www.resistenze.org - popoli resistenti - ecuador - 24-04-06

da Resumen Latinoamericano

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Intervista a Blanca Chancoso, dirigente indigena ecuadoregna


Ci sentiamo vittoriosi nella nuova America Antimperialista


Maria Mercedes Cobo

20 Aprile 2006

 

Originaria Quechua, Blanca Chancoso è militante e dirigente organizzativa del movimento indigeno dell’Ecuador (CONAIE), oltre che maestra e coordinatrice della Scuola di Formazione politica delle donne di Quito. Ci parla della loro lotta.

 

Qual è il peso dei movimenti indigenisti nella lotta per l’integrazione dei popoli?

Intendo la lotta per il riconoscimento alla diversità e alla difesa dell’identità dei popoli.


Bisogna tenere conto del fatto che la lotta dei popoli indigeni è vecchia di 500 anni; per tutti questi secoli ha affrontato il razzismo e le disuguaglianze ma in questo modo ci h consentito di crescere, al punto che ora non basta più una politica di semplice tolleranza, serve invece una politica che faccia maturare il riconoscimento della diversità. Paesi come Venezuela, Ecuador, Perù, e altri, sono tutt’altro che monoculturali, e queste varie culture che li compongono possono integrarsi a vicenda.


(..) Rispettare le diversità culturali è il modo migliore di rimanere uniti. Siamo popoli diversi ma uniti. E vogliamo affermare quest’unità nella diversità. Ma ciò è possibile solo se si eliminano le disuguaglianze di classe, ecco perché stiamo lottando contro di esse.

La Confederazione delle Nazioni Indigene dell’Ecuador (CONAIE) continua la sua lotta; al momento abbiamo appena superato una tormenta politica, ci sono stati dei danni, ma stiamo lavorando alla ricomposizione e riorganizzazione, stiamo tornando a rafforzarci.

La lotta del nostro movimento finalizzata ai diritti dei popoli, sostiene un processo di difesa dei diritti collettivi, si tratta di costruire il potere alternativo all’insegna della pluralità culturale, di ottenere il riconoscimento dei diritti territoriali indigeni a fronte dei principi del Trattato di Libero Commercio (TLC).


In questo risorgimento dei movimenti di sinistra, dello sviluppo di politiche di inclusione sociale, che ne pensa del trionfo di Evo Morales?


Come indigena è un fatto che mi riempie di gioia, ma è anche un fatto che mi carica di responsabilità perché da ora tutto ciò che fa o dice Evo, avrà delle ripercussioni su tutti gli indigeni del mondo. Ma si tratta di un lavoro politico continuo, permanente. Dobbiamo prepararci al cambio, che non avverrà in modo uguale in tutti i paesi, perché non c’è una formula universale, ma c’è un lavoro che ci permette di lottare ed avanzare. In Ecuador siamo contro l’ALCA e il TLC. Certo per rafforzarci abbiamo bisogno dell’aiuto del governo di Chavez e di quello di Fidel Castro, ma siamo di fronte ad una sorta di ritorno ad un’età dell’oro, un’epoca dimenticata. E’ una grande speranza. Ora non possiamo avere nessuna frustrazione, anzi possiamo sentirci vittoriosi contro il neoliberalismo e l’imperialismo, perché quello comincia a vacillare.


Come definirebbe la politica interna e quella estera del Presidente Chavez?


Credo che la politica di Chavez in Venezuela sia molto importante per i popoli venezuelani; sono i settori sociali dimenticati, emarginati, che ne traggono beneficio, è quindi una politica integrale più che una politica integralista, ed è integrale perché a quella gente gli stanno riconoscendo i diritti. Quella è la politica che permette di andare avanti; Chavez è davvero il Presidente di tutti.


Per quanto riguarda la politica internazionale, e nello specifico la questione indigena, la politica di Chavez è un’alternativa che consiste nel rispetto reciproco, nell’armonia delle diversità, proprio secondo quello che è il nostro sentire. Anche sul piano economico, l’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe) è un’alternativa che ci riconosce, mentre il TLC (Trattato di Libero Commercio) spinge una politica integrazionista impositiva, egoistica e disuguale, una politica che condanniamo perché colpisce la sovranità dei popoli. Proprio il contrario di quanto accade con Cuba, Brasile, Argentina, Bolivia. Si tratta di mantenere i rapporti commerciali con una politica di solidarietà consentendo di sviluppare ciascun popolo riconoscendone le vere necessità. E’ una politica di cooperazione che non valorizza il denaro ma l’aiuto reciproco, quello che chiamiamo interscambio e solidarietà, l’unico modo che permette di mantenere le relazioni politiche ed economiche fra i popoli senza danneggiarne la sovranità, nel rispetto dell’altro in termini collettivi.

 

 

Traduzione dallo spagnolo di FR