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Etiopia al bivio

Capitolo 1 - L'Impero di Sélassié

Mohamed Hassan, Gregory Lalieu | Investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/09/2016

Prima parte

Da oltre un anno i manifestanti sfidano il governo etiope sotto il fuoco della polizia, senza che la cronaca susciti l'interesse dei governi occidentali, sempre pronti a promuovere la democrazia in tutto il mondo. "L'Etiopia sta bruciando", avverte Mohamed Hassan. Per il nostro esperto del Corno d'Africa, ex diplomatico etiope, i giorni del governo sono contati. La caduta del regime è, nel bene e nel male, un'opportunità per vedere gli etiopi costruire un vero stato democratico. Ma il paese potrebbe anche implodere in scontri inter-etnici. L'Etiopia è a un bivio. Dopo aver attraversato il Medio Oriente e l'Africa Orientale in Stratégie du chaos e Jihad made in USA, Mohamed Hassan ci porta nel suo paese, l'Etiopia. Questa prima parte si occupa dell'Impero di Hailé Sélassié. Quale realtà nascondeva il mito del "re dei re"? Come ha fatto l'unico paese africano non colonizzato a diventare la caricatura di una neo-colonia? Perché Mohamed Hassan ha voluto cambiare nome quando era bambino? Torniamo su di un impero che ha alimentato molte fantasie…

Dici che l'Etiopia sta bruciando nell'indifferenza generale. Perché suoni il campanello d'allarme?

E' quasi un anno che i manifestanti sfidano l'autorità del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), il partito che domina la coalizione di governo. La repressione è terribile. Centinaia di persone hanno già perso la vita, ma la contestazione continua a diffondersi a macchia d'olio nel paese. Il TPLF tiene le redini dell'Etiopia dal 1991. Attraverso la coalizione del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), si è assegnato la totalità dei seggi del Parlamento in occasione delle ultime elezioni legislative. Ma la gente ne ha più che abbastanza di questa dittatura, della mancanza di libertà e soprattutto delle condizioni di vita terribili. I dirigenti corrotti del TPLF svendono le ricchezze di questo bel paese che è l'Etiopia e lasciano il popolo morire di fame. La situazione è diventata esplosiva. Le prime manifestazioni sono partite dalla regione degli Oromo, prima di arrivare alla comunità degli Amhara. La rabbia degli etiopici è scoppiata in seguito nella capitale Addis-Abeba. Il Primo ministro Haile Mariam Dessalegn ha fatto bloccare internet prima di autorizzare la polizia a utilizzare "tutti i mezzi necessari" per reprimere queste manifestazioni che "minacciano l'unità del paese". Getachew Metaferia, professore di scienze politiche alla Morgan State University negli Stati Uniti, descrive così la situazione: "Non ci sono discussioni di sostanza con il popolo, nessun dialogo… Il livello di frustrazione aumenta. Non penso ci sarà un ritorno alla normalità". (1)

Il governo alla testa del secondo paese più popolato dell'Africa è sul punto di cadere?

I giorni del TPLF sono contati. Gli Oromo e gli Amhara gli rimproverano di monopolizzare il potere anche se il Tigrè rappresenta solo il 6% della popolazione. Infatti il TPLF ha giocato la carta della divisione etnica per imporre la propria supremazia. E la comunità Tigré ne è essa stessa una vittima perché solo pochi privilegiati corrotti beneficiano della situazione. La possibile caduta del governo rappresenta dunque un'opportunità, ma anche un pericolo per l'Etiopia. Questo paese ha conosciuto soltanto dittature. Oggi, si può intravedere la possibilità di costruire un vero e proprio Stato democratico in cui tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e dove la ricchezza sia utilizzata per soddisfare le esigenze di base della popolazione. Ma la sfida è ardua. Il TPLF ha imposto in Etiopia un federalismo etnico in modo che i movimenti di opposizione poggino per lo più su basi comunitarie. Il pericolo di implodere per il paese è reale. Infatti l'Etiopia è a un bivio. Se i manifestanti e i partiti di opposizione riusciranno a unire le forze su base democratica, l'Etiopia sarà un paradiso in terra. Se falliranno, l'Etiopia potrebbe semplicemente scomparire.

Gli Etiopi sono nelle strade, il governo ha sparato sui manifestanti, gli oppositori politici sono stati imprigionati, Internet è bloccato, la repressione si inasprisce... E' un contesto che ricorda la "primavera araba". Eppure l'Etiopia non è sui titoli dei giornali. E i nostri funzionari non sono in fila per sostenere la democrazia nel paese africano. Perché?

I giornalisti erano forse troppo occupati con il burkini e le Olimpiadi. Oppure attendono che i servizi stampa della NATO mettano l'argomento sul tavolo. In questo caso, potranno aspettare a lungo. Gli Stati Uniti non interverranno in Etiopia per aiutare coloro che aspirano alla democrazia come hanno preteso di fare in Libia o in Siria. Il rapporto tra Washington e Addis Abeba, che ha avuto i suoi alti e bassi, è storia. E' grazie all'Etiopia che gli Stati Uniti hanno messo il primo piede in Africa, mentre il continente era colonizzato dalle potenze europee. L'Etiopia è diventata un alleato strategico dell'imperialismo degli Stati Uniti. Da molti anni, il TPLF svolge per Washington il ruolo di gendarme nel Corno d'Africa. E' intervenuto militarmente in paesi ostili al suo padrone, come la Somalia, l'Eritrea e il Sudan. Ma, purtroppo per lui, Obama non ha un piano B per l'Etiopia, per sostituire questo regime in difficoltà. Non è come in Tunisia o in Egitto, dove gli Stati Uniti avevano altre carte da giocare per sostituire i loro alleati storici. Anche se le cose non stanno andando come previsto. Non è come la Libia e la Siria, dove Washington ha voluto sbarazzarsi dei dirigenti in carica. L'utilità del TPLF e la mancanza di alternative pertanto spiegano la grande riserva di Obama sugli eventi che hanno scosso il paese. L'Etiopia rivela le vere motivazioni degli Stati Uniti. Si noterà infatti che solo nei paesi che gli sono ostili, gli Stati Uniti sostengono le "rivoluzioni", alleandosi con i peggiori dittatori.

Gli Etiopi si sono recati alle urne lo scorso anno e le elezioni hanno sancito la vittoria finale della coalizione di governo. Il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF) ha conquistato tutti i seggi. Come si spiega questo risultato?

Queste elezioni non hanno avuto nessun problema. Dovevano semplicemente permettere di formalizzare la regola del TPLF che utilizza la coalizione al potere per avanzare mascherato, anche se nessuno si lascia ingannare. Precedentemente indipendentista, il TPLF proviene da una regione del sud dell'Etiopia, alla frontiera con il Sudan e l'Eritrea. Ha partecipato al rovesciamento della giunta militare nel 1991. Il suo leader, Meles Zenawi, ha in seguito imposto con il pugno di ferro la sua egemonia sul paese, fino alla sua morte nel 2012. Le elezioni dell'anno scorso hanno semplicemente permesso di confermare ufficialmente nelle sue funzioni il successore di Zenawi, Haile Mariam Dessalegn. E' il TPLF ad avere in realtà il controllo dell'Etiopia. L'EPRDF è soltanto una coalizione fantoccio che serve a mascherare il dominio di una minoranza su tutto il paese.

La repressione degli oppositori politici e il boicottaggio di una parte dell'opposizione spiegano questo risultato grottesco. Possiamo dire che il TPLF ha imparato la lezione delle elezioni del 2005. Quest'anno, sotto la pressione dei suoi padrini occidentali, il partito al potere ha voluto mostrare un volto democratico e si è, più o meno onestamente, prestato al gioco delle elezioni. Risultato: il TPLF aveva perso. Aveva leggermente socchiuso la finestra, il vento è entrato e non è riuscito a distruggere tutto in casa. Infine, in nome della riconciliazione nazionale, il TPLF aveva schiacciato l'opposizione con la benevolenza dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. Gli oppositori politici, compresi quelli che avevano realmente vinto le elezioni, sono stati imprigionati o costretti all'esilio. Un nuovo partito politico è stato creato, Ginbot 7, che significa "7 maggio", in ricordo di quella triste data delle elezioni del 2005. Si trovano in questo partito vittime infelici dello scrutinio che hanno tratto insegnamento da questa esperienza amara. Poiché il regime è incapace di riconoscere la sua sconfitta e usufruisce del sostegno degli occidentali per reprimere gli oppositori, nessun cambiamento è stato possibile in Etiopia con la via democratica. Ginbot 7 si è dunque associato ad un altro movimento, il Fronte patriottico del popolo etiope, che conduce la lotta armata. Quanto al partito al potere, dopo lo spavento del 2005, non ha più sfidato la fortuna alle successive elezioni. L'EPRDF ha messo il catenaccio al sistema politico, vincendo il 99,6% dei seggi nel 2010 e il 100% nel 2015.

Il risultato delle ultime elezioni del 2015 farebbe venire l'acquolina a qualsiasi dittatore in tutto il mondo. Ma la reazione dell'Unione Europea è per lo meno ambigua. In un comunicato, ha timidamente biasimato l'arresto di giornalisti e di oppositori politici, pur giudicando "incoraggiante che il processo si sia svolto in generale nell'ordine e nella calma". L'Unione Europea si dichiara comunque molto interessata a proseguire la cooperazione con il nuovo governo. Piuttosto paradossale, no?

Questo comunicato traduce tutta l'ipocrisia dell'Unione europea rispetto alle elezioni. Dopo gli scherzi del 2005 e del 2010, gli osservatori europei avevano annunciato che non avrebbero sostenuto le elezioni del 2015, perché sapevano che non ci sarebbe stata apertura democratica. Penso che l'Unione percepisse che la situazione in Etiopia peggiorava di giorno in giorno e che c'erano rischi di sommossa. Gli europei non volevano dunque fornire garanzie alle elezioni. Ma questo non gli ha impedito di sovvenzionare lo scrutinio. Una bella mascherata dunque! Si osserverà d'altra parte che il governo etiope è incapace di organizzare elezioni nel suo paese e deve fare appello a finanziatori stranieri. È ugualmente incredibile. Si potrebbe anche solo immaginare che l'Iran o la Russia sovvenzionino elezioni legislative in Francia o in Belgio?

Per il Primo ministro etiope, ci sono i progetti più importanti realizzati dalla EPRDF a spiegare il suo successo. Negli ultimi anni, l'Etiopia ha conosciuto una crescita a due cifre. Il FMI l'ha classificata fra le cinque economie più attive al mondo.

In Etiopia, con il TPLF, c'è solo la povertà ad aver conosciuto una crescita folgorante. Le statistiche del PIL mascherano una triste realtà. Un terzo della popolazione vive costantemente sotto la soglia di povertà. Più della metà dei giovani è analfabeta. Il tasso di mortalità di chi ha meno di cinque anni è del 41%, la malnutrizione resta la principale causa di morte. Addis-Abeba, la capitale, è diventata un bordello a cielo aperto. La prostituzione è cresciuta notevolmente, più che in qualsiasi altra città africana. E riguarda anche i bambini. L'Aids è devastante. I pochi progressi che il paese ha potuto raggiungere in materia di salute sono dovuti principalmente alle ONG occidentali, non essendo il governo in grado di provvedere alle necessità della sua popolazione.

Quindi sì, la crescita economica è esplosa. Ma è lungi dall'essere a vantaggio del popolo etiope. Un fenomeno piuttosto rivelatore di questo miraggio è l'accaparramento delle terre da parte delle multinazionali dell'agrobusiness. Per attirare gli investitori, il governo affitta i terreni più fertili a società straniere. Vi coltivano prodotti per l'esportazione, mentre l'Etiopia non ha raggiunto la sicurezza alimentare e la carestia fa regolarmente devastazioni. I contadini, se non sono sfruttati per un tozzo di pane da queste multinazionali, sono semplicemente espulsi e condannati alla miseria. Ecco come il governo etiope attira i capitali e aumenta la crescita. Si sta svendendo la ricchezza del paese, invece di investire per sviluppare l'economia nazionale, la salute, l'istruzione e la sicurezza alimentare. L'Etiopia è diventata un'eldorado per le imprese straniere.

Da dove vengono queste compagnie?

Da ovunque. E ciò può condurre ad un certo risentimento nell'ambito di una grande frangia della popolazione etiope. Secondo recenti sondaggi, risulta che gli Stati Uniti non sono apprezzati, poiché sostengono il governo. Molti etiopi non portano più la Cina nel loro cuore. I cinesi hanno per principio il non interferire negli affari politici di altri paesi e lavorano con qualsiasi governo. Ma quando gli etiopi vedono la Cina investire e prestare denaro al TPLF, dicono che Pechino prolunga la vita di un regime fantoccio.

L'Etiopia era tuttavia l'unico paese africano a non essere stato colonizzato. Come è diventata la caricatura di una neo-colonia?

Per comprendere come il paese è arrivato fin qui, dobbiamo risalire nella storia. Un concorso di circostanze ha ufficialmente preservato l'indipendenza dell'Etiopia. Infatti, nel 19° secolo, le due maggiori potenze coloniali avevano ciascuna un suo piano per conquistare l'Africa. La Francia voleva partire da Dakar, ad ovest, per guadagnare Gibuti a est. Ma i Britannici ambivano a collegare Il Cairo al nord con Città del Capo a sud. Questi progetti erano inevitabilmente destinati a urtarsi, da qualche parte, nel Corno d'Africa.

La regione era allora teatro di lotte interne tra monarchi locali che aspiravano a restaurare l'impero ancestrale d'Etiopia. Tewodoros I aveva così iniziato un processo di unificazione dei vari regni. Ma alla sua morte, i pretendenti al trono si diedero battaglia per succedere all'imperatore. Uno di loro riuscì abilmente a tirarsi fuori dal gioco, approfittando di contraddizioni inter-imperialiste. Menelik era il re di Scioa, regione storica dove è situata l'attuale capitale Addis-Abeba. Era riuscito ad attirarsi i favori degli europei con i quali aveva fatto affari. Da italiani e francesi, Menelik aveva anche ottenuto moderne armi da fuoco. Questo ha sconvolto l'equilibrio delle forze, conferendo al re di Scioa un vantaggio decisivo rispetto ai suoi rivali. Menelik è così riuscito a sedare le regioni che non erano ancora sottoposte all'autorità centrale, completando il processo d'unificazione intrapreso dai suoi predecessori. Nel 1889, diviene il re dei re, Imperatore dell'Etiopia e diventa Ménélik II.

Questa è stata una fortuna per le potenze coloniali?

I progetti di espansione degli Europei dovevano entrare in contraddizione nel Corno d'Africa. Ma le potenze coloniali non volevano lacerare questo territorio. D'altra parte, potevano difficilmente fare affari con un'Etiopia minata da rivalità interne. Il processo di unificazione condotto da Ménélik II faceva dunque la fortuna degli europei, tanto più che il nuovo imperatore era aperto al commercio internazionale. Una linea ferroviaria viene così costruita tra Addis-Abeba e Gibuti. Era la via del saccheggio lungo la quale le ricchezze dell'Etiopia erano trasportate fino al mare, per poi prendere il largo per il profitto degli europei.

L'Etiopia ha dunque conservato la sua indipendenza. Ancora oggi, questa particolarità storica incanta. Ma occorre relativizzare. In realtà, Ménélik II ha colonizzato la regione al posto degli europei. Il processo di unificazione non è stato realizzato con la delicatezza dei merletti. Nei territori conquistati al prezzo di terribili lotte, le terre migliori erano confiscate per essere date ai soldati, essendo i contadini ridotti allo stato di schiavitù. Ad esempio, la campagna per conquistare Wolayita, una provincia del sud, fu particolarmente sanguinosa. Un giornalista europeo l'aveva raccontata all'epoca e descritta con queste parole: "Fu una macelleria terribile, un tripudio di carne morta o viva, tagliuzzata da soldati assetati di sangue. Ho visto posti che dovevano essere il mercato del villaggio, coperti di cadaveri spogliati dei loro vestiti e mutilati in maniera orribile". [2]

A cosa assomiglia l'Etiopia di Menelik II ?

L'impero di Menelik II è basato su tre principi cardine:

1) L'amharanizzazione. Il processo di etiopizzazione che mira a costruire uno Stato centrale forte è stato infatti sinonimo di amharanizzazione. Menelik II derivava da questo gruppo etnico cristiano ortodosso del nord del paese. Nel costruire il suo impero, ha costretto tutte le popolazioni conquistate ad adottare la cultura Amhara. Alcuni ovviamente resistevano. Ma coloro che volevano integrarsi dovevano fondersi nello stampo, adottare la cultura dell'imperatore, il suo alfabeto, la sua religione e anche a volte cambiare nome. "Per gli Amhara del Scioa, non eravamo uomini - dice uno storico etiope -. Bestiame al massimo. Dicono che ci hanno conquistato perché eravamo barbari". [3]

2) L'Etiopia è un'isola cristiana circondata da un oceano di musulmani. Anche se i cristiani ortodossi non rappresentavano più della metà della popolazione e i musulmani rappresentavano un terzo, l'islam non aveva posto nell'impero di Ménélik II.

3) Le armi da fuoco. Il re del Scioa non avrebbe mai potuto instaurare uno Stato centrale e preservare l'indipendenza dell'Etiopia senza queste attrezzature moderne fornite dagli europei. Generalmente, il sostegno delle potenze coloniali era essenziale al regno di Ménélik II. Il leader etiope ha giocato comunque con la religione per conquistare i favori degli occidentali, mettendo in evidenza questa isola cristiana che alcuni chiameranno l'Impero dei Negri bianchi. La corte di Ménélik II abbondava così di una folla di consulenti stranieri. L'imperatore era affascinato da questi regali che gli avevano portato gli europei. Fece ad esempio introdurre la bicicletta in Etiopia, contro il parere della chiesa. Le potenze coloniali, approfittavano di questo Stato certamente indipendente, ma aperto al commercio.

(continua)

Note

1. Le Point Afrique, 11 août 2016.

2. Jacques Bureau, Éthiopie. Un drame impérial et rouge, Editions Ramsay, 1987

3. J. Bureau p94


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