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- popoli resistenti - gran bretagna - 11-05-26 - n. 963
Lo sciopero generale del 1926: potenziale rivoluzionario, tradimento riformista e lezioni per oggi
Morning Star | morningstaronline.co.uk
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
04/04/2026
Lo sciopero generale mise in luce il potere della classe operaia e i limiti della sua leadership, scrive il dott. Dylan Murphy (*)

Trasmissione delle notizie, durante lo sciopero generale del 1926, presso un centro governativo per il mantenimento dei servizi essenziali
Il tentativo della classe dirigente britannica di contrastare, contenere e minare il tenore di vita della classe operaia negli anni '20 raggiunse il suo apice nel più grande scontro di classe della storia britannica: lo sciopero generale del 1926.
Non si trattò di una semplice vertenza sindacale su salari e orari di lavoro: fu un momento di immenso potenziale rivoluzionario.
La classe operaia britannica si trovava sulla soglia della vittoria ma è stata trascinata indietro proprio dai leader riformisti che sostenevano di rappresentarla. Per comprendere questa storica sconfitta, dobbiamo analizzare le forze economiche che resero inevitabile lo sciopero, l'energia rivoluzionaria scatenata dagli stessi lavoratori e le forze che alla fine li tradirono.
Dopo la Prima guerra mondiale, la crisi profonda del capitalismo britannico continuò senza sosta. Il governo restituì le industrie dell'economia bellica ai proprietari privati, che avevano sistematicamente omesso di investire nella modernizzazione.
La classe capitalista, di fronte al declino del proprio dominio globale, cercò di ripristinare i margini di profitto con un unico mezzo: un attacco brutale e sistematico al tenore di vita della classe operaia.
L'industria carbonifera era un paradigma di questo declino. I proprietari delle miniere di carbone, una classe parassitaria, si rifiutarono di investire nella modernizzazione, preferendo trarre il massimo profitto da miniere obsolete.
La decisione catastrofica di Churchill nel 1925 di riportare la sterlina alla parità prebellica del sistema aureo (Gold Standard) fu un atto politico di lotta di classe. La sterlina venendo sopravvalutata, penalizzava le esportazioni britanniche e rendeva necessaria una massiccia deflazione sotto forma di una campagna nazionale di tagli salariali.
La prima grande battaglia di questa guerra di classe fu combattuta e vinta nel luglio 1925, un giorno che passerà alla storia come il "Venerdì Rosso". I proprietari delle miniere lanciarono un ultimatum di serrata, esigendo riduzioni salariali a livello nazionale. I minatori, sostenuti dai sindacati della Triplice Alleanza [Miners' Federation of Great Britain (MFGB), National Union of Railwaymen (NUR), National Transport Workers' Federation (NTWF) n.d.t], si prepararono a uno sciopero generale.
Di fronte alla minaccia di un blocco nazionale, il governo conservatore capitolò. Concesse un sussidio di nove mesi per sostenere il livello salariale e nominò la Commissione Samuel per indagare.
Questa fu una vittoria temporanea per la classe operaia mentre per i capitalisti, il "Venerdì Rosso" rappresentò solo una ritirata tattica: lo Stato capitalista iniziò una preparazione sistematica per una guerra civile contro il proprio popolo.
Il governo istituì un'Organizzazione per il Mantenimento delle Forniture (OMF), concepita per reclutare un esercito di volontari della classe media e alta - i crumiri - che sostituissero gli scioperanti.
Circa 300.000-500.000 di questi volontari furono mobilitati per guidare autobus, scaricare navi e gestire centrali elettriche. La classe dominante organizzò le proprie forze con precisione militare.
In netto contrasto, i preparativi del consiglio generale del Trade Union Congress (TUC) furono un esempio di paralisi riformista. Il governo arrestò preventivamente 12 membri del Partito Comunista della Gran Bretagna (PCGB) nell'ottobre 1925 - tra cui otto dei dieci membri del suo esecutivo - accusandoli di diffamazione sediziosa e incitamento all'ammutinamento. Furono successivamente condannati a sei mesi di prigione.
Questo fu un duro colpo per l'avanguardia rivoluzionaria, volto a decapitare la parte più militante della classe operaia prima ancora che la lotta avesse inizio.
La dirigenza del TUC non fece nulla in risposta e si preoccupò più di prendere le distanze dal PCGB che di difenderlo. Non riuscì a preparare politicamente i lavoratori, insistendo sul fatto che lo sciopero fosse "puramente industriale", negandone così le implicazioni intrinsecamente politiche e rivoluzionarie.
Lo scontro inevitabile avvenne a scadenza dell'erogazione del sussidio. Il rapporto della Commissione Samuel avallò la richiesta dei proprietari di riduzioni salariali.
Il 30 aprile 1926, i proprietari delle miniere di carbone annunciarono una serrata contro tutti i minatori che si rifiutavano di accettare le nuove retribuzioni più basse e gli orari più lunghi. I minatori tennero duro con il loro eroico slogan: "Neanche un penny in meno, neanche un minuto in più".
Il consiglio generale del TUC, sotto l'enorme pressione della base militante, fu infine costretto a indire uno sciopero generale di solidarietà, a partire dal 3 maggio 1926.
La risposta della classe operaia fu a dir poco magnifica. Il primo giorno scesero in piazza quasi 1,75 milioni di lavoratori, paralizzando l'economia e dimostrando un livello di disciplina e di coscienza di classe che stupì il mondo.
Due giorni dopo la resa del TUC, i lavoratori in sciopero erano 100.000 in più rispetto all'inizio, a dimostrazione che la loro lealtà era verso la lotta di classe, non verso la burocrazia.
La caratteristica più rivoluzionaria di quei nove giorni fu il crollo dell'autorità capitalista in molte località e l'emergere di organi di potere dei lavoratori. Il potere reale era nelle mani dei consigli di categoria e dei consigli d'azione.
Questi comitati di sciopero locali, spesso guidati dai lavoratori più militanti, compresi i membri del PCGB, colmarono il vuoto di autorità. Nonostante la repressione e l'incarcerazione dei loro leader nazionali, i membri del PCGB sul campo organizzavano instancabilmente i consigli d'azione, guidavano i picchetti e pubblicavano bollettini locali sullo sciopero. Divennero il governo locale della classe operaia, funzionando come soviet rudimentali.
In zone come Newcastle e Tyneside, i consigli d'azione presero in mano la distribuzione di cibo e combustibile. Nessun veicolo poteva circolare senza un permesso firmato dal comitato di sciopero locale.
A Huddersfield, il consiglio sindacale locale, agendo come Comitato congiunto di sciopero, portò alla completa paralisi dell'industria e dei trasporti della città.
Le fabbriche tessili - pietra angolare dell'economia locale - furono chiuse completamente, a testimonianza della solidarietà dei lavoratori.
La classe operaia dimostrò, in quei nove giorni, di essere in grado non solo di fermare la vecchia società, ma anche di gestirne una nuova. Questo fu il momento di dualismo di potere, con la sfida all'autorità dello Stato capitalista lanciata direttamente dall'autorità nascente del proletariato.
La sconfitta dello sciopero generale non fu un fallimento dei lavoratori, ma un tradimento da parte della leadership riformista del TUC e del Partito Laburista.
La leadership del Partito Laburista guardò allo sciopero con aperta ostilità. Era terrorizzata dalle implicazioni rivoluzionarie del potere che la classe operaia aveva scatenato, temendo che potesse minare lo Stato capitalista.
In combutta con i leader riformisti del TUC, cercarono di sabotare il movimento dall'interno. Anziché guidare la carica contro lo Stato capitalista, questi presunti rappresentanti del movimento operaio cercarono disperatamente un compromesso per ripristinare l'ordine borghese.
Il 12 maggio, con un atto di profondo tradimento, il TUC revocò incondizionatamente lo sciopero generale, senza consultare i minatori o i lavoratori che erano ancora in sciopero.
Alla sconfitta seguì un'ondata di vendetta capitalista. Durante quei nove giorni, furono arrestati circa 5.000 lavoratori, di cui circa 1.000 erano membri del Partito Comunista. In seguito, migliaia di sindacalisti militanti furono vittime di ritorsioni e inseriti nelle liste nere dai datori di lavoro.
Lo Stato consolidò la sua vittoria con la reazionaria Legge sulle controversie di lavoro e sui sindacati del 1927, che mise fuori legge gli scioperi di solidarietà e i picchetti di massa.
Il fallimento dello sciopero generale non fu quindi un fallimento della classe operaia, ma un fallimento della sua leadership. La classe operaia non disponeva di un partito di massa, disciplinato e rivoluzionario, capace di trasformare il potere spontaneo dei consigli d'azione in una corsa consapevole al potere statale.
Lo stesso PCGB era una forza minore, con solo 5.000 iscritti all'inizio dello sciopero, sebbene l'adesione raddoppiasse a oltre 10.000 in seguito. La politica del Comintern di sostenere il Comitato anglo-russo - un blocco con i leader riformisti del TUC - creò confusione politica nel PCGB e gli impedì di mettere in guardia il movimento operaio dall'imminente tradimento del TUC. Nemmeno era riuscito a costruire un movimento di base per strappare la guida della lotta dalle mani dei traditori alla guida del TUC.
Il significato storico dello sciopero generale del 1926 risiede nella dimostrazione del potenziale rivoluzionario della classe operaia. Uno sciopero generale non è una mera tattica industriale; è un atto politico che pone la questione del potere.
Oggi siamo di fronte alla stessa crisi del capitalismo e la stessa spinta a farne pagare lo scotto ai lavoratori. Dobbiamo imparare le lezioni del 1926 per garantire che la prossima volta che la classe operaia insorgerà, non sia condotta alla resa, ma alla vittoria e all'instaurazione di una società socialista.
*) Dylan Murphy è uno storico del movimento operaio che ha studiato la storia del PCGB e la sua lotta contro il fascismo per la sua tesi di dottorato
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