www.resistenze.org - popoli resistenti - colombia - 08-03-11 - n. 354

da Associazione nazionale Nuova Colombia - www.nuovacolombia.net
 
Bollettino di informazione al 06/03/2011 - CLAMORI DALLA COLOMBIA!
 
11/02 – Comandante della polizia giudiziaria colombiana arrestato con oltre 100 kg di cocaina
Il comandante della Polizia Giudiziaria di Florencia, capoluogo del dipartimento del Caquetá, maggiore César Torrijo, è stato arrestato mentre trasportava 103 kilogrammi di cocaina. Il comandante della Polizia nazionale, il generale Naranjo, ora chiede un castigo esemplare verso l’alto ufficiale coinvolto nel narcotraffico, dichiarando che un simile individuo non dovrebbe appartenere a detto corpo, e si è detto “preoccupato” per l’aumento del traffico di stupefacenti in quella regione.
Ma ciò che è veramente “stupefacente” è la faccia tosta di questo individuo; il generale Oscar “Coca” Naranjo, infatti, è stato a sua volta inquisito nel 2004 per narcotraffico, avendo collaborato con il capo del cartello del Valle Wilber Varela, alias “Jabón”.
Inoltre, suo fratello Juan David Naranjo è agli arresti in Germania sempre per traffico internazionale di stupefacenti.
Il governo colombiano è la vera cupola mafiosa che tiene in mano le redini del narcotraffico, e attraverso la manovalanza in divisa garantisce un continuo afflusso di narcodollari all’oligarchia. Questo regime putrefatto è in rapido decadimento ed i criminali che lo sorreggono, in un futuro non troppo lontano, dovranno rispondere dei propri crimini alla Giustizia Popolare.
 
14/02 - IL 60% dei sindacalisti uccisi nel mondo e’ trucidato in Colombia
Il dipartimento dei diritti umani della Centrale Unitaria dei Lavoratori (CUT), la più grande confederazione sindacale colombiana, ha reso note le cifre relative alle violenze antisindacali perpetrate dal 1986 ad oggi nel paese, che confermano che il 60% di sindacalisti uccisi nel mondo sono colombiani.
Nel corso degli ultimi quindici anni in Colombia sono stati assassinati almeno 2.778 sindacalisti, si sono registrate 196 sparizioni forzate e più di 11.096 atti di violenza, dati che configurano un vero e proprio genocidio contro il movimento sindacale colombiano.
Questo fenomeno ha profonde radici storiche, e non riguarda solo il movimento sindacale, ma molti settori sociali e politici che hanno sofferto una pratica di sterminio massivo.
La CUT segnala che non esistono le condizioni per l’affermazione dei diritti delle vittime; in primo luogo per la vergognosa legge “Giustizia e Pace”, che ha smobilitato solo sulla carta le organizzazioni paramilitari, funzionali al regime, negando di fatto ogni possibilità di ricostruzione della verità, di giustizia e d’indennizzo delle vittime; in secondo luogo, per le intrinseche limitazioni del fallimentare e fumoso progetto di legge in “favore” delle vittime della violenza, che non prevede la consultazione delle associazioni delle vittime stesse, né delle organizzazioni sociali e sindacali.
A questo proposito, secondo Luis Alberto Vanegas, portavoce della CUT, qualora questa legge venisse approvata il regime si arrogherebbe “il diritto di definire chi è una vittima e chi invece non lo è, mentre la discussione si concentra più sui costi e sulla sostenibilità fiscale che sui diritti delle vittime”. Si aggiunga a questo che “il progetto di legge del governo non prende in considerazione il risarcimento collettivo per le organizzazioni che hanno subito la repressione, né prevede che lo Stato si assuma qualsiasi responsabilità nel genocidio”.
In terzo luogo, si mantiene l'intollerabile situazione d’impunità per gli esecutori degli atti di terrorismo di Stato, pari al 100% dei casi nel 2007, e scesa di appena il 3,89% negli ultimi anni.
In sostanza, da venticinque anni a questa parte ogni tre giorni in Colombia un sindacalista cade sotto i colpi del terrorismo di Stato, implementato dall'oligarchia, dai latifondisti e dalle multinazionali; non stupisce dunque la diffusa impunità per questi crimini, poiché il regime stesso è il mandante degli omicidi eseguiti da agenti militari e dalla manovalanza paramilitare.
 
16/02 - Wikileaks conferma: studenti massacrati a Sucumbíos non appartenevano alla guerriglia
Un cablo diplomatico trasmesso a Washington il 28 marzo del 2008 dall'ambasciata degli Stati Uniti in Messico, e recentemente diffuso in rete da Wikileaks, afferma che Verónica Natalia Velázquez Ramírez, Soren Ulises Avilés Ángeles, Juan González del Castillo e Fernando Franco Delgado, studenti messicani assassinati dal terrorismo di Stato colombiano nel bombardamento del 1 marzo di quell'anno all'accampamento diplomatico del Comandante Raúl Reyes in territorio ecuadoriano, non erano “i contatti” delle FARC in Messico, né avevano ricevuto addestramento militare da parte della guerriglia.Tali informazioni menzognere, sbandierate dal governo colombiano e smentite in primo luogo dai familiari delle vittime, erano state artatamente diffuse dai media di regime messicani, colombiani e statunitensi, nonostante i governi coinvolti sapessero perfettamente che erano prive di qualunque fondamento.
Gli studenti, che portavano avanti una ricerca universitaria sul campo, avevano da poco partecipato a un congresso pubblico organizzato alla Casa della Cultura di Quito; prive di fondamento, dunque, anche le accuse contro Lucía Morett, unica sopravvissuta al bombardamento e tuttora perseguitata dall’Interpol su richiesta dei governi di Colombia ed Ecuador.
Wikileaks rivela, inoltre, che l'informazione secondo la quale nel computer del Comandante Reyes ci sarebbero stati dati relativi ad un presunto carico di droga che la guerriglia avrebbe inviato ad un cartello messicano, era altrettanto falsa.
Come sempre, dopo la gogna mediatica nessuno dei giornali implicati in questa vergognosa operazione di guerra psicologica (con l'evidente scopo di “legittimare” un’azione di guerra completamente illegale, in spregio a tutte le convenzioni internazionali che regolano i conflitti) ha pubblicato smentite di alcun tipo: inesorabilmente, giornali e tv di proprietà della famiglia del presidente “Jena” Santos pubblicano solo le veline dell'oligarchia, e l'obiettività nell'informazione dei grandi media resta una chimera irraggiungibile.
 
19/02 - In Colombia chi non vota sparira' dal censimento elettorale!
Nel mese di dicembre del 2010 è stata approvata dal Congresso colombiano una “riforma politica” molto utile al regime, nella quale si stabilisce che il nuovo censimento elettorale rimarrà confermato solo per coloro che hanno votato alle ultime elezioni, oltre a quelli che si iscriveranno nuovamente o voteranno per la prima volta.
Vale a dire, i 15 milioni di astensionisti cronici sono stati eliminati, con un tratto di penna, dal corpo elettorale, e non verranno più considerati nelle statistiche.
Da sempre i media oligarchici, occultando o minimizzando la portata della percentuale di astensionismo che caratterizza ogni processo elettorale in Colombia (così come i brogli, le violenze e le minacce paramilitari), si affrettano a sostenere che la vittoria elettorale di un candidato presidenziale equivale meccanicamente ad un consenso maggioritario nei confronti dello stesso nel paese.
D'ora in poi tali dati ufficialmente “non esisteranno”, anche se la realtà del paese è, ovviamente, ben differente: molti astensionisti in Colombia fanno una scelta consapevole, non riconoscendo, giustamente, il teatrino politico che ha visto l'avvicendarsi al potere di loschi personaggi dell'oligarchia, perennemente impegnata a stroncare con la violenza qualunque forma di reale opposizione. Inoltre, moltissimi colombiani vivono in condizioni di miseria tali da non avere alcuna possibilità di esercitare il proprio diritto al voto, ad ulteriore conferma dell'antidemocraticità intrinseca del sistema.
Il Congresso colombiano, eletto coi voti paramilitari, è allergico alla democrazia come il presidente “Jena” Santos e chi lo ha preceduto, il narco ex-presidente Uribe, e intende criminalizzare coloro che non accettano di legittimare col proprio voto elezioni-farsa.
 
22/02 - Centinaia di ONG solidali con l'attivista Leyla Ordóñez, sotto inchiesta in Spagna
L'attivista colombiana per i diritti umani Leyla Ordóñez, da anni rifugiata politica in Spagna, è stata arrestata a Madrid con l'accusa di militare nelle FARC, e scarcerata poche ore dopo per mancanza di prove, ma con l'obbligo di non uscire dal paese; il regime colombiano, istigatore di questo arresto, ha richiesto l'estradizione di Leyla in Colombia.
Posto che, come denunciato da centinaia fra ong, collettivi politici e difensori dei diritti umani, la detenzione dell'attivista è figlia del preciso intento del governo colombiano di zittire una delle voci che anche all'estero denunciano il reale carattere terrorista dello Stato colombiano, è bene ricordare che un tribunale spagnolo ha già aperto un'inchiesta sul narco ex-presidente Uribe e sul paramilitare Jorge Noguera (ex capo della polizia politica del DAS, ora agli arresti) quali principali responsabili delle illegali pratiche persecutorie nei confronti di attivisti per i diritti umani.
Infatti, è abitudine del terrorismo di Stato colombiano, sia in patria sia all'estero, pedinare, spiare e diffamare gli attivisti che protestano contro l'assassinio di sindacalisti e oppositori politici e sociali, o che denunciano lo sfollamento forzato di contadini e le altre pratiche criminali che la cosca oligarchica al potere in Colombia è solita applicare.
La campagna mediatica di criminalizzazione di Leyla Ordóñez (esule dal suo paese per le persecuzioni subite, come riconosciuto anche dall'ONU) e della solidarietà con i popoli in lotta è già stata avviata, come da copione, e la farsa dell'informazione pilotata segue schemi che, per quanto funzionali all'ideologia mafiosa del governo colombiano, sono ormai noti, triti e logori.
 
25/02 – La Coca Cola continua a violare impunemente i diritti umani in Colombia
La multinazionale della Coca Cola continua ad applicare impunemente la sua politica criminale di sistematica violazione dei diritti dei suoi lavoratori.
Si consideri che l’88% dei salariati delle aziende imbottigliatrici che fanno capo alla Coca Cola sono sub-appaltati, e lavorano in condizioni disumane e con salari da fame; ciò detto, i casi di molestie sessuali, intimidazioni, minacce, sparizioni, torture e assassinii di lavoratori e sindacalisti della Coca Cola sono pane quotidiano; questa multinazionale yankee altamente invasiva, infatti, paga e foraggia i paramilitari per eliminare senza scrupoli chi mette in discussione i ritmi di lavoro, le condizioni salariali e sindacali e la violazione dei diritti umani all’interno dei suoi stabilimenti.
In Colombia la mancanza di adeguate misure di sicurezza, le malattie croniche e le pressioni psicologiche hanno causato nell’ultimo periodo oltre 20 morti.
I danni arrecati all'ambiente sono irreparabili: nella sola Bogotá, dei 50.000 ettari di zone umide oggi se ne contano solo 660, e 11 delle 12 aree esistenti sono state contaminate dalla Coca Cola, che riversa nelle acque grassi, oli e residui solidi senza depurarli previamente.
Gli stretti vincoli di questa multinazionale USA con il governo mafioso colombiano, e con la sua manovalanza paramilitare, fanno della “Para-Cola” il simbolo del saccheggio e della rapina imperialista; e dimostrano che le icone del “sogno americano” poggiano sullo sfruttamento e l’oppressione dei popoli.
 
28/02 - Nuovo massacro paramilitare nel Putumayo
Diverse organizzazioni sociali hanno denunciato l'ennesimo atroce crimine perpetrato dai paramilitari di Stato nel dipartimento del Putumayo, al confine con l'Ecuador.
Intorno a mezzogiorno dello scorso 11 febbraio, nella località di Dios Peña, presso il municipio di San Miguel, alcuni paramilitari hanno seviziato ed ucciso, decapitandole, Luz Marina Roa Alfonso, di 59 anni, Luz Mery Roa Roa, di 35 e Sorith Juliet Alfonso Roa, una bambina di appena 5 anni.
I criminali hanno anche assassinato, con armi da fuoco, i due fratelli Erazo Rodríguez, contadini che lavoravano presso la tenuta della famiglia Alfonso Roa.
La zona dove i paramilitari di regime continuano a dissanguare la popolazione locale è fortemente militarizzata dalle truppe della Brigata 27 “Selva”, della Forza Navale del Sud e del Gruppo Meccanizzato José María Melo, delle Forze Armate.
Come sempre, i gruppi paramilitari lavorano in piena collaborazione con le Forze Armate o sono composti dai militari stessi, che indossano un passamontagna per fare il lavoro sporco: stupri, torture, sfollamenti forzati, sparizioni e massacri, checché ne dica il regime quando afferma che i paras sono stati “smobilitati”.
 
03/03 - Mentre infuria la guerra in Colombia, da Buenos Aires arriva un messaggio di speranza.
L'incontro internazionale per la pace in Colombia, organizzato a Buenos Aires da Colombiani per la Pace , Latinoamericani per la Pace in Colombia ed Europei per la Pace in Colombia, con l'adesione di numerose organizzazioni e movimenti sociali, organismi internazionali, intellettuali e giornalisti di vari paesi, ha ribadito con forza la necessità di una soluzione politica del pluridecennale conflitto colombiano.
L’oligarchia di Bogotá, per bocca del narcoparamilitare Uribe, ha sostenuto che i partecipanti a questo incontro, e in particolare il Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, sarebbero fiancheggiatori del “terrorismo”. La risposta a questa delirante teoria non si è fatta aspettare: numerose personalità internazionali, tra cui l'ex segretario generale dell'ONU Butros Ghali, stanno lavorando ad un documento di ripudio di tale posizione, che tra le altre cose dimostra l'inadeguatezza dell'oligarchia colombiana a svolgere la propria parte nel trovare una soluzione pacifica ad una guerra che, essa stessa, ha scatenato 60 anni fa contro il popolo.
Durante l'incontro è stato ribadito che solo un processo di pace tra le parti belligeranti potrà consentire di superare il conflitto sociale ed armato colombiano, e che a questo proposito solo è possibile una soluzione politica e negoziata. Gli organizzatori dell'incontro di Buenos Aires contano di coinvolgere i paesi di UNASUR, in qualità di accompagnatori e facilitatori.
Da parte sua Piedad Córdoba, portavoce dei Colombiani per la Pace , ha annunciato un prossimo tour internazionale per far conoscere le proposte scaturite da questo incontro in Brasile, Stati Uniti, Messico, Europa, Asia ed Africa.
L'incontro si è realizzato pochi giorni dopo la liberazione unilaterale di sei prigionieri di guerra da parte delle FARC-EP, come gesto di riconoscimento del ruolo di mediatrice svolto da Piedad Córdoba, e di disponibilità verso possibili dialoghi. Mentre in Colombia e nel mondo aumentano le voci che affermano la necessità di una soluzione dialogata tra le parti, il principale ostacolo in tal senso continua ad essere la politica guerrafondaia della classe dominante colombiana che, ossigenata dal sostegno militare, tecnologico ed economico proveniente da Usa, Europa e Israele, continua ad illudersi di poter vincere militarmente la guerra.
Nel 2010, però, il numero di militari e poliziotti messi fuori combattimento dall’insorgenza rivoluzionaria è stato maggiore di quello relativo alle truppe d’occupazione in Afghanistan e Iraq, con oltre 4300 tra morti e feriti gravi; cifre più alte di quelle che si registravano nel 2002, prima dell’accelerazione del Plan Colombia/Patriota e dell’implementazione della politica fascista di repressione generalizzata chiamata “Sicurezza Democratica”, scatenata da Uribe nel tentativo di togliere alla guerriglia la propria base sociale di appoggio, e che ha invece portato alla più grande catastrofe umanitaria della storia contemporanea latinoamericana.
 
06/03 - Wikileaks: Uribe autorizzò operazioni armate occulte in Venezuela
Una nota diplomatica statunitense, filtrata da Wikileaks, ha rivelato che il narco ex-presidente Uribe autorizzò “operazioni clandestine” in Venezuela alla ricerca di guerriglieri delle FARC, che secondo Bogotá si trovavano nella nazione confinante.
Nei documenti si legge che Uribe “non si faceva illusioni su Chávez e vedeva il suo atteggiamento anti-USA come un serio problema, ma preferiva gestire il suo rapporto col presidente del Venezuela anche impostando un'atmosfera bilatera positiva, con progetti in campo energetico e commerciale” per poter “portare a termine azioni armate” dall'altro lato della frontiera.
La nota diplomatica mette inoltre in risalto l'interesse di Uribe a collaborare con gli Stati Uniti; a proposito della sua eventuale rielezione, si parla in effetti di “altri quattro anni e mezzo di alleanza”.
La diffusione di tali informazioni conferma il ruolo della Colombia come testa di ponte in America Latina degli interessi statunitensi, nei confronti dei quali il regime è sempre stato asservito e garante: ma testimonia anche la fortissima propensione del regime colombiano ad operare illegalmente al di fuori dei propri confini, in totale spregio dell'altrui sovranità nazionale, indifferente ai principi della legalità internazionale che pure ha sottoscritto; basti pensare al massacro in territorio ecuadoriano, spacciato ai media come sconfinamento dovuto ad un inseguimento “a caldo” della guerriglia, che si è ben presto rivelato essere l'esito di un piano studiato a tavolino per distruggere l'accampamento diplomatico del Comandante Raúl Reyes, prima bombardato dagli aerei militari USA (partiti da Manta) e poi raggiunto dalle truppe colombiane che hanno assassinato a sangue freddo i feriti.
 

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