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da Rebelion.org – 9/12/2005

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=23867

 

Sull’insurrezione delle periferie in Francia


Samir Amin e Rémy Herrera

 

Su ciò che è accaduto tra ottobre e novembre in Francia, in seguito alla morte in condizioni poco chiare di due giovani perseguiti dalla polizia a Clichy-sous-Bois, la cosiddetta insurrezione delle periferie” o “guerriglia urbana” che ha provocato la decisione del Governo Chirac-Villepin-Sarkozy di prorogare lo stato d’emergenza per tre mesi, è stato scritto molto, deformando quegli avvenimenti in parte o del tutto,


Il ridicolo si è raggiunto quando le ambasciate di vari paesi stranieri hanno trasmesso norme di sicurezza per i connazionali residenti in territorio francese. La Francia non è in fiamme. I disordini si sono verificati solo nei quartieri periferici più poveri del paese, nei grandi agglomerati urbani popolari, dove raramente si vedono turisti o uomini d'affari. I giovani che si sono ribellati si sono scagliati contro beni materiali, incendiando migliaia d’automobili, centri commerciali, commissariati di polizia, banche, etc. e non contro le persone, salvo l'eccezione delle forze dell'ordine. Qui la nostra intenzione non è di giustificare questi atti di violenza gratuita, soprattutto quando si sa che hanno colpito beni pubblici - scuole, trasporti pubblici, ecc - ma cercare di comprendere le ragioni di questa ribellione.


Anche senza accettare le forme che ha assunto, molti Francesi comprendono quest’esplosione di ribellione, e per dirla tutta, se l'aspettavano come qualcosa di inevitabile. Sappiamo tutti che questa nostra società (capitalista) non offre niente a questi giovani: né condizioni di alloggio soddisfacenti, né un'educazione che permetta loro di ottenere un impiego stabile, né la speranza di promozione sociale, né riconoscimento, né ascolto. La relazione più tangibile di questi giovani con lo Stato capitalista, consiste nei controlli polizieschi, a volte brutali, sempre ingiuntivi ed umilianti, basati sull'aspetto esteriore.


Molti osservatori hanno fatto sentire le loro voci, a ragione, contro la repressione, ma in genere lo hanno fatto limitandosi a concentrare le critiche sul ministro degli Interni, in campagna per le elezioni presidenziali del 2007. È evidente che la sua dimissione, da sola, non risolverebbe i problemi dei sobborghi. Le provocazioni di Sarkozy - che pretendeva di pulire con “getti d’acqua ad alta pressione” le strade “dall’immondizia che le sporca”, sono state prese come insulti e come una manifestazione di odio contro i poveri - che poi è quello che sono - dagli abitanti delle periferie.. Sono le classi popolari nel loro insieme, quelle che soffrono e resistono all'offensiva distruttiva del neoliberalismo che si sono sentite chiamate in causa.

 

Secondo alcuni, la lettura di questa ribellioni è basata solo su criteri di razza e religione.

Ciò significa dimenticare che questa ribellione espone essenzialmente un problema di classe.

Si tratta di una ribellione di giovani urbani precarizzati, che stanno imparando il significato della lotta di classe a forza di colpi che assestano loro gli apparati repressivi di Stato: applicazione della doppio pena (prigione + espulsione), giustizia sbrigativa, giudizio immediato la notte stessa della detenzione e condanne con pene sproporzionate (un anno di prigione per avere incendiato bidoni di spazzatura, espulsione di titolari di un permesso di residenza arrestati dalla polizia), etc., La repressione che ha colpito questi giovani è una repressione di classe, diretta contro i poveri, contro il sottoproletariato, senza distinzione di origini. Che molti di loro siano di origine straniera, nordafricani e subsahariani soprattutto, non impedisce di vedere che il punto in comune di questi ribelli, tanto francesi quanto immigranti o stranieri, è la povertà. E quella si traduce, geograficamente, in un'urbanistica che li relega in queste zone di esclusione.


Questa repressione di classe, aggravata dall’odio razziale di alcune élite francesi che, autistiche e sazie di dividendi, opprime i giovani dei sobborghi, si spiega - fra l’atro - per un fatto spesso occultato. Perfino nella confusione di questa rivolta, le lotte di questi giovani - che sono anche popolo francese e nella sua maggioranza “gente normale” - sono portatrici di una scelta alternativa alla società attuale.

Quest’alternativa non è stata teorizzata, né concettualizzata, neanche spesso chiarita, ma si pratica, ed è in fase di applicazione nella dura realtà dei sobborghi, nell'inferno della vita quotidiana: fallimento scolare, discriminazione, disoccupazione, edifici rumorosi e deteriorati, trasporti pubblici deficienti e troppo costosi, scarsità di infrastrutture sociali e culturali, etc. L'alternativa di cui sono portatori questi giovani dei quartieri popolari è l'antitesi del progetto asociale della borghesia francese e delle élite europee, è l'opposto dell'apartheid urbano-razziale-sociale predicata dall'estrema destra di Lui Pen, rancorosa, xenofoba e reazionaria.

Questa alternativa si situa esattamente nel punto opposto dell'apartheid mondiale voluta dagli Stati Uniti, voluta da Bush. Il paradosso, ed una parte della difficoltà di capire il senso di questi scontri, proviene dal fatto che questi giovani sono alienati e sono completamente permeabili al modo di vita consumistico statunitense: invaghiti dal quel modo di vestire, mangiare, giocare, dai riferimenti culturali, ecc., ma causa l’antirazzismo vigente nelle periferie, respingono la modalità di esistenza degli Stati Uniti, cioè, la violenza di un sistema di segregazione popolare e di guerra.

Non si tratta della violenza di gruppi di giovani che incendiano automobili, ma di quella del primo Stato terroristico del mondo, in lotta contro i poveri. Benché la maggioranza di questi giovani ribelli non sia politicizzata, la loro azione è politica.

 

L'alternativa che si costruisce in questi città satellitari, e quella per cui lottano in prima linea questi giovani, insieme ai loro genitori, amici e vicini, è quella di una Francia meticcia, multicolore, aperta al mondo - specialmente al Sud, al Terzo Mondo -, una Francia forte ed orgogliosa delle sue differenze, cosmopolita ed accogliente. Una Francia che non dimentica che nel 1789, la sua Rivoluzione concesse un posto di deputato ad un tedesco (Anacharsis Cloots); che il Comune di Parigi ebbe nel 1871, rappresentanti polacchi (Wrobleski e Dombrowski); e soprattutto che milioni di stranieri diedero la loro vita per difenderla. Quello che questi giovani ci ricordano, fino alla furia di questi avvenimenti, è che la Francia è in pieno meticciato che Marianna ha la pelle bruna.

 

L'evidenza è visibile: nelle classi popolari, molti giovani e meno giovani, hanno già scelto da tempo. Oltre le difficoltà che affronta questo progetto antirazzista nei quartieri poveri, campi di battaglia sui quali si sviluppa il combattimento decisivo contro il razzismo, ampi settori popolari, compresi i ceti medi, hanno scelto in coscienza, con valore e tolleranza, di accettarsi, vivere e costruire insieme, nel rispetto dell'altro. La grande maggioranza dei giovani che si sono rivoltati è francese e non ha nessun bisogno d’integrarsi (d’altra parte, con chi?). Vogliono essere accettati e riconosciuti per quello che sono e quello che fanno: sono francesi come gli altri, e costruiscono la Francia di domani: una società di accettazione dell'altro, di meticciato.

 

Siamo molto lontano dal luogo comune di una Francia razzista, in corso di fascistizzazione sotto l'effetto delle tesi di Le Pen. Erede della Francia della vergogna, da Vichy all'OAS, della Francia di quest’Europa “indifendibile” - come diceva Aimé Césaire - il Front National rinacque agli inizi degli anni 80, da un Mitterrand desideroso di rompere l'influenza del Partito Comunista Francese. Il Fronte Nazionale crebbe sull'abbonamento nauseabondo della storia della borghesia francese, quella della schiavitù, della colonizzazione, della collaborazione coi nazismi e l'imperialismo. E Le Pen riuscì ad imputridire quello che il neoliberalismo aveva impoverito. E la vittoria contro di lui nel 2002, grazie anche a quella gioventù variopinta dei sobborghi che seppe ugualmente mobilitarsi e dire ”no” in maggio al referendum sulla Costituzione Europea, furono decisive per la difesa dei valori della Repubblica e di quello che dal 1789 ebbero di universale. Il peso politico del FN non si deve ad un supposto razzismo del popolo francese, bensì piuttosto alla reazione delle frazioni estremiste della borghesia nazionale davanti all'opzione antiapartheid adottata e già praticata dai giovani dei quartieri popolari. E rimane ancora molta strada da percorrere prima che le nostre élite accettino di aprire il dibattito su quello che fecero soffrire al popolo francese e a tutti gli altri in passato: dalla schiavitù alle guerre coloniali, dal collaborazionismo di Pétain in Francia al sostegno delle dittature neofasciste del Sud.

Tanta strada resta da fare prima che si apra il dibattito su quello che le nostre borghesie, dirigenti transnazionali ed alti responsabili dello Stato, fanno alla Francia e al mondo: mantenimento di zone intere del paese nella disoccupazione e nella povertà, saccheggio imperialista del Sud con le sue imprese ed il suo Stato. Sono questi giovani dei quartieri periferici, che fanno fronte a Le Pen ed ai suoi sostituti della destra “moderata” per mezzo dei quali governa in modo indiretto. Sono queste città satellite, quelle che più soffrono dall'inizio degli innumerevoli disastri sociali causati dalla politica neoliberale imposta al popolo francese dagli anni ottanta, attraverso l’alternanza senza alternativa tra la destra tradizionale ed il Partito Socialista.

 

Ma la Francia è un paese democratico, dato che il suo Presidente è stato scelto dal popolo,

dall’82 %! Ed ora un 70 % dei francesi dichiarano di non avere più fiducia in lui! Hanno votato contro Le Pen, e Chirac ha sfruttato quella vittoria per fare la stessa cosa: sempre più neoliberalismo. Non si tenta di minimizzare qui l'importanza del voto. Ma se per la maggioranza dei Francesi la democrazia rappresenta farsi una passeggiata, una domenica all'anno, fino al seggio elettorale per fare la coda, in silenzio, lasciar cadere una busta nell'urna, in silenzio, e ritornare a casa, in silenzio, allora è ben poca cosa. Quando una minoranza impone una politica asociale alla maggioranza, non è democrazia. Votare perchè cambi solo ciò che è necessario affinché non cambi niente, non è democrazia. La coabitazione dell'antica destra, tradizionale, e la nuova destra (PS), l'una più neoliberale ed atlantista dell'altra, non è democrazia. È il “potere fuori dal popolo, senza il popolo, contro il popolo”; il capitalismo moderno, neoliberale; il potere delle finanze; cioè, una “democrazia di azionisti.” Abbiamo votato il 29 di maggio e detto “no” alla sottomissione atlantista delle élite europee, abbiamo votato “no” alla costituzionalizzazione del neoliberalismo in Europa, un no di classe, un no di speranza. E abbiamo vinto. Si è sentita la nostra voce? No. Furono tutti sconfitti, democraticamente; e tutti continuano a stare al loro posto, democraticamente? Come ci si può aspettare che i giovani delle classi popolari credano in questa finzione di democrazia, senza essere rappresentati da nessuno e potendo contare solo su loro stessi?

 

Così, dal 8 di novembre del 2005, nelle “zone sensibili”, per i ribelli, a volte minori, è lo stato d’emergenza; regime d’eccezione che, “in caso di pericolo imminente, risultante di attacchi gravi all'ordine pubblico” libera le autorità amministrative (i prefetti) del principio di legalità che regola normalmente la loro attività, mediante l'ampliazione dei loro poteri in forma di: proibizione di circolare, arresti domiciliari delle persone la cui attività risulti pericolosa per l'ordine pubblico, chiusura dei locali pubblici e di quelli per la vendita di bibite, proibizione di riunirsi mirando a causare o mantenere il disordine, controlli a domicilio giorno e notte, controlli di stampa, pubblicazioni, radio e cinema, competenza dei tribunali militari nei casi di delitti, di diritto comune, ecc. Cioè, una legge repressiva cui i “democratici” che ci governano ricorsero solo contro gli algerini nel 1955, o contro i “Canachi” di Nuovo Caledonia (1985). Nelle metropoli, non lo fecero nemmeno nel 1968. Sindaci di destre che impongono nei loro municipi il coprifuoco a partire dall'imbrunire (come ha fatto a Raincy Éric Rault, ex ministro UMP della città).

Ad eccezione di alcuni socialisti che si dichiaravano francamente soddisfatti delle misure adottate dal Governo, la sinistra nel suo insieme ha condannato questa escalation di repressione: Partito Comunista, Lega Comunista Rivoluzionaria, Verdi, Federazione sindacale unitaria, MRAP, Lega per i Diritti umani, Sindacato della Magistratura, Comitato di persone senza fissa dimora, Associazione di lavoratori magrebini della Francia, Centro di Studi ed Iniziative di Solidarietà internazionale, ecc. ecc. Le reazioni del Partito Socialista, invece, sono state per lo meno misurate: il primo segretario del PS, François Hollande, ha dichiarato che “l'applicazione della legge del 1955 deve limitarsi nel tempo e nello spazio” e che la sua proroga era “un brutto segno”. Nel novembre 2001, sua moglie, Ségolène Royal, allora viceministro per Famiglia ed Infanzia del governo Jospin, preoccupata dalla decisione del Consiglio di Stato ha detto: “Il coprifuoco è inammissibile... è un termine bellicoso.” Jean-Marc Ayrault, presidente del Gruppo Socialista dell'Assemblea nazionale, da parte sua, si è guadagnato i favori di un emiciclo di destre dichiarando”: in tali circostanze, le formazioni democratiche devono sapere concepire un patto di non aggressione.”

Certo molti giovani dei sobborghi, e di tutta la Francia, si trovano oggi completamente svincolati dalle lotte di emancipazione del movimento operaio francese e dalla memoria della sua storia. La scuola non insegna loro questa materia - e meno ancora le lotte dei paesi del Sud -, e neanche lo fanno i partiti ed i sindacati di sinistra. Ma quello che sicuramente è più grave ancora, è che molti militanti progressisti ignorano quasi tutto della storia e dell'attualità delle resistenze delle periferie e dell'immigrazione in Francia. Orbene, questi dispersi movimenti associativi, fastidiosi, in ebollizione, sono l'espressione autorganizzata della gente dei quartieri popolari, francesi e stranieri poveri mischiati che avanzano gomito a gomito per una trasformazione progressista della società. Queste lotte sorgono senza posa, dalle periferie alimentate dalla difficoltà delle condizioni di vita e di mancanza di lavoro, esplodendo dopo ogni intervento poliziesco. Queste lotte si sforzano di organizzarsi, strutturarsi, unirsi.

 

In Francia, la storia delle lotte degli abitanti delle periferie si mescola con quella degli immigrati. Affonda le sue radici, a partire dallo scatenamento della crisi degli anni settanta, nelle lotte degli immigrati della “prima generazione” venuti del Sud, che si organizzarono in gruppi autonomi col fine di difendere i lori diritti ed interessi sul posto di lavoro; Étoile nord-africaine, Mouvement de Travailleurs arabes, Maison des Travailleurs immigrés, ecc., Dall'inizio degli anni 70, gli scioperi della fame dei “clandestini” contro la Legge Marcelin, produsse varie decine di migliaia di regolarizzazioni. Nonostante una dura repressione, nel 1976, gli scioperi per gli affitti dei lavoratori delle case Sonacotra, in protesta contro alcune condizioni di alloggio deplorevoli, dopo quelle di famiglie intere nelle “città di transito”, permisero di strappare nuovi alloggi.

Queste lotte si rafforzarono negli anni 80, di fronte agli effetti sociali devastatori del neoliberalismo e la crescita del Fronte Nazionale, con la comparsa dei movimenti di giovani delle periferie e dell'immigrazione della “seconda generazione.” Nel 1982, una serie d’aggressioni di carattere razzista e di oltraggi polizieschi causò la creazione, tra le altre cose, dell'Association Gutenberg, in Nanterre, che contribuì a coordinare le azioni di resistenza contro il razzismo, le discriminazioni e l’autorganizzazione delle lotte degli abitanti dei quartieri popolari. Questi ultimi si mobilitarono a poco a poco intorno ad una moltitudine di associazioni ed iniziative, soprattutto nelle regioni di Parigi e Lyon. In seguito vi furono gli scontri tra giovani e forze dell’ordine a Minguettes, Vénissieux, e l'appello “Polizia e giustizia uguali per tutti” di una serie di associazioni di quartieri: Zaama d´Banlieue, a Lyon; Lignes parallèlles, a Vaulx-in-Velin; o nei sobborghi parigini Wahid Association e il Collectif des Mères des victimes de crimes racistes et sécuritaires. Il 1983 è un momento di inflessione: le associazioni di Minguettes, (SOS Avenir in particolare), lanciano l'iniziativa di una grande marcia pacifica “a favore dell'uguaglianza dei diritti e contro il razzismo”, che in ottobre parte da Lyon a raggiunge Parigi in dicembre, mobilitando oltre 100.000 persone. Con sorpresa di tutti, l'impatto di questa marcia fu enorme, con effetti positivi, come l'instaurazione della “carta di residenza di 10 anni”, e negativi, specialmente l'avviamento da parte del Partito Socialista della macchina di recupero elettorale dei movimenti della città dormitorio, ed in primo luogo dei giovani. L'illustrazione più completa di questa manipolazione delle richieste dei giovani fu la nascita dell'associazione SOS Racisme nel dicembre del 1984. Nata nei saloni dell'Elíseo, si avvantaggiò di mezzi materiali considerevoli, oltre agli appoggi di Matignon (Fabius), la Gioventù Socialista, i mezzi di comunicazione (Libération e Le Matin), intellettuali e pubblicitari mediatici, ecc. La breccia continuava ad allargarsi irrimediabilmente tra le associazioni istituzionalizzate (organizzazioni di sinistra) antirazziste, cattoliche, ecc., ed i movimenti delle periferie che operavano sul campo. Tra questi, il Collectif Jeunes, creato alla fine del 1983, si fece conoscere nella regione parigina per le sue azioni di scontro: occupazioni (ipermercati, sedi di giornali), un dibattito organizzato tra il MRAP ed il PS, conferenze stampa nei locali della Prefettura di polizia di Parigi, manifestazioni di solidarietà con gli operai immigranti licenziati in conflitti fra patronato e sindacati nelle fabbriche di automobili Talbot (a Poissy) e Renault (a Flins), che provocò la rottura definitiva col PS e l'antirazzismo da salotto. I vari movimenti continuavano ad essere tuttavia isolati, inchiodati nelle loro rispettive zone, divisi tra di loro. Nelle Giornate nazionali dei giovani delle periferie e dell’immigrazione, nel giugno del 1984, a Bron non fu possibile raggiungere l'unità. Troppi conflitti dividevano la dinamica globale. Uno dei punti di divergenza tra le associazioni era la posizione in merito alla difesa dei giovani (francesi o stranieri), con precedenti penali, quello che costituiva, per esempio, una parte del lavoro di Convergence 84, nata dal Collectif Jeunes di Parigi, o di Jeunes arabes di Lyon et banlieues (JALB), mobilitatisi già nel 1985 contro il disegno di legge di Pasqua.

Negli anni novanta ebbe luogo un nuovo sviluppo delle associazioni e dei comitati di quartieri, qualcosa di più organizzato, autonomamente, sulla base di rivendicazioni sociali e politiche, specialmente nei sobborghi di Parigi; Mureaux, Nanterre, Mantes-il-Jolie, Goussainville, Vitry-sud-Seine, e di Lyon (Vénissieux) Vaulx-in-Velin. A Parigi, si costituì un collettivo interurbano, Résistance Banlieues, col fine di aiutare gli abitanti nei rapporti con la polizia, la giustizia, l'amministrazione dei quartieri sociali, ecc. Con l’appoggio di ex membri del Collectif Jeunes, una nuova generazione di militanti delle classi popolari sorse dalle città periferiche e l'immigrazione si organizzò. Uno dei gruppi più attivi è il Comitato National contre la Doppia Pena (CNDP), creato nel 1990 a Ménilmontant, 20º arrondissement di Parigi. Mediante l'occupazione di locali (da parte di SOS Racisme) di prefetture, aeroporti, scioperi della fame e manifestazioni d’appoggio a giovani precari condannati, condussero ad una legge repressiva ed ingiusta, Legge Sapin del dicembre 1991. A Lyon, dopo gli scontri di Vaulx-in-Velin (1989- 90 scoppiati dopo nuovi oltraggi) si formò un comitato contro le violenze poliziesche e la manipolazione informativa nel quartiere Agorà del Ma-du-Taureau. La sua radicalizzazione militante condusse ad una lunga serie di conflitti tra quest’associazione ed i poteri locali (prefetto e sindaco), Fondo di azione sociale, centri sociali, ed anche un avvicinamento col CNDP e le frazioni di movimenti parigini più antichi: Gutenberg, e lioneses (Lignes Parallèles, JALB). Le Giornate nazionali dei sobborghi, nel 1992, confermano questa convergenza delle due associazioni, e la rottura col JALB, satellizzato (non senza problemi) dai Verdi. Così come avevano fatto irruzione, insieme, in un dibattito sulla città (“Banlieue 89”), organizzato a Bron dal PS e presieduto dal presidente Mitterrand, i suoi militanti intraprendono, gomito a gomito, una serie di azioni di solidarietà nei quartieri: servizi giuridici permanenti ed assistenza di avvocati, appoggi scolare ed aiuti nella ricerca di impiego, ecc. Nelle elezioni municipali del 1995, Agorà ed altre associazioni si uniscono per presentare una lista locale, “Choix vaudais” che ottiene quasi il 20 % dei voti a Ma-du-Taureau, seguendo l'esempio di Jeunes Objectif Bron (1989).

 

Il Mouvement dell'immigration et des banlieues (MIB), sorto dopo una convegno nazionale di giovani svoltosi nell'ufficio di collocamento di Saint-Denis (maggio 1995), è il prodotto di questa storia di lotte delle periferie. Prosegue la ricerca, già iniziata prima, dell'autonomizzazione e la partecipazione degli abitanti dei quartieri popolari, cercando di instaurare un rapporto di forze il meno sfavorevole possibile. Il MIB analizza anche i metodi di resistenza all'alienazione capitalista, al fine di cercare di emancipare i giovani dal loro rapporto di odio-amore davanti alla società del consumo. Gli obiettivi dichiarati del MIB consistono nel sostenere e riunire i protagonisti della lotta nelle periferie, contro la discriminazione, le aggressioni razziste, la violenza poliziesca, la doppio pena, le espulsioni di stranieri, in favore dell'alloggio, l'impiego, il rispetto della libertà di culto, il controllo del futuro da parte delle popolazioni, ecc., ma anche nel formulare una strategia di azione e rappresentanza politica. Da lì lo sforzo per restituire la memoria delle lotte delle periferie e degli immigrati, e contestualizzare i problemi concreti nel quadro delle relazioni di forza internazionali, spiegazione degli aggravamenti successivi della repressione dopo la guerra del Golfo nel 1991, durante l'Intifada, dopo la “lotta contro il terrorismo”, gli attentati dell’11 di settembre del 2001, e ancora, dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003.


Evidentemente, le proposte devono essere formulate in modo sufficientemente ampio affinché permettano l’articolazione con le pretese di altri movimenti sociali di lotta apparsi negli anni novanta: l'Association Droit au Logement (DAL), creata nel 1990 in occasione dell'occupazione di immobili per famiglie sloggiate, a Piacila della Réunión nel 20º arrondissement di Parigi; il Comitato di Sans-Logis (CDSL), creato nel 1993 per aiutare le persone in stato di grave precarietà e i poveri molto isolati; l'associazione Droits Devant! (Dd!!), creata nel dicembre del 1994; Agir contre le chômage! , AC, ; il Groupe d'Intervention et di Soutien aux Immigrés (GISTI); l'appello Appel des “Sans”, lanciato il 20 dicembre 1995, tra i grandi scioperi operai contro il neoliberalismo; il Mouvement national ded Chômeurs et des Précaires; l'Association pour l'Emploi, l'Insertion et la Solidarité (APEIS), etc.

 

Far convergere le richieste di tutti questi diversi movimenti non è facile, ma esistono molti punti di convergenza; per esempio, l'impiego. Nelle periferie, molti giovani, pur avendo le carte in regola, non trovano lavoro (il tasso di disoccupazione è superiore al 20 % tra i giovani, e di circa il 50 % tra quelli di origine africana, fatto che si spiega, tra l’altro, per la persistenza di una discriminazione diffusa e multiforme); le loro richieste di impiego si lasciano da parte perché provengono da un gruppo sociale sul quale gli impresari proiettano i pregiudizi negativi, ed anche perché nel mercato lavorativo in Francia (come negli altri paesi capitalisti del Nord) l'offerta di lavoro clandestino rifornisce costantemente gli impresari della confezione, dell'industria alberghiera, dell’edilizia. Flussi di immigrazione clandestina sono praticamente costanti, dall'introduzione del neoliberalismo. Così, i giovani “con documento” d’identità francese o soggiorno, e i giovani “senza documenti” sprovvisti di documenti” sono in una situazione di competizione nella ricerca di impiego, per maggiore beneficio dei capitalisti. La repressione, che molto raramente colpisce solo questi, si abbatte invece sui lavoratori clandestini, minacciati da decreti di espulsione, rinchiusi in centri di detenzione, espulsi con la forza dal paese e perfino ricollocati in competizione con nuovi lavoratori clandestini portati dalle reti organizzate del capitale.

 

È ora che la sinistra francese manifesti la sua solidarietà con questo sottoproletariato supersfruttato, con questi giovani precarizzati delle periferie. Sebbene questo popolo periferico non costituisce, certo la totalità della sua base sociale, senza di quello la sinistra non sarà mai più davvero popolare. Quello che è in gioco in questa solidarietà con le rivendicazioni dei giovani dei sobborghi, consiste nell'articolazione delle lotte tradizionali dei lavoratori francesi - siano francesi di origine, nati dall'immigrazione o stranieri - con quelle degli altri settori delle classi popolari: precari, detenuti, clandestini, persone senza casa, senza diritti. C'è sicuramente in ciò, per la sinistra francese e per tutti i progressisti, un'opportunità storica di ricostruire nella modernità alcune posizioni di classe chiare, uno spirito rivoluzionario ed un internazionalismo dei popoli.

 

Saremmo romantici e un tantino ingenui se credessimo che già oggi si pongano le condizioni oggettive e soggettive di una trasformazione radicale ed immediata della società francese. Non si tenta di suggerire che questi giovani siano la staffetta del proletariato dei centri capitalisti, o i riflessi delle periferie di un Sud in ebollizione. Non si tenta neanche di negare che molti di questi giovani aspirano semplicemente ad accedere alla società del consumo e a salire nella scala sociale della società capitalista. Non si cerca di nascondere il fatto che alcuni di essi non hanno altro obiettivo che la distruzione, restituire colpo su colpo a questa società iniqua e repressiva che li esclude. Non si tenta di idealizzare le pretese che portano a queste ribellioni, queste forme di violenza, d'altra parte quasi sempre dirette contro gli stessi abitanti delle periferie città satellite. Ma benché questi giovani in disobbedienza non formino partiti, benché continuino a suscitare molta sfiducia e una certa inquietudine nel resto del paese, la sinistra deve vedere in essi ad degli alleati per la necessaria trasformazione progressista, sociale e democratica della Francia, e non solamente una riserva di voti per le prossime elezioni.

 

 

Samir Amin è presidente del Forum du Tiers Monde e del Forum Mondial des Alternatives

Rémy Herrera è ricercatore del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e docente all'Università di Parigi 1 - Panthéon-Sorbonne

[3] gioco di parole, a partire da “beur”, persona di origine magrebina, francese figlio di genitori magrebini, e “bourgeoisie” borghesia.

 

 

Traduzione dallo spagnolo di FR