www.resistenze.org - popoli resistenti - ecuador - 15-07-14 - n. 507

Accordo con l'Unione Europea: una capitolazione inevitabile?

Magdalena León* | alainet.org rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

11/07/2014

Che le questioni economiche si definiscano o siano determinate dai rapporti di potere è forse più evidente quando si tratta di affari internazionali, di geo-economia. In questi giorni, in cui è stata presentata come ineludibile la firma di un accordo commerciale con l'Unione Europea, sentiamo il peso specifico di tali poteri.

All'inizio del secolo i trattati di libero commercio, in particolare l'ALCA nel continente, furono promossi come strumento chiave dell'agenda neoliberista. I processi di resistenza da parte dei popoli, le approfondite analisi economiche intraprese ne rivelarono le implicazioni. Alcuni interventi decisivi di governanti promotori di cambiamenti, portarono a frenare nel 2005 l'imposizione di ALCA, ritenuto lesivo dei nostri paesi. Da allora, la realtà intorno agli accordi commerciali non si è semplificata,
al contrario. Oggi la crisi e la ricerca della ricomposizione capitalista con l'agenda neoliberista..., determina una situazione più complessa, intricata. Pertanto, qualsiasi analisi o presa di posizione a riguardo, dovrebbe essere ponderata a partire dalle nuove implicazioni e dai nuovi dati di realtà.

Il nome degli strumenti [per definire le regole di libero scambio] sembra essere diventato ininfluente: ma anche se i principi sul libero commercio non sono contenuti nella sua dizione (accordo, trattato o altro), questi principi si trovano al centro della sua struttura. Non si tratta di definire il livello di controlli o regolamenti di una relazione commerciale tra paesi o gruppi di paesi, nè il livello dei flussi di quali prodotti. Si tratta di istituzionalizzare sul piano mondiale i "diritti" delle multinazionali nei confronti dei paesi, con la formalizzazione e protezione degli interessi privati e specifici contro quelli pubblici e comuni. Naturalmente la questione riveste grande complessità geopolitica, ma in buona sostanza si tratta della relazione degli stati - tutti: quelli del Nord e quelli del Sud del mondo - con le corporation, in un momento in cui sono già in possesso di un potere straordinario.

Questo aspetto, che è una chiamata d'allerta nelle lotte di resistenza del Sud agli strumenti di libero scambio, si evidenzia con tanta maggior chiarezza nel trattato che attualmente si negozia tra UE e USA. Voglio dire: non si tratta, come tendiamo a considerare, di strumenti atti a sancire la disugaglianza e l'ingiustizia nei rapporti tra paesi ricchi e poveri, tra Nord e Sud, visto che in questo trattato tra "pari", tra le potenze del Nord, si disputano propriamente i campi delle corporation di fronte agli stati.

A questo livello che tipo di conflitti possono sorgere? Un esempio dei più blandi è l'attuale processo di vendita della corporation privata francese Alstom, che a sua volta per la sua dimensione e per operare nel settore strategico dell'energia ha ricevuto in vari momenti vantaggi e iniezioni di risorse pubbliche, per il cui acquisto si sono fronteggiate la nordamericana General Electric e la tedesca Siemens. Le voci pubbliche si levano poco dopo per reclamare di essere consultate e intervenire in qualche modo in una transazione nella quale sono in gioco le risorse pubbliche investite, il controllo delle capacità industriali del paese e questioni strategiche e di interesse pubblico, come la gestione del trasporto pubblico coinvolto. Assistiamo a una disputa in cui gli stati e le autorità pubbliche, in secondo piano, contendono una certa dose di potere contrattuale alle corporation che hanno di fatto il potere. La disputa non verte tanto sulla "proprietà", ma sui processi strategici, sulle risorse pubbliche, sugli investimenti diretti e indiretti per creare le condizioni della famosa "competività sistemica", questioni di interesse generale, ma che vengono gestiti e definiti dal potere e dall'interesse privato.

Questa è l'Unione Europea con la quale si negozia, rappresentata da un apparente potere pubblico dominato dalle corporation che a questo punto non influenzano, ma controllano.

In questo contesto, in cui l'UE come articolazione di paesi, come espressione di poteri pubblici, non ha capacità o possibilità di definire e difendere i propri interessi pubblici - poiché prevale la relazione di potere di cui sopra - risulta ingenuo, a dir poco, supporre che cambiando un termine nel nome o qualche particolare accessorio sul contenuto, possa cambiare qualcosa nella sostanza. Un cambiamento di facciata non può nascondere che si tratta della stessa ricetta, simile a quella irresponsabilmente firmata dai governi di Perù e Colombia, di cui vediamo già gli effetti drammatici nella campagna, tra gli altri.

Troviamo inoltre, che si brandisce lo stesso argomento che i promotori locali dell'ALCA e che i loro successori hanno ripetuto per anni: si tratta di assicurare mercati per i prodotti che già acquistiamo e si spera di altri, fissando così una matrice produttiva che si cerca di cambiare, per mantenere vantaggi tariffari e più come pretesto, proteggere posti di lavoro in tali imprese o settori. In questa bilancia, tutta la ricca agenda di sovranità e trasformazione economica contenuta nella Costituzione e in altri strumenti, così come quella dell'integrazione alternativa appaiono orfani, carenti di potere.

Insieme a questo, si osserva una discrepanza tra ciò che ogni parte dice di negoziare. La voce dei protagonisti non dà luogo ad interpretazioni: i portavoce dell'UE hanno continuato a fare riferimento all'adesione a un accordo alle stesse condizioni firmato con il Perù e la Colombia. I rappresentanti del nostro governo, senza dubbio con buone intenzioni e buona volontà, dicono che si firmerà qualcos'altro, qualcosa di "migliore". E quasi sopra l'uno e l'altro, i rappresentanti imprenditoriali creoli e europei sono protagonisti sempre più nelle negoziazioni e nei portavoce, al punto che le loro dichiarazioni circa l'importanza sulla "necessità", anticipazione della firma, ecc, prendono l'iniziativa e vengono sostenuti dagli annunci ufficiali.

Possiamo invertire le cose constatando - non eventualmente ma sicuramente - che "ci siamo sbagliati" come si è detto? Non siamo davanti a un dilemma giuridico o burocratico, ma piuttosto siamo davanti a una questione di potere economico e politico che, per non porsi nella prospettiva della sua reale portata e delle sue interrelazioni con il globale, terminerà col distruggere tutti gli sforzi trasformatori avanzati nel paese, sarà una sconfitta storica irreversibile.

Quito, 11 luglio 2014

Magdalena León è una economista ecuadoriana


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