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“Diamogli più diritti”: intervista al portavoce di Droits Devant
di Pietro Luppi
Jean
Claude Amara è il portavoce di “Droits Devant” (prima i diritti), il
coordinamento dei movimenti sociali francesi che comprende, tra gli altri, i
migranti “sans papiers” e il movimento di lotta per la casa DAL (droits au
logement). Queste ultime due realtà hanno rappresentato finora la principale
risposta politica delle periferie di fronte al disagio e all’esclusione che
sono costrette a subire. Ma in questa, fase, ci ha spiegato Jean Claude, nelle
banlieues la politica è marginale e il malessere può esplodere solo in forme
violente.
- Jean Claude, la rivolta che infuria ormai in mezza Francia è
totalmente spontanea?
Nella rivolta delle banlieues non si può parlare né di coordinamento, né di
premeditazione. Quanto accade è semplicemente l’effetto di decine di anni di
emarginazione delle periferie. La rivolta è scoppiata negli insediamenti che si
trovano attorno alla città e che da essa sono isolati. Aree che si trovano
fuori dalle mura e lontano da tutto. Qui vivono categorie sociali la cui
esasperazione ha rappresentato una bomba a orologeria che era sempre più vicina
a scoppiare e che oggi sta scoppiando. Il governo finora non ha fatto che
dichiarare guerra agli emarginati, e invece dovrebbe avere il coraggio di
promuovere un dibattito pubblico che verta principalmente attorno al tema
dell’immigrazione. Perché, ricordiamolo, la maggior parte dei giovani in
rivolta sono figli di migranti, provenienti dai paesi un tempo colonizzati
dalla Francia, come ad esempio l’Algeria. Questi giovani si sentono
completamente rigettati e stigmatizzati da politiche che oggi promuovono una
repressione feroce su tutti gli stranieri, in particolare sui “sans papiers”,
che sono una parte dei giovani delle banlieues, ma più in generale contro tutti
quelli che vivono in povertà. La rivolta esplosa in questi giorni era latente
da tempo e andrà molto lontano. Tutto è avvenuto in maniera non premeditata:
all’inizio c’è stata l’esplosione di una singola città, Clichy, e poi sono
arrivate le parole provocatorie di Sarkozy, degne del regime di Vichy, che ha
stigmatizzato la categoria sociale di chi protestava definendoli “feccia”.
Questa è stata la scintilla, possiamo dire, che ha fatto esplodere
definitivamente la bomba a orologeria.
- Questa protesta ha dei contenuti definiti, o è un semplice sfogo di
violenza sociale?
Di obiettivi dichiarati in realtà non ce ne sono. Il messaggio che si vuole
trasmettere è semplicemente: anche noi esistiamo. E siamo stufi di essere
sistematicamente definiti selvaggi, banditi, mafiosi o, ultimamente,
integralisti. Quando Sarkozy parla di “integralismo” sembra voler applicare la
strategia della tensione tanto cara a Bush e agli Stati Uniti. Una strategia
che vuole creare tensione sottolineando in modo esasperato le differenze
religiose o di “civiltà”, cercando così di attirare l’odio sui migranti e i
figli dei migranti, che oggi sono la maggioranza degli abitanti delle
periferie. Chi sta in rivolta chiede a Sarkozy e al governo di smettere, loro
che non sanno nulla delle periferie, di agitare lo spettro della differenza di
civiltà per guadagnare voti in vista delle prossime elezioni presidenziali e
legislative del 2007. Certi argomenti non fanno che aumentare la rabbia di
avere genitori che sono stati colonizzati, sfruttati, esclusi, stigmatizzati e
rigettati. Ma le condizioni dei figli non sono tanto diverse: oggi in Francia
le principali vittime della disoccupazione sono proprio i giovani migranti. I
figli degli stranieri nascono con la sensazione di essere separati ed esclusi
dal resto del popolo francese, e a questo sentimento contribuiscono in maniera
decisiva la provenienza dai medesimi luoghi geografici e l’essere concentrati
tutti assieme in isole urbane, lontane dalle città e dove manca tutto. Questo
contesto naturalmente favorisce la malavita, e fa sì che siano proprio le bande
i nuclei di aggregazione dai quali parte la rivolta in atto.
- E i movimenti sociali come intervengono in queste dinamiche?
Ormai da molti anni in Francia i movimenti sociali aggregano i “sans
papiers”, i disoccupati, i precari, i senza casa. Ma la nostra lotta è molto
differente rispetto alla rivolta di questi giorni. Noi lavoriamo creando
organizzazione tra gli adulti e i giovani dei quartieri e abbiamo sempre scelto
di mobilitarci partendo da rivendicazioni concrete. Lavoriamo tutti i giorni
sul territorio, ma spesso siamo marginalizzati, e fatichiamo a far arrivare le
nostre proposte a tutta la popolazione giovanile. In questa fase la rivolta non
può che assumere un connotato violento, dato che esiste da molti anni una
violenza latente. Credo che oggi sia ancora più importante di prima lavorare
sul territorio, a stretto contatto con la gente, per riempire di politica e
obiettivi concreti il malessere diffuso che per ora si esprime in maniera
caotica. Si tratta di un lavoro estremamente difficile.
- La rivolta si estenderà o pensi che finirà nei prossimi giorni?
In questo momento non sarà la repressione a far cambiare la situazione.
Perseguire la via della durezza, come ha fatto finora Sarkozy, significa solo
gettare un bidone di petrolio sopra un incendio. Può intervenire la polizia,
può intervenire l’esercito, possono fare di tutto, ma non potrà essere la repressione
a frenare quello che sta accadendo, perché la rivolta ha radici troppo
profonde. Si può praticare la repressione in modo puntuale, selettivo, ma
questo non potrà ridurre la durata di un’esplosione che covava da decenni.
Quindi se non saranno prese decisioni politiche di fondo, e specialmente sul
tema dell’immigrazione, la situazione non ha possibilità di cambiare. Devono
soprattutto smetterla con il razzismo istituzionale. Leggi come quella
approvata il 23 Febbraio 2005 devono sparire. Questa legge fa un’apologia del
colonialismo francese nel nordafrica, e specialmente in Algeria, introducendo
nei programmi scolastici il concetto che l’Algeria fu colonizzata per il
benessere degli algerini. Quindi si va a spiegare ai bambini e ai ragazzi
algerini figli di migranti che i loro genitori sono stati colonizzati per il
loro stesso bene. Il malessere di questo paese, dopo tutto quello che è
successo, potrà lenirsi solo con la nascita di un dibattito pubblico che
sottolinei i buoni effetti dell’immigrazione e i pessimi effetti del
colonialismo, per fare in modo che i giovani inizino a uscire
dall’emarginazione in primo luogo sentendosi a tutti gli effetti parte
integrante della società francese.