www.resistenze.org - popoli resistenti - francia - 15-06-26 - n. 965

E' ora di farla finita con il capitalismo-imperialismo!

Partito Comunista Rivoluzionario di Francia (PCRF) | pcrf-ic.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/06/2026

Il 21 maggio 2026, il primo ministro Lecornu ha annunciato alla stampa una serie di misure destinate a vari settori economici che devono far fronte all'aumento dei prezzi del carburante conseguente alla guerra in Medio Oriente. Si tratta di 710 milioni di aiuti supplementari, previsti per 3 mesi, giustificati dalla sua principale preoccupazione: «Il Paese deve funzionare», sullo sfondo di una previsione categorica: «La guerra durerà, in una forma o nell'altra». Al di là del carattere ingannevole e irrisorio di questi aiuti, finanziati da «un certo numero di risparmi» (sic), le parole di Lecornu sono esemplificative di ciò che è il capitalismo nella sua fase imperialista: un regime orientato esclusivamente agli interessi dei propri monopoli e delle proprie imprese e che ricorre alla guerra duratura, in varie forme, come soluzione alla propria crisi sistemica.

Una crisi subita e pagata dalle masse popolari

Quando parliamo di crisi sistemica, non ci riferiamo a un presunto declino che colpirebbe il nostro paese, mettendolo alla mercé di altri paesi più «potenti»; abbiamo infatti ampiamente dimostrato, in particolare nel nostro giornale Intervention communiste, come lo Stato borghese francese assicuri posizioni dominanti ai propri monopoli e alla propria oligarchia finanziaria, in particolare attraverso il trasferimento di denaro pubblico: una politica che favorisce lo sfruttamento dei lavoratori, lo sviluppo dell'apparato militare e contratti redditizi a livello internazionale. Parliamo di una legge economica propria del capitalismo-imperialismo, la cui classe sfruttatrice, nella sua ricerca permanente del massimo profitto, genera le condizioni per la propria messa in discussione e poi per il proprio rovesciamento da parte della classe operaia e dei suoi alleati.

Le condizioni a cui ci riferiamo derivano innanzitutto e direttamente dallo sfruttamento padronale e dal suo braccio governativo: salari e condizioni di lavoro sono oggetto di numerose lotte, talvolta vittoriose; altre lotte, come quelle recenti dei pescatori, degli agricoltori o dei lavoratori dei trasporti su strada, prendono di mira il nostro governo che, dal canto suo, non cessa di preservare i profitti delle imprese a scapito dei lavoratori; prendiamo l'esempio del «bonus carburante» di 600 euro annui pietito, ma non imposto, alle imprese in favore dei dipendenti (sic) ed esente da imposte…

Queste condizioni sono al contempo attacchi ricorrenti contro le conquiste sociali (pensione, previdenza sociale…), contro i servizi pubblici (si pensi alle 3742 chiusure di classi nelle scuole per l'inizio dell'anno scolastico 2026, con un aumento del 60% rispetto al numero del 2025), e contro le libertà e i diritti democratici, come ha dimostrato in aprile il progetto di legge Yadan, che equiparava qualsiasi critica a Israele all'apologia del terrorismo (progetto respinto provvisoriamente in seguito alle 700.000 firme raccolte dalla petizione).

Sono anche quelle generate dalla fuga in avanti verso un dispiegamento militare e un'economia di guerra che riattivano la barbarie che ha portato ai massacri del XX secolo: si tratta sempre, da parte degli Stati borghesi, di alimentare e arricchire i «mercanti di cannoni», come dimostrano ad esempio gli 800 miliardi di euro del piano «ReArm Europe», prelevati dai contribuenti europei per sostenere gli investimenti privati a favore del complesso militare-industriale (in Francia sono 700 miliardi cumulati nelle ultime due leggi di programmazione militare); si tratta anche di normalizzare, di banalizzare il ricorso alla guerra e persino il genocidio (Gaza, Cisgiordania, Iran, Libano: quale misura di opposizione ai massacri di massa da parte del tandem Macron-Lecornu?), cercando di cooptare i giovani (in particolare quelli provenienti dai ceti popolari, maggiormente colpiti dall'abbandono scolastico) in un vasto piano di reclutamento delle forze armate (40.000 reclutamenti previsti nel 2026, contro i 27.500 del 2025, ovvero un aumento del 31%...).

La crisi del sistema capitalista si manifesta anche attraverso tutte le forme di violenza e l'enfasi sulle varie catastrofi, di cui mostriamo regolarmente l'origine sociale ed economica, ma che vengono strumentalizzate dalla politica e dai media dominanti: a livello nazionale è interminabile la litania quotidiana di fatti di cronaca, di «casi» sordidi e di minacce sanitarie (doposcuola, Bruel, Lyhanna, narcotraffico, hantavirus, record di caldo, ecc.), mentre le lotte dei lavoratori trovano poca risonanza, con l'effetto di confondere le coscienze, alimentare una certa disperazione se non addirittura un senso di impotenza che diventa un freno alle mobilitazioni. Infine, questa crisi è anche quella del fallimento politico della democrazia borghese, come dimostrano, elezione dopo elezione, i tassi record di astensione e, in questo momento, lo spettacolo desolante del «ballo dei pretendenti» (non meno di una trentina!) alle presidenziali, a conferma della dimensione autocratica e antidemocratica di questo regime istituzionale.

Lottare, mobilitarsi per rifiutare di pagare la loro crisi!

Mentre cominciano a fiorire le promesse dei candidati alle presidenziali su presunte soluzioni legislative e governative alla crisi, i comunisti, come i sindacalisti di classe, affermano, prove storiche alla mano, che ogni conquista sociale può essere strappata solo con la forza delle lotte extraparlamentari: è proprio ciò che ha dimostrato l'esperienza del Fronte popolare, di cui festeggiamo il 90° anniversario, in cui le mobilitazioni di massa hanno permesso un fronte unico, dapprima contro il pericolo fascista, poi per i notevoli progressi nel mondo del lavoro.

È quindi pericolosamente illusorio pretendere, come fa ancora la CGT in occasione del suo 54° Congresso all'inizio di giugno, che lo Stato (che, ricordiamolo, non è quello del popolo ma quello della classe dominante, la borghesia) avrebbe un ruolo «protettivo» o «compensatorio» da svolgere per riparare agli effetti della crisi, in particolare in materia di potere d'acquisto e di salvaguardia dei posti di lavoro. In questa situazione particolarmente difficile per la classe operaia, che si vede privata, su scala nazionale, di un sindacalismo di classe capace di federare e organizzare efficacemente le lotte nel lungo periodo, il ruolo dei comunisti rivoluzionari è fondamentale: con la loro presenza attiva e solidale, alle porte delle aziende e al loro interno, i comunisti intendono essere i migliori difensori degli interessi della classe operaia, collegando le sue rivendicazioni alle questioni politiche per aprire una prospettiva sociale realizzabile attraverso il rovesciamento del capitalismo.

Ma nell'attuale contesto di scontro esacerbato tra potenze imperialiste, le cui principali vittime sono le masse popolari, questa prospettiva deve aprirsi e rafforzarsi a contatto con gli altri popoli, e in particolare con quelli che resistono alle aggressioni imperialiste, come i popoli palestinese, cubano, iraniano e libanese, ai quali dobbiamo esprimere ogni giorno la nostra solidarietà internazionalista e proletaria. Infine, non c'è nulla di più attuale e urgente della realizzazione del famoso slogan marxista: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!»


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