci elettrici. E questo stando ai numeri del ministero della Difesa solo nell'ultima settimana. L'offensiva della guerriglia trova le forze governative impreparate, le quali ammettono a denti stretti che c'era stato del trionfalismo e che la guerriglia si è adattata alle nuove condizioni di guerra. Vergognosamente il governo colombiano, oltre a narcotrafficanti, guerrafondai, mezze calzette, corrotti e criminali di ogni genere e natura, non riesce ad esprimere degli uomini all'altezza del momento storico, capaci di “aprire” le porte ad una soluzione pacifica del conflitto. Quanto deve continuare questa guerra prima che la pace con giustizia sociale si imponga sugli interessi famelici dell'imperialismo e dell'oligarchia più reazionaria e retrograda del continente?
13/09 - Condannati 6 militari per l'omicidio di dirigente indigeno
La corte penale del municipio di Popayán, nel meridionale dipartimento del Cauca, ha condannato a 40 anni di carcere sei militari implicati nell'omicidio del dirigente indigeno Edwin Legarda. I militari sono stati anche condannati a pagare una multa di 2.666 salari minimi legali, e inabilitati all'esercizio di cariche pubbliche. Legarda era stato assassinato nel dicembre del 2008 mentre guidava con a fianco la moglie, miracolosamente scampata all'imboscata; la vettura che conduceva è stata ritrovata crivellata da 17 colpi di fucile.
Il brutale attentato è stato compiuto dall'esercito colombiano nell'ambito della strategia di repressione della mobilitazione indigena che si stava sviluppando in Colombia in quei mesi, attraverso assassinii mirati di leader ed attivisti, ennesima dimostrazione di come sia una pratica abituale del regime colombiano il ricorso all'omicidio politico, ai massacri ed alle sparizioni forzate nel tentativo di soffocare ogni forma di protesta.
Secondo una nota recentemente pubblicata dall'Agenzia delle Nazioni Uniti per i Rifugiati (ACNUR), 34 popolazioni indigene colombiane sono a rischio di sparizione, e circa il 15% dei quasi 5 milioni di sfollati sono indigeni; secondo l'ACNUR le popolazioni più vulnerabili sono quelle degli Awá e dei Nukak.
L'assassinio di un altro leader indigeno, in quell’occasione Wayúu, avvenuto due settimane dopo la pubblicazione della nota dell'ACNUR, si somma all'ondata di violenza che gli indigeni subiscono da parte del narco-stato colombiano.
Da anni in Colombia le popolazioni originarie, insieme ad afro-colombiani e contadini poveri di qualunque etnia, subiscono l'espulsione dalle proprie terre, sottrattegli dalle imprese multinazionali; queste ultime, con la totale complicità del regime, utilizzano le Forze Armate ed i paramilitari per terrorizzare le popolazioni residenti, sia massacrando indistintamente uomini, donne e bambini, sia attraverso omicidi selettivi di leaders e rappresentanti delle diverse comunità
17/09 - Uribe richiedeva le intercettazioni illegali del DAS
Un ex funzionario del DAS (Dipartimento Amministrativo di Sicurezza, la polizia politica colombiana) ha accusato il narco-expresidente Álvaro Uribe, in carica dal 2002 al 2010, di essere il promotore dei casi di spionaggio illegale ai danni di giornalisti, magistrati e politici dell'opposizione. L'ex coordinatore delle operazioni di intelligence del DAS, Fabio Duarte, ha dichiarato che, secondo la linea di comando, l'ordine di eseguire intercettazioni telefoniche illegali partiva direttamente dalla presidenza; Duarte ha infatti spiegato che la struttura delle intercettazioni è piramidale, e che l'ordine iniziale passa per i diversi livelli gerarchici, fino ad arrivare ai detective, che le realizzano materialmente.
Ha inoltre chiarito che “per il principio della compartimentazione, i detective non conoscono il motivo per cui fanno questa o quella attività”, spiegando che “in ambito di intelligence si riceve l'istruzione, non si chiede perché o a che fine. Lo stesso accade coi dossier, il detective li consegna e non conosce l'uso che si farà di queste informazioni”.
I casi di intercettazioni telefoniche illegali, anche conosciuti come “chuzadas”, sono emersi a partire dal 2007, quando l'attuale presidente “Iena” Santos ere ministro della Difesa.
Lo scorso 23 luglio, l'ex direttore del settore di intelligence, Fernando Alonso Tabares, aveva affermato durante un interrogatorio che l'allora segretario generale della presidenza, Berardo Moreno, gli aveva manifestato l'interesse di Uribe affinché il DAS lo “mantenesse informato” su alcune persone specifiche, fra cui ad esempio la senatrice Piedad Córdoba.
Le attività illegali del DAS, secondo le denunce, sono state effettuate anche contro i magistrati che investigavano sui casi di parapolitica, relativi al coinvolgimento di funzionari del governo con paramilitari colombiani.
Al di là delle dichiarazioni volte a minimizzare le proprie responsabilità penali, Duarte aggiunge un altro tassello al quadro di accuse contro Uribe, che, complice Santos, ha sempre utilizzato il DAS come strumento di persecuzione di oppositori politici, ma anche giornalisti, leader sindacali e magistrati che in qualche modo potevano danneggiarlo.
20/09 - Insegnanti colombiani si mobilitano contro il governo e per il diritto alla salute
Gli insegnanti iscritti alla Fecode (Federazione Colombiana degli Educatori), affiliata alla CUT (Centrale Unitaria dei Lavoratori), lo scorso 10 settembre hanno nuovamente invaso le principali vie e piazze del paese, esigendo che il governo ponga all’ordine del giorno la discussione riguardante il debito che lo stato colombiano ha con più di 300.000 educatori (un passivo di contributi pensionistici che si aggira intorno ai 30 miliardi di pesos, pari a circa 12,5 milioni di euro), e protestando contro la legge 100 del 1993. Attraverso tale deprecabile leggeera iniziato lo smantellamento della sanità pubblica (introducendo la partecipazione del settore privato nell’erogazione dei servizi sanitari), ed era stata autorizzata la creazione di società private di amministrazione dei fondi pensione (con conseguente abbattimento del sistema previdenziale mutualistico), che ha portato alla loro quasi estinzione attuale.
I sindacati degli educatori hanno sollevato le proprie grida di protesta contro l’escludente sistema sanitario colombiano, e contro la pretesa del narcogoverno di mettere fine al regime speciale in materia di salute che salvaguarda i diritti degli insegnanti, portandoli sotto il regime della legge 100, “una norma nefasta che nega il diritto alla salute dei colombiani per fare arricchire le arche del capitale finanziario”.
Pedro Arango, portavoce sindacale della Fecode, ha sottolineato la combattività e l’impegno degli iscritti che hanno raggiunto e riempito la Plaza de Bolívar nella capitale Bogotá: “La giornata di protesta ha avuto un esito più che positivo, c’è stata molta partecipazione, a dimostrazione della volontà di lottare e dell’impegno del corpo degli insegnanti che non sono disposti a lasciarsi strappare diritti conquistati durante decenni di dure battaglie. Se il governo del presidente Juan Manuel Santos non ascolterà le proteste degli insegnanti colombiani, sarà responsabile della totale paralisi dell’insegnamento scolastico”.
La protesta dei professori ha potuto contare sul sostegno e l’appoggio di migliaia di alunni e famiglie, che hanno contribuito a formare un fronte unitario in difesa dell’educazione pubblica, bersaglio della politica di privatizzazione neoliberista del governo nazionale.
L’ennesimo attacco all’istruzione pubblica da parte dell’esecutivo è un’ulteriore prova tangibile della politica antipopolare e criminale di un governo, quello di Santos, che non è altro che la brutta copia dei due precedenti governi guidati da Uribe; altrettanto corrotto, mafioso e asservito ai poteri forti che da sempre massacrano il popolo colombiano. Le proteste in difesa del diritto inalienabile allo studio ed alla salute da parte di insegnanti, studenti e famiglie, si uniscono alle tante mobilitazioni portate avanti dai lavoratori, dai disoccupati, dai contadini e dalle popolazioni indigene e afrocolombiane, e rappresentano una massiccia risposta di resistenza popolare al regime paramilitare colombiano.
24/09 - Assassinato leader di associazione di sfollati nell'Urabà
La Associazione per la Restituzione di Beni e Terre dell'Urabá (una provincia del dipartimento di Antioquia che si affaccia sul mar dei Caraibi) ha denunciato l'assassinio di un altro suo membro, Hernando Pérez. Pérez, presente la mattina del 19 all'atto della restituzione delle terre e della consegna dei titoli di proprietà a 34 famiglie vittime degli sfollamenti forzati, nei pressi del comune di Turbo, è stato trovato morto la sera, non molto lontano dal luogo dove si trova l’appezzamento che gli era stato strappato dall'ex capo militare Carlos Ardila nel 1994. Alcuni testimoni affermano che due uomini armati lo hanno raggiunto e costretto a seguirli; un'ora più tardi il ritrovamento del cadavere, crivellato di colpi.
Secondo Carlos Páez, rappresentante di una associazione di sfollati, questo omicidio “è un affronto alle vittime ed un tentativo di frenare la restituzione delle terre. Gli sfollati vivono sotto la minaccia di quanti non vogliono restituire le terre usurpate”.
Dunque il governo, con una mano (obbligato da alcune sentenze della Corte Costituzionale) si dice volenteroso di restituire ai contadini una parte del maltolto, ma con l'altra assassina i legittimi proprietari dei terreni per mezzo dei suoi paramilitari; dall'inizio dell'anno a oggi sono stati trucidati 46 dirigenti di associazioni che si occupano di progetti di restituzioni di terre.
L'obiettivo, chiaramente, è quello di creare un clima di terrore nella popolazione per evitare queste restituzioni e gli indennizzi alle vittime.
Il governo Santos, nel portare avanti il terrorismo di Stato, si dimostra ancora una volta degno erede di Uribe.
28/09 - Paramilitari controllano territori espellendo comunita’ di afro-colombiani ed indigeni
Le manovre di un gruppo paramilitare delle Águilas Negras (il nuovo nome sotto cui si celano le vecchie e mai smobilitate AUC) nel territorio di Calima, appartenente al sud-occidentale dipartimento del Valle del Cauca, stanno pregiudicando le condizioni di vita delle popolazioni afro-colombiane ed indigene che vi risiedono. Dal mese di luglio i paramilitari portano avanti operazioni armate, con prevaricazioni e minacce, realizzando sgomberi forzati ed isolando e assassinando la popolazione inerme.
Le operazioni dei paramilitari sono iniziate cercando di corrompere i giovani delle comunità offrendo loro denaro in cambio di un arruolamento tra le proprie fila. Successivamente, diverse famiglie sono state obbligate a lasciare la propria casa, costrette dal perdurare di un’intollerabile condizione di dominio e paura.
Secondo le testimonianze raccolte dalla Comisión Intereclesial de Justicia y Paz (Commissione Interecclesiastica di Giustizia e Pace), la fanteria della Marina ha abbandonato il villaggio di Palestina due giorni prima dell’arrivo dei paramilitari; in seguito, giovani e adulti sono stati assassinati, alcuni di loro in presenza delle Forze Armate. Circa un centinaio di persone della comunità indigena di Nomam è stato obbligato a lasciare Santa Rosa de Guayacán e cercare rifugio nella città di Buenaventura, il principale porto colombiano sul Pacifico.
E' del tutto evidente che la strategia paramilitare è parte di un piano generale più ampio, che ha come scopo la dominazione sociale e territoriale nei confini di San Juan e Calima, al fine di proteggere attività minerarie, speculative e di realizzazione di infrastrutture.
A più di due mesi dall’inizio di queste operazioni congiunte fra militari e paramilitari, diverse ONG stanno richiamando l’attenzione affinché siano prese misure umanitarie e politiche per garantire la vita e i diritti di queste popolazioni.
Denunce, scandali e confessioni relativi ai rapporti fra politica e paramilitarismo non fermano il terrorismo di Stato, come dimostrano i fatti in corso nel territorio di Calima, e continua la politica di aggressione e spoliazione che ha causato oltre 5 milioni di sfollati e l’espropriazione di milioni di ettari da parte di narco-latifondisti, grandi allevatori e multinazionali ai danni di contadini poveri. La cortina di fumo e di menzogne su cui si regge la politica colonizzatrice del Plan Colombia non regge più, e presto i vari Uribe e Santos dovranno rispondere davanti al popolo intero dei loro crimini
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