www.resistenze.org - popoli resistenti - colombia - 09-11-10 - n. 339

da Associazione nazionale Nuova Colombia - www.nuovacolombia.net
 
Bollettino di informazione al 06/11/2010 - CLAMORI DALLA COLOMBIA!
 
22/10 - Destituiti 10 militari per torture nell'esercito
La magistratura colombiana ha destituito due ufficiali, sette sottufficiali ed un soldato professionale del battaglione Las Piedras, di stanza a Honda (dipartimento del Tolima) per torture ed abusi sessuali su tre reclute che ricevevano un addestramento in tattiche di controguerriglia.
I fatti contestati, avvenuti nel gennaio del 2006 nel Centro di Addestramento della V Divisione dell'Esercito, hanno portato alle dimissioni dell'allora comandante dell'esercito, il generale Reynaldo Castellanos.
Il Pubblico Ministero, nella sua ricostruzione, ha chiarito che queste pratiche erano previste addirittura nel Manuale EJC300-7, approvato nel 2003 dall'allora comandante dell'Esercito, il generale Carlos Alberto Ospina.
Due anni fa un giudice di Ibagué aveva già condannato 13 sottufficiali dello stesso battaglione a pene fra i 15 e i 16 anni di carcere per i crimini di tortura aggravata, lesioni personali e, nel caso di due di questi militari, per abusi sessuali.
La corruzione e la tortura nell'Esercito colombiano sono un dato strutturale e inconfutabile; basti considerare lo scandalo dei cosiddetti “falsi positivi”, eufemismo creato dal neo presidente “Jena” Santos per descrivere i sequestri, effettuati con l’inganno o con la forza, di giovani colombiani dei quartieri più poveri che poi vengono assassinati, vestiti con uniformi militari e presentati alla stampa ed all’opinione pubblica come guerriglieri “abbattuti in combattimento”, per ottenere premi e licenze.
L'evidenza dimostra che non si tratta di episodi isolati, ma di un intero sistema che coinvolge i militari a partire dai soldati professionisti, ma che prende le mosse dalle più alte gerarchie militari, come dimostra anche l'approvazione del manuale sopra descritto.
 
24/10 - Soldato professionale denuncia collaborazione fra esercito colombiano e paramilitari
Il soldato professionale John Quirama ha denunciato alla magistratura colombiana (e in una clamorosa videointervista) la protezione assicurata dai militari del Battaglione 43 dell'Esercito alla banda mafiosa e paramilitare di “El Cuchillo”, uno dei più pericolosi latitanti colombiani.
Quirama ha chiarito che la cattura del capo narcotrafficante non è stata possibile a causa dell'intervento di agenti dell'Esercito, e che il colonnello Gómez Ibeto Oscar Orlando, oltre ad aver ricevuto 700 milioni di pesos (circa 280.000 euro) dai paramilitari “perché li lasciasse lavorare col narcotraffico”, è lui stesso un narcotrafficante e possiede persino la strumentazione per la raffinazione della cocaina.
Stando alla testimonianza di Quirana, il controllo del territorio del dipartimento del Guaviare (nella zona sudorientale del paese) è stato oggetto di una guerra fra la banda dei “macacos” e quella di “El Cuchillo”, che al momento è riuscita a prevalere grazie all'aiuto del suddetto colonnello dell'Esercito.
Il soldato ha inoltre asserito di non conoscere il numero complessivo dei morti causati da questa faida, ma di sapere che i cadaveri sono stati gettati nei fiumi Conuco e Vichada.
Il testimone ha poi dichiarato che, in seguito all'alleanza fra Esercito e paramilitari, almeno 22 civili innocenti sono stati uccisi a sangue freddo e presentati poi come morti in combattimento.
Quirama aveva provato a denunciare questi delitti ai più alti gradi militari, e come risultato ha subito diverse minacce di morte ed è stato anche oggetto di indagine da parte dell'Esercito.
La ragnatela di omertà, complicità, collaborazione e reciproca protezione tessuta da forze armate e paramilitari di Stato, clan mafiosi e cartelli narcotrafficanti, grandi imprenditori e politicanti dei poteri regionali o centrali, pervade la Colombia ed asfissia il popolo, che potrà liberarsene solo a patto di reciderla drasticamente.
 
26/10 - Uribe ha infiltrato elementi del das nella corte suprema di giustizia per disarticolare i suoi processi
La detective Alba Luz Flórez, integrante dei servizi segreti del Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS), soprannominata la “Mata Hari” colombiana, è riuscita nell’arco dei primi mesi di quest’anno ad infiltrarsi nella Corte Suprema di Giustizia, alla ricerca di informazioni per screditare l’istituzione e disarticolare i processi sui legami fra la famiglia Uribe ed il paramilitarismo.
Per le implicazioni nel caso delle intercettazioni illegali e dello spionaggio ai danni di oppositori politici, magistrati e giornalisti, lo scorso 4 ottobre la Procura aveva destituito ed inabilitato ad esercitare incarichi pubblici per 18 anni Bernando Moreno, il segretario generale del narco-expresidente Álvaro Uribe, ed imposto sanzioni a tre ex capi del DAS: Jorge Noguera (20 anni), Maria di Pilar Hurtado (18 anni) e Andrés Peñate (8 mesi).
In sua difesa la detective Flórez, di 32 anni, ha dichiarato di aver solo eseguito gli ordini dei suoi superiori. La strategia, secondo le dichiarazioni della Flórez, era quella di manipolare anche “sentimentalmente” figure che le avrebbero permesso di arrivare fin nelle viscere della Corte, come nel caso del capitano Julio Hernández Laverde, promosso a capo della Sicurezza del Parlamento ed usato per approdare al massimo tribunale della Colombia. Allo stesso modo ha circuito le guardie del corpo e gli autisti dei magistrati potendosi muovere nelle loro sedi in libertà, convincendo poi le scorte a rubare dalle auto dei giudici documenti che la Presidenza della Repubblica aveva evidentemente interesse a conoscere. Alba Luz Flórez si è servita anche di Maria Torres e Blanca Maldonado, due signore delle pulizie che servivano il caffè durante le sessioni della Corte, per depositare registratori e microfoni sotto gli scranni. Le trascrizioni delle conversazioni private dei magistrati erano inviate al Palacio de Nariño, sede della Presidenza. Entrambe le donne delle pulizie sono costrette oggi a vivere nascoste con le proprie famiglie per via delle minacce di morte, ricevute affinché non rilascino dichiarazioni. La detective Flórez tornerà comunque a casa. L’ordinamento giuridico colombiano prevede infatti l’esonero da investigazioni e processi per chi collabora in modo decisivo con la giustizia. Lo stesso succederà con l’antica numero due dei servizi segreti, Marta Inés Leal, tutt’oggi in prigione. L’ex direttrice del DAS, Maria Pilar Hurtado, personaggio chiave di questo puzzle, l’ha obbligata a trattare con avvocati e capi paramilitari che si dedicarono a montare operazioni di discredito contro magistrati, giornalisti e oppositori in riunioni durante le quali intervenivano diversi complici del presidente. In due di questi incontri ha partecipato l’avvocato di “Don Berna”, capo paramilitare estradato negli Usa, e Antonio López, alias “Job”, altro capo paramilitare successivamente assassinato. A dirigere l’orchestra l’avvocato Sergio González, intimo di Santiago e Mario Uribe, rispettivamente fratello e cugino dell’ex presidente narco-mafioso Uribe, che vede sgretolarsi ogni giorno di più il muro di menzogne alzato per nascondere i suoi crimini contro il popolo colombiano.
 
28/10 - La procura generale conferma la destituzione del corrotto e corruttore ex ministro ed ex ambasciatore in Italia, Sabas Pretelt
La Procura Generale della Repubblica colombiana ha annunciato di aver confermato la destituzione (con inabilitazione a ricoprire incarichi pubblici per 12 anni) dell'ex ministro degli Interni e della (In)Giustizia, nonché ex ambasciatore in Italia, Sabas Pretelt de la Vega , accusato di aver corrotto diversi congressisti per favorire la riforma costituzionale che ha poi permesso la rielezione di Uribe nel 2004.
Secondo la Procura , “Il ministro Sabas Pretelt de la Vega per mezzo della sua carica, e deviando dal proprio compito istituzionale, ha profuso offerte che hanno modificato, inciso o influito in modo effettivo sugli interventi di due congressisti (Yidis Medina e Teodolindo Avendaño) sull'atto legislativo relativo alla rielezione presidenziale”.
La principale prova contro Pretelt è la testimonianza della stessa Yidis Medina, ex congressista del Partito Conservatore, che, dopo aver manifestato in diverse occasioni la sua contrarietà allo strappo costituzionale per permettere la rielezione di Uribe, improvvisamente aveva cambiato idea, votando infine a favore del truffaldino progetto.
In seguito la Corte Suprema di Giustizia giunse alla conclusione che Medina aveva venduto il proprio voto, e la condannò a quasi 4 anni di arresti domiciliari, aprendo poi un'inchiesta su Pretelt.
Nel documento presentato dalla magistratura si chiarisce che l'ex ministro “ha interferito sullo strumento legislativo predisposto per la riforma costituzionale, con l'intenzione di introdurre la rielezione del presidente Uribe”, e che “sin dall'inizio era cosciente di trasgredire la legge”
Inoltre, “Pretelt de la Vega ha mancato sostanzialmente ai compiti propri della sua funzione, ignorando patentemente i principi della funzione pubblica; la moralità, la trasparenza, l'obiettività, la legalità, l'imparzialità, la neutralità”.
Ma Pretelt si trova in buona compagnia, se consideriamo l'abnorme numero di congressisti colombiani inquisiti per corruzione, narcotraffico, paramilitarismo; non ultimo, l'altro ambasciatore “lampo” in Italia, Felipe Arias, che a pochi giorni dall'assegnazione dell'incarico ha dovuto rinunciare a causa dei suoi guai giudiziari per aver elargito -quand’era ministro dell’agricoltura- denaro destinato ai contadini poveri a politicanti e soubrette.
 
30/10 - Per il dipartimento del tesoro usa il fratello dell'ex ministro degli interni colombiano e' un narcotrafficante
Gli Stati Uniti hanno formalmente identificato come narcotrafficante l'ex capo della procura di Antioquia (il secondo dipartimento più importante della Colombia), Guillermo León Valencia, fratello dell'ex ministro degli Interni ed ex ambasciatore in Italia Fabio Valencia Cossio.
Quest'atto permette al Dipartimento del Tesoro degli USA di porre sotto sequestro i suoi beni. Nel comunicato che accompagna l'atto formale si legge che il fratello dell'ex ministro di Uribe è stato individuato per “i suoi legami con l'organizzazione criminale colombiana del narcotrafficante Daniel Rendón, alias Don Mario”, e per gli abusi di potere per conto di questa banda paramilitare.
Nel 2008 a León Valencia erano stati revocati gli arresti domiciliari, ed era stato tradotto in carcere, dove permane tuttora in attesa di giudizio, con le accuse di arricchimento illecito, associazione a delinquere aggravata, violazione del segreto istruttorio, falso ideologico per distruzione e utilizzazione indebita di informazioni privilegiate.
Persino gli Stati Uniti, che non sono certo campioni di diritti umani e lotta al narcotraffico, riconoscono dunque il ruolo del fratello di un ministro di Uribe, che utilizzava i privilegi derivatigli dalla sua carica per favorire la banda dello spietato “Don Mario”, uno dei maggiori capi narco-paramilitari del paese. Vale la pena ricordare che un altro ex ministro di Uribe, Juan Manuel Santos, è l'attuale presidente del paese; e come dimostra quest'ennesimo episodio di cronaca, l'intero blocco del governo colombiano è legato a doppio filo a narcotrafficanti e paramilitari. Proprio come Uribe, già figlioccio di Pablo Escobar.
 
01/11 - Uribe continua a mentire
Questa volta la categorica smentita delle bugie del Pinocchio-Uribe arriva da un magistrato della Corte Suprema, César Julio Valencia Copete. Il fatto si riferisce al plurinquisito Mario Uribe Escobar, arrestato per narcotraffico e reati legati alla costituzione di gruppi paramilitari, cugino di Álvaro Uribe e parente del defunto capo del cartello di Medellín Pablo Escobar, che il narco-expresidente colombiano ha disperatamente cercato di salvare dalla prigione con ogni sorta di stratagemmi e sotterfugi. I magistrati che indagano sui crimini commessi dai paramilitari legati a doppio filo a numerosi esponenti politici, sono stati fatti spiare ed intimidire direttamente dall'allora presidente della Repubblica per mezzo del servizio segreto DAS.
Uribe ha recentemente dichiarato di non essersi mai interessato al caso del cugino Mario, che gli ha fatto eco dalla sua prigione ( La Picota ) dichiarando addirittura di essere stato abbandonato da Álvaro. Proprio da colui che si è sempre speso per tentare di mettere in salvo i suoi collaboratori (che se arrestati potrebbero tradirlo e coinvolgerlo) in quella grande associazione a delinquere che è lo Stato terrorista colombiano! Questa, che potrebbe apparentemente sembrare una querelle familiar-mafiosa, al contempo tragica e grottesca, è in realtà un gioco delle parti tra iene che devono appoggiarsi vicendevolmente.
A smentire entrambi ci ha pensato uno dei magistrati che hanno subito le illegali “pressioni” da parte del narco-expresidente, finalizzate, tra l'altro, a far liberare il suo cugino-socio.
Valencia Copete, illegalmente spiato con scopi politici criminali, ha infatti dichiarato (e non è stato il solo...) che Álvaro Uribe lo chiamò affannosamente da New York per parlare della situazione di Mario Uribe, e che di questa illegittima pressione furono informati tutti i membri della Corte Suprema.
Ancora una volta emerge il mondo sotterraneo e criminale di cui sono espressione le due amministrazioni di Uribe, e che al pari del suo naturale continuatore, il governo attuale, rappresenta il massimo della illegalità e dell’illegittimità dal punto di vista democratico.
 
03/11 - Anche gli ex detenuti di guerra dalle FARC appoggiano Piedad Córdoba
Un gruppo di ex detenuti dalle FARC-EP si è impegnato a sostenere Piedad Córdoba, che con l’aiuto del Presidente venezuelano Hugo Chávez aveva lavorato dal 2008 alla mediazione per la loro liberazione, e che ora sta subendo un processo di destituzione da parte della Procura con l’accusa di appoggiare la guerriglia.
In una lettera aperta, letta nella sede del Parlamento, gli ex detenuti hanno espresso: “Manifestiamo il nostro sconcerto di fronte alla sentenza del procuratore Alejandro Ordóñez e rispettosamente invitiamo ad una riflessione su quanto è stato deciso. Consideriamo che, con tale sentenza, non si riconoscono il lavoro umanitario e l’impegno indeclinabile profuso dalla Senatrice nella ricerca della liberazione di chi, come noi, è stato detenuto e di chi ancora continua ad esserlo nella selva colombiana”.
Piedad Córdoba sta affrontando un processo di destituzione dal 27 settembre scorso, quando le è stata inflitta una sanzione disciplinare dalla Procura con l’interdizione a ricoprire incarichi pubblici per 18 anni. La lettera, sottoscritta dagli ex congressisti Luis Eladio Pérez, Jorge Géchem, Consuelo González e Orlando Beltrán, dall’ex governatore Alan Jara e dall’ex deputato provinciale Sigifredo López, è stata avallata da gruppi di familiari di altri prigionieri.
La sanzione disciplinare emessa dal Procuratore Alejandro Ordóñez, personaggio molto vicino al narco-expresidente Uribe e fanatico ultraconservatore, sanziona di fatto il ‘delitto di opinione’, con l’evidente scopo di zittire e criminalizzare ulteriormente quanti, a partire da Piedad, cercano il dialogo e si battono per una soluzione al conflitto sociale e armato che da cinquant’anni insanguina la Colombia.
La parola “dialogo” non è evidentemente nelle priorità del governo Santos, che alla ricerca di una soluzione pacifica e con giustizia sociale del conflitto antepone la volontà di perpetuare la guerra e sterminare il dissenso.
 
06/11 - Il PC cileno difende Manuel Olate, che rischia l'estradizione in Colombia
Il 31 ottobre scorso il cittadino cileno Manuel Olate Céspedes, militante del Partito Comunista del Cile e membro del Movimento Continentale Bolivariano, nonché rappresentante del Movimento di solidarietà per la Pace in Colombia, è stato arrestato a Santiago del Cile per presunti legami con le FARC-EP.
A poche ore dalla detenzione, le prime notizie dichiaravano che Olate era stato arrestato in seguito ad una richiesta di estradizione da parte del narco-governo colombiano; successivamente Santos ha annunciato che a breve sarà formalizzata questa richiesta di estradizione. In merito a questa detenzione, il presidente del PC cileno, il deputato Guillermo Teillier, ha dichiarato che “si tratta di una manovra mediatica di intelligence dei servizi segreti colombiani, in particolar modo legati all'ex presidente Álvaro Uribe: si tratta di un governo assolutamente repressivo, che vìola i diritti umani nel suo paese e che, invece di cercare la pace con ogni mezzo, ha piuttosto rinforzato la repressione, in particolare verso persone non coinvolte dal conflitto armato. Tale governo pretende in ogni modo di danneggiare l'immagine di tutti coloro che osano spendere alcune parole in favore del processo di pace, o solidarizzare con il popolo colombiano.”
Il dirigente comunista cileno stigmatizza il ruolo dei servizi segreti colombiani, che tacciano gli oppositori politici di “terrorismo”, e la complicità in questo processo della destra e del governo cileni, che utilizzano i medesimi metodi contro il popolo mapuche.
Secondo Teillier, in questo modo si tacciano gli oppositori al governo colombiano di essere “terroristi”, affermando che c'è un legame con le FARC, che sono pure accusate di terrorismo, invece di essere riconosciute per quello che sono, “una forza belligerante che porta avanti da oltre 50 anni una lotta per mezzo delle armi”.
In Cile, ha aggiunto il deputato, “è stato arrestato un dirigente di un gruppo di solidarietà con il popolo colombiano che aveva visitato -e questo lo ha riconosciuto tranquillamente- l'accampamento in Ecuador che è stato poi bombardato” per realizzare un'intervista al comandante Raúl Reyes.
La denuncia di Teillier mette in luce l'inquietante ruolo dei servizi segreti della Colombia, vera Israele dell’America Latina, evidenziando l'esistenza delle trame nere che coinvolgono la destra pinochetista al potere in Chile, capeggiata da Sebastián Piñera, uno dei più ricchi imprenditori del paese (nonché fratello di un ex ministro di Pinochet), e la destra terrorista al governo in Colombia, campiona del terrorismo di Stato e delle violazioni dei diritti umani.
 
08/11 - Militari in Arauca stuprano e uccidono 3 bambini
 
La magistratura colombiana ha aperto un'indagine su 60 membri di due battaglioni dell'esercito per l'omicidio di tre minorenni, avvenuto nel mese di ottobre nei pressi di Tame, comune del dipartimento di Arauca. I cadaveri delle vittime, di 14, 9 e 6 anni, sono ricomparsi con la testa mozzata e con evidenti segni di tortura in una fossa comune situata a 100 metri dal luogo dove stanziavano i militari della VIII Divisione dell'Esercito.
Il padre dei bambini, José Álvaro Torres, accusa apertamente i militari di questo ennesimo atroce crimine: “Io non giudico niente e nessuno, ma analizzando la situazione appare evidente che i soldati hanno violentato la bambina e successivamente, per non lasciare indizi, hanno ammazzati i bambini”.
Secondo la Defensoria del Pueblo, istituzione preposta alla difesa dei diritti umani, “nel 2010 nei pressi di Tame sono avvenute 45 morti violente, e fra queste, 7 vittime erano minorenni, compresi i tre bambini assassinati la settimana scorsa”.
Nella medesima zona, il 2 ottobre scorso una bambina di 13 anni è stata violentata nella tenuta “El Capricho”; dalle prime indagini risulta che lo stupratore indossava un’uniforme militare.
Gli efferati crimini di cui la popolazione è vittima, si inseriscono in un clima di terrore istaurato in questo dipartimento da militari e paramilitari di Stato (che utilizzano gli stessi metodi per le loro atrocità), e che serve a garantire il saccheggio del petrolio e la blindatura -anche con militari statunitensi- dei pozzi petroliferi di Caño Limón, da cui parte il “Caño Limón-Coveñas”, il più lungo ed importante oleodotto colombiano.
 
 
 

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