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L’escalation nucleare in Corea
Txente Rekondo
11/10/2006
La scorsa domenica è stato il nono anniversario della nomina di Kim Jong Il a massimo dirigente del Partito del Lavoro della Corea, e proprio in questa ricorrenza simbolica la Repubblica Democratica Popolare della Corea (RDPC) ha reso pubblico il progresso raggiunto nello sviluppo del suo progetto nucleare, con grande allarme degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Questo fatto deve essere inquadrato nel contesto dell'uso strategico che la RDPC e i suoi dirigenti fanno della capacità nucleare, che intendono utilizzare come “arma diplomatica” per frenare le manovre statunitensi ed evitare che ai politici neoconservatori riesca un cambio di regime nel paese.
Quest’estate Washington ha continuato ad aumentare le pressioni e le minacce di sanzioni contro Pyongyang, ed il governo di Kim Jong Il ha risposto utilizzando quella potente arma che oggi, nell'attuale congiuntura internazionale, è in grado d’essere determinante, cioè l'energia nucleare.
Si tratta di un confronto che dura ormai da decenni, e negli ultimi tempi le manovre statunitensi hanno avuto la replica di Pyongyang; prima la RDPC ha rifiutato di proseguire con il tavolo diplomatico a sei, dopo ci sono stati i test balistici e l'incremento nella produzione di uranio, infine c’è stato il test atomico. Rimane ancora un passo, quello dell’esportazione della tecnologia nucleare in altri paesi, fatto che gli USA osservano con grande preoccupazione visti i precedenti del Pakistan.
Dopo questa prova, è evidente che il leader norcoreano, Kim Jong-Il ha rinforzato la sua posizione nel paese, e la sua immagine si sta sovrapponendo alla capacità di Pyongyang di fare di fronte alla prima potenzamondiale e di portare il Nord Korea verso il club esclusivo delle potenze nucleari.
Dopo più di cinquant’anni di minacce militari ed economiche, i dirigenti nordcoreani rivendicano “il diritto legittimo della RDPC di sviluppare il programma nucleare in linea con gli interessi e la sicurezza nazionale del paese.”
Le immagini distorte del Nord Korea fornite dai media ubbidiscono ad una chiara ignoranza di quella realtà, oltre che all'interesse manifesto di manipolare l'opinione pubblica. Solo così sono comprensibili i commenti che occultano deliberatamente gli sforzi del paese per far fronte alle sanzioni economiche e alle catastrofi naturali, le inondazioni de 1995/96, la terribile siccità del 1997 e 2001. Le riforme agricole, secondo lo stile cinese o vietnamita, e l'avviamento delle “Zone” di Economia Speciale sono esempi dello sforzo nordcoreano per evitare la corruzione e cercare una ridistribuzione salariale più giusta.
Washington, invece, è cosciente di quei progressi, col risultato che cerca sempre di boicottarli e di accentuare l'isolamento della RDPC sulla scena internazionale. Pyongyang sa che deve rinforzare la sua posizione per intavolare i futuri colloqui diplomatici bilaterali con gli USA, e per il momento l'esperienza di altre realtà, Iraq o Iran, mostra con chiarezza che proprio la capacità reale di sviluppare e mantenere il programma nucleare è, per il momento, la miglior salvaguardia dei propri interessi.
Ora è il momento delle condanne e delle proteste per il teatrino mediatico, ma è pure evidente che dietro il sipario le manovre continuano, e non sempre coincidono. La cosiddetta “comunità internazionale” si è sommata alle condanne nordamericane, ma bisognerà vedere fino a dove arriverà questa “unità”, poiché Russia e Cina non ci stanno a fare da coro a Washington.
L’escalation nucleare della RDPC è vantaggiosa sia per Mosca che per Pechino, anche se non viene dichiarato pubblicamente. Entrambi i paesi considerano positivo qualunque movimento che metta in crisi il dominio unilaterale USA, inoltre, la Cina sa che questa nuova realtà può deviare l'attenzione di Washington verso un altro punto di crisi e permettergli di continuare la sua strategia verso Taiwan.
Seul, poi, mantiene un difficile equilibrio, la sua alleanza con gli USA fa acqua ogni giorno di più ed i suoi avvicinamenti verso la Corea del Nord si stanno concretizzando da tempo. Pyongyang riconosce che il suo potenziale nucleare non è diretto contro i suoi fratelli del sud, ma è soltanto
un arma difensiva per un eventuale attacco nordamericano. L'unico alleato fedele che rimarrebbe ai neoconservatori nella regione è il Giappone, che non ha tentennato nello schierarsi contro Pyongyang col suo nuovo dirigente.
Tokyo può approfittare della situazione per rovesciare definitivamente la sua politica pacifista degli ultimi decenni ed iniziare una strada militarista, più concorde coi valori dei nuovi governanti. Ma questa manovra potrebbe scatenare una risposta nello stesso Giappone. L'intervento militare è respinto, e le sanzioni che si cercano di applicare non hanno l’intenzione di cambiare realmente la situazione attuale. Inoltre, qualunque movimento può avere effetti collaterali molto pericolosi nella geopolitica della regione, con maggiore instabilità e con una nuova crisi umanitaria, che non interessa né a Seul né a Pechino, gli altri due attori principali della scena.
Gli USA guardano con preoccupazione verso Afghanistan ed Iraq, la situazione iraniana per loro è tutt’altro che buona, ed ora le tre parole che tolgono il sonno a Bush sono la “Corea del Nord”.
La scadenza elettorale negli USA impedisce di anticipare i movimenti dei neoconservatori, ma se la comunità internazionale vuole recuperare la sua centralità deve potenziare immediatamente i colloqui bilaterali e mettere fine a qualunque tentativo d’ingerenza esterna nella RDPC.
Traduzione dallo spagnolo di Fr per www.resistenze.org