www.resistenze.org - popoli resistenti - colombia - 02-05-13 - n. 452

Bollettino di informazione al 05/05/2013 - Clamori dalla Colombia!
 
Associazione nazionale Nuova Colombia | nuovacolombia.net
 
28/04/2013
 
09/04 - Oceanica manifestazione a Bogotá reclama la pace con giustizia sociale
Giunti da tutte le regioni del paese, lo scorso 9 aprile quasi un milione e duecentomila colombiani hanno marciato verso la Plaza de Bolívar, a Bogotá, dove si è tenuto il comizio finale della Marcia per la Pace, la Democrazia ed in difesa dei beni pubblici.
Fiumi di magliette bianche con l'emblema della Marcia Patriottica, il movimento politico e sociale che ha convocato questa storica mobilitazione, insieme ai movimenti sociali di
sinistra che appoggiano la pace, hanno inondato le strade di Bogotá, sostenendo a gran voce i dialoghi che l'insorgenza rivoluzionaria delle FARC ed il governo colombiano hanno iniziato lo scorso novembre all'Avana, ed esigendo che si ponga fine al conflitto sociale e armato imposto dall'oligarchia al popolo colombiano da oltre mezzo secolo.
Centinaia di pullman sono giunti nella capitale, provenienti da tutte le regione del paese, pieni di contadini, indigeni, afrodiscendenti e rappresentanti della popolazione colombiana storicamente ignorata ed esclusa dalla classe dominante, per reclamare che le FARC ed il governo non si alzino dal tavolo dei dialoghi senza aver firmato gli accordi di pace, e chiedendo la dichiarazione immediata di un cessate il fuoco bilaterale; critica volta ovviamente al governo, che non ha voluto accordare la sua disponibilità alla tregua unilateralmente dichiarata e mantenuta dalle FARC per due mesi.
Centinaia di migliaia di colombiani si sono mobilitati in appoggio alla soluzione politica ed alla giustizia sociale anche nelle altre principali metropoli, quali Medellín, Cali e Barranquilla, così come nel resto dei dipartimenti.
Con una scandalosa faccia di bronzo, il presidente "Jena" Santos è saltato sul carro del corteo, manifestando nelle strade di Bogotá contro i nemici della pace, cioè contro sé stesso e contro l'oligarchia che lui e la sua famiglia rappresentano da un secolo e mezzo almeno.
E mentre Uribe sputa veleno e schiuma rabbia contro i manifestanti, il popolo colombiano dimostra per l'ennesima volta la sua incredibile capacità di mobilitazione, unita ad una maturità politica sorprendente ed al reale desiderio di una vera e duratura Pace con Giustizia sociale.
 
16/04 - Esperti riconoscono: Presenza delle FARC impedisce la devastazione dell'Amazzonia colombiana
Nell'ambito dell'ampio dibattito in corso nel paese andino-amazzonico, alcuni esperti hanno riconosciuto che la presenza delle FARC-EP nella regione dell'Amazzonia colombiana contribuisce alla conservazione ambientale e alla salvaguardia della biodiversità, impedendo la deforestazione e la contaminazione di terreni e fiumi di quello che è il polmone del mondo. Carlos Rodríguez, coordinatore della fondazione Tropenbos, afferma che le FARC "effettivamente hanno funzionato come deterrente di contrasto, evitando danni agli ecosistemi", e riconosce che la presenza dell'insorgenza guerrigliera impedisce la penetrazione invasiva delle grandi imprese protette dalle forze repressive dello Stato. È evidente che la volontà delle popolazioni di proteggere i loro territori, le loro colture e le loro tradizioni, entra in conflitto con la voracità predatrice delle multinazionali dedite al saccheggio delle risorse naturali ed alla devastazione ambientale, come purtroppo si è verificato nell'Amazzonia brasiliana, peruviana ed ecuadoregna, secondo quanto rivela anche un recente documento della Rete Amazzonica di Informazione Socioambientale Georeferenziata (Raisg).
La politologa Karina Ríos, in un documento della Consulta per i diritti umani e lo sfollamento forzato (Codhes), spiega inoltre che "per le sue caratteristiche topografiche e la sua ubicazione geostrategica come zona di frontiera con Brasile, Venezuela e Perù, ma soprattutto per l'offensiva militare sostenuta dalla forza pubblica", la regione amazzonica si caratterizza per una forte pressione del conflitto armato. Emergono quindi le contraddizioni del governo guerrafondaio di Santos che, se da una parte dichiara, come sottoscritto e riconosciuto nell'Accordo Generale dei dialoghi di pace, che "lo sviluppo economico con giustizia sociale ed in armonia con l'ambiente è garanzia di pace e progresso", dall'altra usa la pressione militare per far penetrare gli avvoltoi imperialisti nell'Amazzonia con i conseguenti disastri socio-ambientali.
 
20/04 - Stato colombiano uccide il prigioniero politico Juan Camilo Lizarazo negandogli le cure necessarie
La Fondazione Lazos de Dignidad (FLD) ha denunciato pubblicamente la morte del prigioniero politico Juan Camilo Lizarazo, recluso nel complesso penitenziario "La Picaleña" di Ibagué, nel dipartimento di Tolima, avvenuta dopo mesi di inascoltate richieste di ottenere cure mediche adeguate.
Dal mese di ottobre del 2012, il prigioniero ha iniziato ad accusare gravi sintomi quali la paralisi della parte sinistra del corpo e difficoltà a parlare e a mangiare; sulla base di questi sintomi, è stato trasferito al reparto di medicina e psichiatria con una diagnosi di "depressione", e curato con calmanti. A causa di queste gravi omissioni diagnostiche e della conseguente mancanza delle necessarie cure, lo stato di salute di Juan Camilo Lizarazo si è ulteriormente deteriorato.
Il 16 gennaio la FLD ha presentato un esposto urgente al Gruppo dei Diritti Umani dell'INPEC (il famigerato Istituto Nazionale Penitenziario e Carcerario, coinvolto in numerosi scandali per corruzione e connivenza con i detenuti paramilitari), sollecitando il ricovero del malato ad un centro ospedaliero dove potesse ricevere cure mediche adeguate alle sue reali condizioni.
Con grande ritardo rispetto all'emergenza ed alla gravità del caso, Juan Camilo alla fine è stato trasportato all'ospedale Kennedy di Bogotá, in cui gli è stata diagnostica una trombosi e dove è stato sottoposto ad un intervento di chirurgia vascolare, in seguito al quale il detenuto è entrato in coma per poi morire il 9 aprile scorso.
Juan Camilo Lizarazo è un'altra vittima della pena di morte de facto applicata ai prigionieri politici colombiani, in patente violazione all'articolo 11 della Costituzione che stabilisce la protezione ed il diritto alla vita dei prigionieri.
La situazione dei prigionieri politici (oltre 9000) nelle carceri colombiane è aberrante e si configura come una misura punitiva, fino a casi estremi come questo, tutt'altro che sporadici;  un accanimento volto ad annichilare qualunque forma di opposizione al regime. E proprio per combattere questa situazione il massiccio movimento in difesa dei diritti dei detenuti organizza e sostiene gli scioperi della fame e le proteste che in questi giorni infiammano le carceri in tutto il paese.
 
23/04 - FARC denunciano la mancanza di etica e le menzogne mediatiche dell'esercito colombiano
Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, con un comunicato della Compagnia Gerardo Guevara, hanno recentemente smascherato la strategia occulta su cui lo stato colombiano fonda la sua concezione del conflitto. Al centro della questione ovviamente le intimidazioni ed il terrorismo psicologico a cui sono sottoposti i familiari e gli amici dei combattenti dell'insorgenza, attuati anche tramite la stazione radio ufficiale dell'esercito
dell'oligarchia colombiana,"Colombia Stereo".
Secondo il comunicato delle FARC, il primo pilastro su cui si fonda il metodo del terrorismo di Stato è l'ampio ricorso alla creazione di milizie paramilitari in funzione anti-popolare, organizzate con il supporto del potere statale. Un metodo certamente non nuovo e che va avanti da decenni, tramite cui sono stati perpetrati i crimini più efferati.
Il secondo è invece la manipolazione mediatica, condotta tramite media come Colombia Estéreo, RCN e Caracol, con le loro "testimonianze" menzognere e le storie di fantasia scritte ad arte dagli esperti della propaganda di regime. Si raccontano smobilitazioni di massa mai avvenute, mentre si tace la vera realtà, dove isolati disertori delle FARC, che prestavano servizio come guide dell'esercito, sono stati ricompensati dai loro nuovi "amici" con una raffica di piombo nella schiena. L'impotenza dello Stato si palesa anche laddove esso si serve di minacce, torture e vessazioni contro i familiari dei guerriglieri per cercare di estorcere qualche informazione da usare in maxi-operazioni di bombardamento sugli accampamenti insorgenti. Anche nei casi migliori, il miraggio di una nuova identità e di una vita agiata fuori dal paese si risolvono con i traditori abbandonati a se stessi ed in preda ai propri rimorsi.
A tali livelli di ipocrisia, menzogna e falsità, l'insorgenza colombiana risponde ancora una volta con la franchezza e la denuncia all'opinione pubblica degli aspetti più disumani del conflitto. Infatti, solo il radicamento e il vincolo con le comunità locali e i settori popolari, basati sulla lotta per i loro diritti e sulla costruzione territoriale di sempre più crescenti spazi di democrazia diretta, hanno permesso la sopravvivenza e lo sviluppo della guerriglia contro simili nemici, assai spietati e totalmente privi di scrupoli.
 
28/04 - A due anni dall'arresto di Joaquín Peréz Becerra il regime non e' riuscito a far tacere ANNCOL
Sono ormai passati più di due anni dalla vigliacca incarcerazione del compagno Joaquín Pérez Becerra, direttore di ANNCOL, Agencia de Noticias Nueva Colombia, arrestato il 23 Aprile 2011 all'aeroporto di Maiquetía in Venezuela ed ingiustamente consegnato due giorni dopo al regime di Bogotá, dove ha subito un processo caratterizzato da false testimonianze e montature giudiziarie senza precedenti.
Fa male pensare che furono le autorità venezuelane a consegnare un giornalista da sempre al fianco della rivoluzione bolivariana e del popolo colombiano. Infatti Joaquín, colombiano di nascita ma cittadino svedese dal 2000, fu costretto nel 1994 a rifugiarsi in Svezia, paese che lo accolse concedendogli l'asilo politico prima e la cittadinanza poi, in quanto in Colombia rischiava la morte per via del suo impegno tra le fila del movimento politico Unión Patriótica, sterminato dal terrorismo di Stato.
In terra scandinava Joaquín, unitamente al giornalista Dick Emanuelsson, ha fondato ANNCOL, che dal '95 rappresenta una delle voci più attente alla realtà colombiana ed ai movimenti popolari, politici e sindacali del paese andino-amazzonico.
L'arresto e la detenzione di Joaquín, condannato -come migliaia di colombiani- per "terrorismo", miravano a zittire una voce scomoda qual è ANNCOL, come dimostrano le pressioni esercitate da diversi politicanti colombiani, in primis Uribe e "jena" Santos, sullo Stato svedese affinché mettesse fuori legge l'agenzia di notizie. Il fallimento di queste sporche operazioni ha costretto il narco-regime colombiano a ricorrere alla carta della cattura illegale del nostro compagno e ad intentare contro di lui un processo che, nel suo iter, ha assunto tratti tragicomici.
Nel tentativo di collegare ANNCOL alle FARC, e quindi costringere la Svezia a chiudere l'agenzia di stampa, il narco-regime colombiano, attraverso la procura, ha prima tentato di utilizzare come prove dati estrapolati dal computer rinvenuto in seguito al bombardamento dell'accampamento diplomatico del Comandante Raúl Reyes in Ecuador, prove ritenute non valide in quanto fu constatato che ben 48000 archivi dell'hard disk erano stati modificati o cancellati; successivamente, ha usato come super testimone un esule colombiano in Svezia che, a causa di dissidi personali e con la promessa di una lauta ricompensa, si è prestato a compiere il lavoro sporco accusando Becerra di aver provato a reclutarlo per le FARC nella sede di Bogotá della Juventud Comunista, organizzazione di cui Joaquín non ha mai fatto parte, e di averlo conosciuto nel Caquetá, dipartimento in cui Joaquín non è mai stato.
Nonostante il regime abbia fallito nel suo tentativo di mostrare ANNCOL come media alternativo propaggine delle FARC, e quindi di far tacere la più importante voce vicina al popolo colombiano e alle sue lotte, non dobbiamo e non possiamo dimenticare che il compagno Joaquín Pérez Becerra sta scontando un'ingiusta condanna ad otto anni di detenzione nel carcere della Picota di Bogotá.
Oltre 9000 prigionieri politici colombiani, tra cui Joaquín, subiscono quotidianamente angherie e torture psicologiche e fisiche in prigioni estremamente sovraffollate, in cui le guardie si mostrano implacabili persecutori degli oppositori al regime ed alleati accondiscendenti dei narco-paramilitari. La loro libertà è un grido che, nelle mobilitazioni di popolo per la pace con giustizia sociale, si alza al cielo sempre più forte.
 
02/05 - FARC confermano grave colpo inferto all'esercito nel cauca: almeno 33 militari morti.
Con un recente comunicato pubblicato dall'agenzia ANNCOL il 29 aprile scorso, il Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP ha confermato il combattimento con l'Esercito dove sarebbero morti 33 soldati della 27ª Brigata, ascritti alla Forza Tattica di controguerriglia ‘Apollo'.
Del fatto aveva riferito l'ex vicepresidente Francisco Santos (cugino del presidente "Jena" Santos e accusato dall'ex capo paramilitare Salvatore Mancuso di aver diretto la creazione di un blocco paramilitare nella capitale Bogotá), parlando di un attacco alla 27ª Brigata nel dipartimento del Putumayo, e citando i 33 militari abbattuti.
Il Ministro della Guerra Juan Carlos Pinzón aveva seccamente smentito l'informazione, affermando che la 27ª Brigata non opera nella zona indicata; il comunicato dell'insorgenza chiarisce che lo scontro non è avvenuto nel Putumayo ma nel Cauca, nei pressi del municipio di Buenos Aires.
"Il combattimento -si legge nel comunicato- è iniziato alle 3 di notte contro una pattuglia dell'Esercito Nazionale che faceva una ricognizione nell'area. Diversi minuti dopo abbiamo realizzato il lancio simultaneo di otto bombole cariche di esplosivo, che sono cadute precisamente laddove si concentrava un gruppo numeroso di effettivi della suddetta Brigata".
Nonostante la guerriglia non abbia potuto verificare il numero di militari nemici morti, con riferimento alla notizia data da Francisco Santos, comunica che "se il colpo cui si riferisce è quello avvenuto nell'azione menzionata, non c'è dubbio che si è trattato di un'azione contundente. In effetti, non è avvenuto nel Putumayo".
La guerra contro il popolo dell'oligarchia colombiana si ammanta di menzogne, e vuole occultare la realtà dei fatti nello svolgimento del conflitto; ma la classe dominante, vittima di evidenti contraddizioni interne, si sconfessa da sola, e a poco valgono i maldestri tentativi del guerrafondaio Pinzón di nascondere i colpi inferti dall'insorgenza alle Forze Armate colombiane.
E la responsabilità di questi morti ricade interamente sul governo, che si ostina a non accettare la proposta dell'insorgenza di un cessate il fuoco bilaterale, che le FARC stesse avevano peraltro realizzato unilateralmente per due mesi, con l'intento di favorire un clima adatto ai Dialoghi di Pace in corso all'Avana.
 
05/05 - Wikileaks rivela: Nessuna inchiesta usa su Simón Trinidad prima della sua estradizione voluta da Uribe
Lo scorso 2 maggio il capo della Delegazione di Pace delle FARC all'Avana, Comandante Iván Márquez, ha letto una parte di un documento prodotto dall'ambasciata USA a Bogotá e reso pubblico da Wikileaks, relativo al Comandante Simón Trinidad, prigioniero in un carcere negli Stati Uniti dove sconta un'ingiusta condanna a 60 anni di reclusione.
Il documento, datato 4 gennaio 2004 (due giorni dopo la cattura del Comandante avvenuta in Ecuador), rivela che "Non esistono inchieste aperte contro Palmera [Simón Trinidad] negli Stati Uniti", aggiungendo che l'ambasciata non è a conoscenza di alcuna indagine nei suoi confronti.
"E' stato l'ex presidente Álvaro Uribe, un'anima senza pace posseduta dalla perfidia, colui che ha complottato per convincere le autorità statunitensi a reclamare l'estradizione di Simón Trinidad", ha proseguito il Comandante Iván Márquez, chiarendo che "Uribe ha ordinato la montatura giuridica per violare la legge ed il mandato costituzionale che proibisce l'estradizione di concittadini per ragioni politiche. Ha personalmente ordinato al Pubblico Ministero Generale, Camilo Osorio -un magistrato senza vergogna, al servizio della mafia narco-paramilitare- e all'intelligence militare di fabbricare le 'prove'. Tutte le menzogne di questa bufala sono state smascherate da Simón nei tre processi che ha dovuto affrontare nei tribunali statunitensi. Quando ormai non c'è stato più alcun modo di provare che fosse un narcotrafficante, allora hanno determinato di imputargli il delitto di terrorismo, che non era la motivazione della sua estradizione."
In definitiva, il Comandante Simón Trinidad sconta negli Stati Uniti una pena di 60 anni (equivalente, di fatto, ad un ergastolo) per un delitto che non ha commesso, ed ha subito l'estradizione per mezzo di un'accusa che nel frattempo è cambiata!
La "disinvoltura" nelle garanzie per gli imputati -propria dei tribunali colombiani qualora l'accusato non sia un oligarca o un parapolitico- viene addirittura superata dall'accanimento senza alcun fondamento giuridico dei tribunali USA, capaci di qualunque abiezione nei confronti di militanti politici di sinistra (ricordiamo i casi di Silvia Baraldini, Mumia Abu Jamal e Leonard Peltier) o di patrioti di governi che Washington considera nemici (è il caso di somma ingiustizia nei confronti dei 5 eroi cubani).
Per sostenere il proprio fantoccio al governo della Colombia, il narco ex presidente Álvaro Uribe, gli Usa non hanno esitato ad infrangere le proprie leggi. In cambio del continuo sostegno statunitense, che oggi è rivolto al meno impresentabile ma altrettanto reazionario suo successore "Jena" Santos, il presidente colombiano di turno svende la propria sovranità nazionale, si accoda a qualunque decisione imponga l'agenda del Pentagono, convertendosi nella testa di ponte degli interessi nordamericani, vero e proprio Israele in America Latina.
Intanto, le FARC non si scoraggiano e continuano coerentemente a esigere che Simón Trinidad sia liberato e possa raggiungere l'Avana per prendere il suo posto di portavoce plenipotenziario ai dialoghi di pace.
 

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