www.resistenze.org - popoli resistenti - francia - 14-11-05

da http://www.contropiano.org

 

“Diamogli più diritti”: intervista al portavoce di Droits Devant


di Pietro Luppi

 

Jean Claude Amara è il portavoce di “Droits Devant” (prima i diritti), il coordinamento dei movimenti sociali francesi che comprende, tra gli altri, i migranti “sans papiers” e il movimento di lotta per la casa DAL (droits au logement). Queste ultime due realtà hanno rappresentato finora la principale risposta politica delle periferie di fronte al disagio e all’esclusione che sono costrette a subire. Ma in questa, fase, ci ha spiegato Jean Claude, nelle banlieues la politica è marginale e il malessere può esplodere solo in forme violente.

- Jean Claude, la rivolta che infuria ormai in mezza Francia è totalmente spontanea?
Nella rivolta delle banlieues non si può parlare né di coordinamento, né di premeditazione. Quanto accade è semplicemente l’effetto di decine di anni di emarginazione delle periferie. La rivolta è scoppiata negli insediamenti che si trovano attorno alla città e che da essa sono isolati. Aree che si trovano fuori dalle mura e lontano da tutto. Qui vivono categorie sociali la cui esasperazione ha rappresentato una bomba a orologeria che era sempre più vicina a scoppiare e che oggi sta scoppiando. Il governo finora non ha fatto che dichiarare guerra agli emarginati, e invece dovrebbe avere il coraggio di promuovere un dibattito pubblico che verta principalmente attorno al tema dell’immigrazione. Perché, ricordiamolo, la maggior parte dei giovani in rivolta sono figli di migranti, provenienti dai paesi un tempo colonizzati dalla Francia, come ad esempio l’Algeria. Questi giovani si sentono completamente rigettati e stigmatizzati da politiche che oggi promuovono una repressione feroce su tutti gli stranieri, in particolare sui “sans papiers”, che sono una parte dei giovani delle banlieues, ma più in generale contro tutti quelli che vivono in povertà. La rivolta esplosa in questi giorni era latente da tempo e andrà molto lontano. Tutto è avvenuto in maniera non premeditata: all’inizio c’è stata l’esplosione di una singola città, Clichy, e poi sono arrivate le parole provocatorie di Sarkozy, degne del regime di Vichy, che ha stigmatizzato la categoria sociale di chi protestava definendoli “feccia”. Questa è stata la scintilla, possiamo dire, che ha fatto esplodere definitivamente la bomba a orologeria.

- Questa protesta ha dei contenuti definiti, o è un semplice sfogo di violenza sociale?
Di obiettivi dichiarati in realtà non ce ne sono. Il messaggio che si vuole trasmettere è semplicemente: anche noi esistiamo. E siamo stufi di essere sistematicamente definiti selvaggi, banditi, mafiosi o, ultimamente, integralisti. Quando Sarkozy parla di “integralismo” sembra voler applicare la strategia della tensione tanto cara a Bush e agli Stati Uniti. Una strategia che vuole creare tensione sottolineando in modo esasperato le differenze religiose o di “civiltà”, cercando così di attirare l’odio sui migranti e i figli dei migranti, che oggi sono la maggioranza degli abitanti delle periferie. Chi sta in rivolta chiede a Sarkozy e al governo di smettere, loro che non sanno nulla delle periferie, di agitare lo spettro della differenza di civiltà per guadagnare voti in vista delle prossime elezioni presidenziali e legislative del 2007. Certi argomenti non fanno che aumentare la rabbia di avere genitori che sono stati colonizzati, sfruttati, esclusi, stigmatizzati e rigettati. Ma le condizioni dei figli non sono tanto diverse: oggi in Francia le principali vittime della disoccupazione sono proprio i giovani migranti. I figli degli stranieri nascono con la sensazione di essere separati ed esclusi dal resto del popolo francese, e a questo sentimento contribuiscono in maniera decisiva la provenienza dai medesimi luoghi geografici e l’essere concentrati tutti assieme in isole urbane, lontane dalle città e dove manca tutto. Questo contesto naturalmente favorisce la malavita, e fa sì che siano proprio le bande i nuclei di aggregazione dai quali parte la rivolta in atto.

- E i movimenti sociali come intervengono in queste dinamiche?
Ormai da molti anni in Francia i movimenti sociali aggregano i “sans papiers”, i disoccupati, i precari, i senza casa. Ma la nostra lotta è molto differente rispetto alla rivolta di questi giorni. Noi lavoriamo creando organizzazione tra gli adulti e i giovani dei quartieri e abbiamo sempre scelto di mobilitarci partendo da rivendicazioni concrete. Lavoriamo tutti i giorni sul territorio, ma spesso siamo marginalizzati, e fatichiamo a far arrivare le nostre proposte a tutta la popolazione giovanile. In questa fase la rivolta non può che assumere un connotato violento, dato che esiste da molti anni una violenza latente. Credo che oggi sia ancora più importante di prima lavorare sul territorio, a stretto contatto con la gente, per riempire di politica e obiettivi concreti il malessere diffuso che per ora si esprime in maniera caotica. Si tratta di un lavoro estremamente difficile.

- La rivolta si estenderà o pensi che finirà nei prossimi giorni?
In questo momento non sarà la repressione a far cambiare la situazione. Perseguire la via della durezza, come ha fatto finora Sarkozy, significa solo gettare un bidone di petrolio sopra un incendio. Può intervenire la polizia, può intervenire l’esercito, possono fare di tutto, ma non potrà essere la repressione a frenare quello che sta accadendo, perché la rivolta ha radici troppo profonde. Si può praticare la repressione in modo puntuale, selettivo, ma questo non potrà ridurre la durata di un’esplosione che covava da decenni. Quindi se non saranno prese decisioni politiche di fondo, e specialmente sul tema dell’immigrazione, la situazione non ha possibilità di cambiare. Devono soprattutto smetterla con il razzismo istituzionale. Leggi come quella approvata il 23 Febbraio 2005 devono sparire. Questa legge fa un’apologia del colonialismo francese nel nordafrica, e specialmente in Algeria, introducendo nei programmi scolastici il concetto che l’Algeria fu colonizzata per il benessere degli algerini. Quindi si va a spiegare ai bambini e ai ragazzi algerini figli di migranti che i loro genitori sono stati colonizzati per il loro stesso bene. Il malessere di questo paese, dopo tutto quello che è successo, potrà lenirsi solo con la nascita di un dibattito pubblico che sottolinei i buoni effetti dell’immigrazione e i pessimi effetti del colonialismo, per fare in modo che i giovani inizino a uscire dall’emarginazione in primo luogo sentendosi a tutti gli effetti parte integrante della società francese.