www.resistenze.org - popoli resistenti - francia - 17-05-07

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Una riflessione dei comunisti greci sui risultati del primo turno delle elezioni in Francia
 
Dimitris Koutsoumpas
 
8 maggio 2007
 
L’articolo (di cui abbiamo tradotto la versione in francese) di Dimitris Koutsoumpas, dell’Ufficio Politico del CC del Partito Comunista di Grecia (KKE), è stato pubblicato il 24 aprile nel giornale del partito Rizospastis.
 
I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia ci permettono di trarre alcune conclusioni utili di portata più generale.
 
Da tempo la Francia, l’Italia, ed altri paesi europei registrano alcuni punti di contatto. Nel corso degli ultimi decenni, il potere di governo vede alternarsi partiti cosiddetti “neoliberali, conservatori, di destra” e partiti o alleanze di partiti cosiddetti “socialdemocratici, di centro-sinistra, di sinistra”. In altre parole si registra un’alternanza centro-destra/centro-sinistra, in un quadro comunque di collaborazione tra questi partiti, sia attraverso una tacita tolleranza reciproca, sia mediante l’espediente di un’alternanza nell’esercizio di una pseudo-opposizione, e talvolta addirittura con la presenza in agglomerati comuni (Germania), quando gli interessi e i rapporti di forza più in generale lo impongano.
 
I partiti “comunisti”, operai, di sinistra in questi paesi, e in questa occasione il Partito comunista francese, sia con liste autonome, nella veste di “critici dall’opposizione” verso la socialdemocrazia, che in collaborazione con essa a livello governativo, alla fine si ritrovano sempre più coinvolti nel gioco della partecipazione al governo, a rimorchio della socialdemocrazia.
 
Essi, con le loro politiche, contribuiscono a dare forza ai fattori obiettivi che intrappolano le masse popolari, che le portano ad adattarsi e ad integrarsi, riducendo le loro rivendicazioni.
 
Il voto in Francia, malgrado l’alto tasso di partecipazione e l’inasprimento dei problemi sociali che provocano il malcontento dei lavoratori, non ha ottenuto come risultato la condanna da parte dei lavoratori e degli strati popolari più poveri di una politica che arreca minacce alla loro esistenza e ai loro interessi. Quella politica che è favorita proprio dal bipartitismo, sotto forma, nel caso della Francia, di centro-destra/centro-sinistra.
 
Va da sé che tanto la politica di Sarkozy (“destra”) che quella di Ségolène Royal (“centro-sinistra”), ma anche quella di Bayrou (“centro-destra”) o di Le Pen (“estrema destra”) esprimono unicamente gli interessi del capitale, la strategia dei monopoli, dell’imperialismo, sia dell’UE che di quello transatlantico. La classe operaia e i suoi alleati devono collocarsi sempre all’opposizione di tali indirizzi a senso unico, costruendo una propria politica in piena alternativa.
 
I partiti che non contestano le caratteristiche generali di questo orientamento politico, che si limitano a rivendicare briciole per i lavoratori, che esprimono esigenze circoscritte a un limitato numero di concessioni e che non hanno assolutamente intenzione di arginare la tendenza generale alla regressione, non possono essere definite forze di autentica opposizione.
 
E’ questa, in definitiva, la politica che è stata attuata dalla candidata del Partito comunista francese, Marie-George Buffet (1,93%), dai candidati trotzkisti, Besancenot (4,18%) e Laguiller (1,32%), dall’altermondialista Bové (1,32%) e dagli ecologisti (1,14%).
 
Tale politica non si è manifestata improvvisamente la sera del risultato elettorale, quando questi partiti - con in prima fila Marie-George Buffet – si sono affrettati a dichiarare il loro sostegno incondizionato a Ségolène Royal, perché “non esca il candidato della destra Sarkozy”. Questa politica dell’ “ultima ruota del carro” ha caratterizzato il loro comportamento politico nel corso di tutta la campagna elettorale, attraverso una sostanziale identificazione con l’impostazione politica dei fautori dell’alternanza bipartitica tra i blocchi di centro-destra e centro-sinistra, pur presentando le dichiarazioni rilasciate alcune sfumature di secondaria importanza.
 
Per quanto riguarda Marie-George Buffet a proposito di questo punto, è rivelatrice l’intervista pubblicata dal quotidiano della Coalizione (SYNASPISMOS, partito di sinistra greco aderente alla “Sinistra Europea”, nota del traduttore), Avghi, il giorno stesso delle elezioni, in cui viene dichiarato: “Voglio che la destra sia battuta. Tutta la sinistra deve riunirsi attorno al candidato che dovesse trovarsi nella migliore posizione al 2° turno, perché la destra perda”. Di conseguenza, il suggerimento era “votate Ségolène” fin dal primo turno! E se non dovesse passare al primo turno, come avvenne nel caso di Lionel Jospin, allora riuniamoci tutti e votiamo la destra per non permettere che passi l’estrema destra! E così chiudiamo il cerchio.
 
Purtroppo questa politica non è una novità per i francesi di sinistra e per il PCF, sebbene nel nostro paese venga presentata come “nuova”, “innovatrice”, “moderna” e altro ancora. Dopo venti anni e più di collaborazione con i socialisti, alla classe operaia in Francia si presenta estranea la fisionomia del suo partito storico, le cui forze sono sempre più marginalizzate, fino a toccare l’1,93% dei voti.
 
Certamente i risultati elettorali non possono rappresentare l’unico criterio di giudizio. Ma noi li abbiamo presi in considerazione perché altre forze politiche insieme alla stampa in Grecia utilizzano l’argomento secondo cui, se il KKE avesse seguito la medesima tattica del “rinnovamento”, come il PCF, avrebbe potuto ottenere risultati ancora migliori nelle urne. Dopo i risultati in Francia, sembrerebbe che le cose non stiano proprio così.
 
A titolo di paragone, oggi ricordiamo semplicemente le ultime tornate elettorali, senza risalire più lontano nel tempo, perché ciò avrebbe bisogno di un’analisi più approfondita, che intendiamo sviluppare in un prossimo numero di Rizospastis.
 
Così dunque, nelle presidenziali del 1995, il candidato del PCF, Robert Hue, aveva ottenuto 2.632.936 voti, ossia l’8,6% dei suffragi. Nelle presidenziali del 2002, il numero dei voti per il PCF è crollato a 960.480, una quota del 3,37%. Nel 2007, e malgrado l’aumento della partecipazione, il PCF ottiene appena 707.327 voti, l’1,93%.
 
Tutto ciò non è arrivato all’improvviso. Questo arretramento è il risultato della strategia e della tattica del PCF, della sua progressiva trasformazione opportunista. E’ dovuto alla sua politica “di puntello” della socialdemocrazia, una politica incapace di cogliere l’approdo definitivo dello slittamento conservatore della socialdemocrazia in corso da decenni, che ha subito un’accelerazione negli ultimi 20 anni, anche come conseguenza del rovesciamento del sistema socialista. Tutto ciò non è certo dovuto al caso. Il PCF non ha saputo cogliere in tempo e analizzare nel modo giusto le ristrutturazioni avvenute in tutto il mondo capitalista, in tutti i paesi dell’UE, di vedere che rappresentavano una necessità propria del sistema e che tanto il “centro-destra” quanto il “centro-sinistra”, sia i partiti “neoliberali” che quelli “socio-democratici”, non hanno altra scelta che quella di percorrere la strada della gestione borghese, che si trova all’opposto degli interessi popolari, e di favorire unicamente gli interessi della plutocrazia e i profitti dei grandi gruppi monopolistici.
 
Ne consegue che sono proprio i partiti che adottano una tale politica, che non contestano e non si ritrovano su posizioni di rottura rispetto all’orientamento politico generale, quelli che fanno costantemente arretrare gli obiettivi del movimento popolare sulla base di un “realismo” che si pretende consenta “di trovarsi nel cuore degli sviluppi e in una collaborazione di governo o di altro tipo con la socialdemocrazia nel confronto con il neoliberalismo” (!!!), e che portano enormi responsabilità.
 
E queste responsabilità hanno a che fare, tra l’altro, con il fatto che una simile politica ritarda lo sviluppo della consapevolezza e della combattività popolari, indebolisce la cooperazione nelle iniziative di lotta, permette che le forze popolari vengano usate dalle forze dell’alternanza bipartitica, quale che sia il mascheramento da esse adottato. Così, il rapporto di forze negativo sul piano politico si estende al campo sociale con, conseguentemente, uno sforzo sistematico di integrazione e di neutralizzazione del movimento operaio e, più in generale, popolare, operato dalle maggioranze che controllano gli organi centrali del movimento oppure di canalizzazione nei diversi “forum” di integrazione dell’espressione radicale del malcontento delle masse popolari.
 
La linea rivoluzionaria di un partito comunista, la proposta alternativa di tutte le forze che vogliono parlare a nome della “sinistra” sono radicalmente contrarie alla logica del mercanteggiamento, della trattativa condotta dietro le spalle del popolo. Non rappresenta certo una soluzione scegliere un partito dell’alternanza per collaborare con esso, ottenendone in cambio la partecipazione ad un governo, alla gestione della politica conservatrice. Un partito comunista deve combattere il “centro-destra” e il “centro-sinistra”, dal momento che esso lotta perché il popola giunga veramente al potere, per organizzare l’economia popolare, perché le ricchezze prodotte dal popolo passino finalmente nelle sue mani.
 
Un partito comunista non deve assolutamente sostenere le guerre imperialiste, la violenza e la repressione imperialista contro i popoli e i paesi che vogliono percorrere la propria via di sviluppo in opposizione alle multinazionali (al contrario di ciò che hanno fatto i governi di centro-sinistra in Italia e in Francia). Il Partito della classe operaia e del cambiamento socialista ha il dovere di avvertire il popolo sulle conseguenze negative della politica dell’UE, ha il dovere di non farsi fagocitare nei meccanismi di integrazione, come invece fanno i partiti di quella “gabbia europeista” che ha preso il nome di “Partito della Sinistra Europea”. Un partito comunista deve mettere in guardia contro il cambiamento delle frontiere e il ruolo negativo delle organizzazioni imperialiste internazionali, come la NATO.
 
Gli esiti negativi dell’esperienza delle elezioni francesi devono rappresentare una lezione anche per la Grecia. Le proposte politiche dei partiti che sono membri della “Sinistra Europea”, come la Coalizione (SYNASPISMOS) in Grecia o il PCF in Francia, non portano a fuoriuscire da una cornice antipopolare. In diversi paesi europei e del mondo, i modelli e le soluzioni dei governi “anti-neoliberali” di centro-sinistra hanno avuto un esito rovinoso in tutte le loro versioni. Questa potrebbe rappresentare la più importante conclusione da trarre dalle ultime elezioni presidenziali in Francia.
 
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare