Elezioni in Germania: Linkspartei e “Questione comunista”
di Marcello Graziosi
Ragionare con pacatezza del voto tedesco di domenica 18 settembre non è semplice. Troppi sono gli elementi che si intrecciano col dibattito politico generale italiano e con quello che attraversa la sinistra radicale in particolare; troppo forti le tentazioni di “tirare” l’analisi a partire dalle proprie convinzioni personali, trascurando elementi di contesto e peculiarità del sistema politico tedesco.
Se alle precedenti elezioni del 22 settembre 2002 la coalizione di governo
rosso-verde, in crisi di consensi a seguito della partecipazione
all’aggressione NATO contro la Repubblica Federale Jugoslava della primavera
1999 ed a causa di una politica economica e sociale moderata e sostanzialmente
subalterna alle compatibilità del capitalismo globale, è riuscita ad imporsi
sull’opposizione conservatrice e liberale (di misura ed inaspettatamente)
solamente dopo essersi schierata con decisione contro i piani di “aggressione
preventiva” all’Iraq da parte della coppia Bush-Blair, il ripetersi di un
simile scenario alle elezioni anticipate del 18 settembre 2005 era davvero
difficile da prevedere. Troppo grande il vantaggio accumulato dalle forze di
destra; troppe le tensioni create a sinistra, soprattutto tra i sindacati,
dalle riforme del mercato del lavoro e dello stato sociale approntate dal
governo (Hartz IV ed Agenda 2010).
Quando, nel giugno 2004, si è costituito un nuovo soggetto politico, la WASG
(Alternativa Elettorale per la Giustizia Sociale), guidata da Lafontaine (ex
Ministro delle Finanze, cacciato nel marzo 1999 da Shroeder) ed in grado di
raccogliere componenti importanti del movimento per la pace e del mondo del
lavoro, i destini di Shroeder parevano segnati.
A Washington, forse, pregustavano già una vittoria della Merkel ed un
conseguente riavvicinamento della Germania ad un atlantismo più ortodosso; a
Londra un governo tedesco in grado di accelerare le riforme liberiste (come
sancito nel programma elettorale di cristiano-democratici, cristiano-sociali e
liberali) e di sostenere i disegni blairiani di una “nuova” UE, ligia ai voleri
di Washington, in sostituzione della “vecchia” Europa, del nascente
imperialismo europeo incardinato sull’asse franco-tedesco. La non vittoria delle
forze conservatrici e la non sconfitta di Shroeder sono giunte come un fulmine
a ciel sereno: la reazione della Casa Bianca si è tradotta in un gelido
silenzio, mentre da Londra Blair ha preferito ragionare delle scandalose
elezioni afgane, dimenticandosi dei tedeschi. Chi brinda è, con ogni
probabilità, il presidente russo Putin, che a pochi giorni dal voto tedesco ha
concluso con Shroeder un accordo per la costruzione di un gasdotto sotterraneo
tra Vyborg e Greifswald, lunghezza 1200 chilometri, in grado di fornire 27,5
miliardi di metri cubi di gas annui a Germania ed Olanda (in prospettiva 55
miliardi), evitando il passaggio attraverso le Repubbliche Baltiche e la
Polonia. Un chiaro segnale politico non solamente sul terreno della futura
Europa, all’interno della quale alcuni paesi dell’Est (entrati a far parte
dell’Unione dal maggio 2004) si sono schierati apertamente con l’asse
Washington-Londra per contrastare l’intesa Parigi-Berlino-Mosca, ma, più in
generale, sull’intero e sempre più complesso scacchiere della geopolitica del
petrolio. “Un progetto molto geopolitico – ha commentato Caracciolo, direttore
della rivista italiana di geopolitica Limes -: grazie alla futura pipeline la
Germania dipenderà vitalmente dalle forniture energetiche russe, configurando
un asse strategico di prima grandezza. Polacchi e baltici, scavalcati dal
gasdotto, gridano alla “nuova Rapallo”. Gli americani prendono nota, in attesa
di stabilire come sanzionare l’intesa russo-germanica, che rimette in questione
il senso stesso del trionfo atlantico nella guerra fredda”[i].
Al termine di una dura campagna elettorale, la Spd di Shroeder ha ottenuto in
rimonta il 34,3% dei consensi (-4,2 rispetto al 2002) e 222 seggi (-29). I
Verdi, parte del governo uscente insieme ai socialdemocratici, sono rimasti in
linea di galleggiamento: 8,1% (-0,5) e 51 seggi (-4). Dalla parte opposta
l’alleanza CDU-CSU della cancelliere “in pectore” Merkel, favorevole ad
accelerare le riforme del mercato del lavoro e dello stato sociale in senso
liberista (a partire da un’unica aliquota fiscale, geniale proposta del
ministro delle finanze “in pectore” Kirchhof in piena campagna elettorale), si
è fermata ad un deludente 35,2% (-3,3) e 225 seggi (-23). Nonostante il
sostegno indiretto del clero cattolico e dello stesso Benedetto XVI, la CSU ha
perso qualcosa come dieci punti percentuali in Baviera, segnando la fine
dell’arrogante e razzista Stoiber, già sfidante di Shroeder alle precedenti
elezioni politiche. A poco è servito, ai fini del cambio di governo, il buon
risultato ottenuto dai liberali (Fdp) del giovane Wasterwelle (7,4% - + 2,4 – e
61 seggi - + 14 -).
A sinistra della coalizione di governo uscente si è presentato il Linkspartei,
erede diretto del Partito del Socialismo Democratico (Pds, ex Sed, al potere
nella RDT fino al 1991), che, in alleanza con la WASG, ha raggiunto l’8,7% e
conquistato 54 seggi, 3 dei quali in collegi uninominali (tutti a Berlino).
Conclusione: per la prima volta dalla riunificazione un’organica rappresentanza
politica collocabile a sinistra della Spd è entrata in forze nel Bundestag,
elemento questo che costituisce la vera novità dell’attuale quadro politico
tedesco (nel 2002 la Pds aveva ottenuto il 4,3% e soli 2 seggi uninominali,
registrando un 6,1% e 7 eletti alle Europee dello scorso anno).
Se questi sono i numeri, la Germania deve inventare un governo, anche solo per
portare il paese a nuove elezioni. Se questi sono i numeri, ancora, è vero che
le elezioni hanno decretato la sconfitta di chi, a destra come a sinistra, ha
teorizzato drastici ridimensionamenti dello stato sociale e dei diritti del
lavoro in nome delle compatibilità del capitalismo globale. Con buona pace (e
disperazione, in alcuni casi) dei grandi teorici del mercato globale e delle
solo apparentemente asettiche “riforme” necessarie per il sistema, dei singoli
paesi come a livello europeo[ii]. La
colpa? Per molti opinionisti e politici nostrani le responsabilità andrebbero
individuate nel sistema elettorale tedesco, non più in grado di garantire la
governabilità ad ogni costo[iii]. Su
questo occorre intendersi, perché la discussione è aperta anche in Italia,
stante il fallimento ormai evidente del bipolarismo imperfetto ed artificiale
introdotto con le riforme dei primi anni ’90 del secolo scorso. Se in Germania
vi fosse stato il tanto agognato bipolarismo, probabilmente avrebbe vinto
l’alleanza conservatrice (soprattutto se in grado di ammantare il programma
liberista con un poco di sano populismo di destra), come reazione alla
delusione del governo rosso-verde, ma molti elettori avrebbero deciso di non
esercitare il loro diritto al voto. Il risultato elettorale in Germania
testimonia, al contrario, la complessità dell’attuale fase politica a livello
internazionale come europeo, la complessità dei processi in atto, le diverse
spinte che animano le società dei paesi a capitalismo avanzato. Assai più
difficile risulta, su questo terreno, individuare risposte, anche se sarebbe
sbagliato, pericoloso ed inutile tentare di impedire l’emergere della
contraddizione attraverso artifici tecnici e meccanismi elettorali, quali
ipotetiche riforme del sistema tedesco in senso maggioritario. Ha ragione
Castellina quando afferma: “L’instabilità che si è creata per l’assenza di una
indicazione governativa certa, il voto l’ha solo registrata, non l’ha creata”.
E prima: “Alla nostra destra piace infatti molto un sistema che come in Gran
Bretagna e negli Stati Uniti consente di governare con proporzioni risibili:
Blair con il venticinque per cento degli aventi diritto, Bush con qualche
decimo in più. Con buona pace di quella stessa maggioranza che resta senza
rappresentanza politica alcuna, mortificati od addirittura espulsi dal sistema
democratico”[iv].
La domanda è, a questo punto, brutale: siamo sicuri che questo modello piaccia
solo “alla nostra destra” e non vi siano invece assai meno netti elementi di
trasversalità (chi non ricorda il referendum per l’abolizione del recupero
proporzionale e le pulsioni maggioritarie che ancora attraversano in forze il
centro-sinistra italiano)?
Tra le forze politiche tedesche in grado di superare la soglia del 5% il
Linkspartei, com’era prevedibile, si è caratterizzato per il maggiore
scostamento tra est ed ovest. Nei territori della ex RDT la Pds-Linkspartei ha
ottenuto il 25,4% (dal 17 precedente), piazzandosi davanti alla CDU ed a soli
cinque punti percentuali dalla Spd. Le cifre sono da capogiro: secondo partito
in Sassonia Anhalt (26,6%, +12,2), in Turingia (26,1%, +9,1) ed in Barndembrugo
(26,6%, +9,3); al 23% (+6,9) in Sassonia, al 23,7% (+7,3) in
Meclemburgo-Pomerania Occidentale ed al 16,4 (+5) a Berlino.
Ad ovest, l’alleanza elettorale Pds-WASG si è fermata al 4,9%, raggiungendo di
fatto lo sbarramento ma soprattutto, elemento incoraggiante per il futuro,
ottenendo risultati assai superiori alla media nelle roccaforti operaie e nei
grandi centri urbani. A partire dal 18,5% (+17,1) della Saarland, terra di
Lafontaine. L’alleanza ha superato la soglia del 5% anche nei lander di Brema
(8,3%, +6), Amburgo (6,3%, + 4,2), Renania-Palatinato, Assia e Nord-Reno
Vestfalia. Sotto la soglia, pur se in crescita, i risultati ottenuti in Bassa
Sassonia (4,3%), Shleswig-Holstein (4,6%) e, soprattutto, Baden Württemberg
(3,8%) e Baviera (3,4%).
Positivi anche i consensi ottenuti nella regione operaia della Ruhr (intorno al
6%), a Kaiseslautern (8,8%), Francoforte (tra il 6,5 ed il 7%), Essen, Bochum e
Dortmund.
Questo risultato largamente positivo è stato favorito senza dubbio dall’atteggiamento dei sindacati tedeschi che, delusi dal pacchetto di riforme di Shroeder, per la prima volta non si sono espressi pubblicamente per il voto alla Spd. Al contrario, diversi quadri sindacali dei Ver.di e della IG Metall si sono candidati nelle liste della Linke.
Altro elemento interessante riguarda l’accordo elettorale che il Linkspartei ha
concluso con il piccolo Partito Comunista Tedesco (DKP), forza politica
collocata fino ad oggi ai margini del quadro politico tedesco. Candidati del
DKP hanno partecipato alle elezioni in rappresentanza della Linke in tre
collegi uninominali, mentre altri 11 sono stati inseriti in posizioni diverse
nelle liste proporzionali.
Un’analisi disaggregata del voto, poi, favorisce l’emergere di un altro dato
importante, in grado di fornire una chiave di lettura non secondaria del voto
tedesco. In diversi territori il Linkspartei ha raccolto migliaia di voti
socialdemocratici in libera uscita, voti che, in caso contrario, sarebbero
andati dispersi od avrebbero finito per favorire l’astensionismo. Nella
Saarland, ad esempio, la Spd ha perso il 12,6% rispetto al 2002, mentre la
Linke ha guadagnato il 17,1%; in Assia la Spd è arretrata di quattro punti
percentuali, recuperati in egual misura dalla sinistra radicale. Ad est, in
Turingia, il partito del cancelliere uscente è arretrato di dieci punti
percentuali, con la Linke che è avanzata di nove; dato non dissimile in
Brandemburgo. Questo elenco, che potrebbe continuare, conferma che se la
Germania ha votato in maggioranza a sinistra il merito è anche di chi ha
contrastato la deriva moderata delle politiche di governo rosso-verdi. “Con il
nostro impegno – ha affermato Gysi, dirigente storico ed esponente dell’ala
moderata della Pds- abbiamo impedito che l’Unione e i liberali governassero il
nostro paese”. Chi accusa, al contrario, la Linke di aver favorito la vittoria
parziale dei conservatori ed aver indebolito la sinistra tedesca, senza
peraltro spendere una parola sull’involuzione del governo rosso-verde, si
colloca in una logica strumentale, tutta interna ad uno schema, prima ancora
mentale e teorico che politico, legato ad un bipolarismo di comodo, attraverso
il quale tentare di rimuovere ed annullare l’analisi delle contraddizioni che
stanno emergendo all’interno dei paesi europei a capitalismo avanzato[v].
Quando, domenica 17 luglio 2005, 311 delegati hanno deciso (con soli 20
contrari ed 1 astenuto) di modificare il nome del Partito del Socialismo
Democratico in “Die Linkspartei” (Partito della Sinistra), si sono create
nell’immediato le condizioni per un’alleanza elettorale con la WASG di
Lafontaine e, in futuro, le potenzialità per la costituzione di un nuovo
soggetto politico di sinistra in Germania, prospettiva che, a fronte del buon
risultato elettorale conseguito, potrebbe anche subire un’accelerazione. Un
nuovo soggetto politico in grado di contendere alla Spd ufficiale, spostatasi
sempre più al centro, l’egemonia all’interno della sinistra di ispirazione
socialdemocratica. Se, oggi, il Linkspartei rifiuta con decisione qualsivoglia
ipotesi di coinvolgimento all’interno di una coalizione di governo, elemento
che da una parte aprirebbe forti contraddizioni in una struttura ancora fragile
ed impegnata in un percorso ancora largamente aperto e, dall’altra, impedirebbe
all’alleanza di capitalizzare lo scontento determinato da ipotetiche “grandi
coalizioni” o “governi colorati”, questo non significa non avere l’ambizione di
candidarsi in futuro a guidare il governo del paese.
Ciò che non può non apparire in tutta la sua evidenza, se consideriamo
l’aspetto strategico ed ideologico, è il segno moderato alla base dell’intero
processo che ha portato la Pds a tramutarsi nel Linkspartei, ad abbandonare
ogni riferimento al “socialismo” (e con esso al superamento del sistema
capitalistico) come prospettiva strategica, approdando ai lidi di un pensiero
riformista (socialdemocratico), seppure di sinistra. Logica, questa, che ha
pervaso anche la recente costituzione del Partito della Sinistra Europea, con
protagonisti alcuni partiti del GUE-NGL, a partire da una impostazione tutta
interna all’UE come solo modello possibile di Europa futura e da una
piattaforma collocabile nell’ambito delle elaborazioni e delle pratiche di una
socialdemocrazia di sinistra. Non a caso, ragionando del Linkspartei, si
utilizzano definizioni quali “rifondazione di un’alternativa di sinistra”
(Ambrosino) e “Rifondazione socialdemocratica” (Cadalanu). Ragionando della
“metamorfosi” tra Pds e Linkspartei, lo stesso Cadalanu afferma che essa
“avviene proprio per liberarsi del peccato originale, la discendenza dalla
“Repubblica operaia e contadina”, un marchio da “costruttori del Muro” che ha
sempre impedito al partito madre di riottenere credito ad Ovest”[vi].
Tutto questo non per gettare discredito sull’operazione compiuta, ma per collocare
ciascun pezzo al proprio posto ed evitare fraintendimenti, dal momento che
proprio su questo passaggio si è acceso nella sinistra di alternativa e
comunista italiana un dibattito troppo presto interrotto. In diversi
considerano quanto avvenuto in Germania una sorta di “modello” esportabile
anche alla frustrante realtà italiana, una sorta di necessaria boccata
d’ossigeno in un quadro complessivo sempre più asfittico. Forse non a torto.
Qualcuno, ancora, vagheggia una statica ricomposizione delle fratture
determinate nella sinistra dalla Rivoluzione d’Ottobre e la conseguente
costituzione di un “partito unico della classe operaia”. Al di là del fatto che
la storia ci insegna che di modelli e di elaborazioni astratte si può vivere ma
anche morire (il più recente ricordo corre ad Izquierda Unida, per anni
ritenuta “modello” ed oggi in profonda crisi, con gli aulici e pomposi vati di
allora – in parte gli stessi che oggi sposano il modello Linke – neppure in
grado di ragionare sulle cause dell’arretramento), occorre chiarire bene che
una “Die Linke” nostrana è destinata a cancellare la presenza autonoma ed
organizzata dei comunisti nel quadro politico italiano[vii].
Per chi continua a considerarsi comunista questo costituisce il cuore del
problema, il centro del ragionamento e della prospettiva, da affrontare però
senza elementi di staticità e liturgia, senza lezioni astratte ed ideologiche.
Senza dogmi, come nella migliore tradizione del materialismo storico. A partire
dall’assunto più scontato: l’Italia non è la Germania. Non solamente per il
diverso sistema elettorale (in Germania il voto è meno vincolato da rigidità
bipolari), non solamente per la diversa reazione determinata dallo spostamento
al centro della socialdemocrazia ufficiale (calo di iscritti e consensi,
abbandono di dirigenti e quadri intermedi, crescita di una opposizione di
sinistra in Germania – assai diverso il quadro in Italia), non solamente per la
giusta aspirazione della Pds a divenire sempre più un partito “nazionale” e non
confinato oltre l’Elba. C’è qualcosa di più e di diverso, e riguarda la diversa
storia del movimento operaio e comunista in Italia e nella Germania
Occidentale, che è divenuta il modello della Germania unificata dopo il 1991.
Se in Italia i comunisti, dalla “svolta” degli anni ’30 agli anni ’80, pur con
tanti limiti hanno contribuito in maniera determinante alla cacciata del
nazifascismo ed alla costruzione di un paese democratico, hanno guidato in
larga misura l’ingresso delle masse in politica e sono divenuti anche per questo
un grande partito, nella RFT i comunisti sono stati ridotti di fatto alla
clandestinità, elemento che contribuisce a spiegarne in larga parte dispersione
e debolezze attuali.
In Italia, ancora oggi, un partito comunista aperto ed autonomo, la “falce e
martello” se volessimo ragionare per immagini, avrebbe a disposizione un bacino
potenziale di consensi intorno al 10%, situazione che in Germania,
semplicemente, non esiste. Da qui dovrebbe partire, forse, una riflessione
sulle prospettive della sinistra comunista e di alternativa in Italia.
Una volta detto questo, però, occorre precisare che nemmeno l’autonomia dei
comunisti è un dogma e deve tradursi, se vuole avere prospettiva strategica,
dalla potenza all’atto. Senza voler approfondire (non sarebbe questa la sede
opportuna), la storia ci insegna che le potenzialità oggettive non si traducono
in atto se manca l’elemento soggettivo, nel nostro caso un soggetto politico
all’altezza, un progetto all’altezza. Se i comunisti non legittimano la loro
presenza e la loro autonomia nella società (in Italia come in Europa),
ponendosi alla testa delle lotte più avanzate, organizzando una classe operaia
sempre più frammentata e multietnica, dando voce anche al crescente malcontento
delle classi medie, la loro autonomia è “oggettivamente” a rischio. Da una
parte l’elaborazione teorica sull’attualità e le prospettive del socialismo nel
XXI° secolo, dall’altra la mobilitazione delle masse su obiettivi concreti e
contingenti. Il periodo di più forte consolidamento del PCI si è determinato
nel momento in cui alla prospettiva rivoluzionaria si è affiancato un lavoro di
massa, in grado di mobilitare i lavoratori e le classi subalterne su obiettivi
precisi, immediati e straordinariamente concreti Argomento, questo, che richiederebbe
specifici momenti di analisi ed approfondimento (e che in questa sede è utile
solamente accennare).
Un lavoro lungo e difficile ma fondamentale, senza scorciatoie possibili. In
assenza del quale, però, è la storia che ti condanna alla residualità.
[i] La citazione è tratta da L. Caracciolo, “La ‘Grande Germania’ un gigante paralizzato”, in “La Repubblica”, 20 settembre 2005. Salvo poi puntualizzare: “La vera novità geopolitica di Shroeder è stato l’allineamento con Parigi e Mosca. E il conseguente distacco da Washington. Non sappiamo quanto strategico, o semplicemente frutto del leggendario opportunismo (gli amici lo chiamano pragmatismo) del cancelliere uscente”.
Ulteriori precisazioni relative al gasdotto russo-tedesco, che coinvolge Gazprom da una parte e le società E.on e Basf dall’altra, in M. Alviti, “Se il gas russo va in Germania”, in “Il Manifesto”, 9 settembre 2005 ed in G.S. Frankel, “La corsa strategica al gas russo”, in “Il Sole 24 Ore”, 19 settembre 2005.
[ii] Tra i tanti, G. Vaciago, “Germania più divisa che mai”, in “Il Sole 24 Ore”, 20 settembre 2005 (tesi di fondo: l’incertezza è dovuta all’eccessivo gradualismo impresso da Shroeder alle riforme) e C. Bastasin, “Dopo il no francese, il nulla di fatto tedesco blocca l’Europa”, in “La Stampa”, 20 settembre 2005. Quest’ultimo articolo trasuda disperazione, lancia una sorta di “allarme rosso generale”: “Senza una svolta tedesca, non c’è speranza che Bruxelles riesca a far applicare la direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi, a rilanciare l’agenda di Lisbona, né a conservare il rigore rimasto nelle regole fiscali del nuovo patto di Stabilità. Tutti obiettivi condivisi da Angela Merkel. Ora bisogna chiedersi: una Grande coalizione, anche a guida cristiano-democratica, potrà far proprie politiche che non godono di popolarità?”.
[iii] Nella camera bassa (Bundestag) 299 seggi vengono attribuiti attraverso collegi uninominali, mentre altrettanti servono da recupero proporzionale, una sorta di compensazione tra i seggi conquistati con i collegi uninominali e la percentuale di voto realmente ottenuta nel paese. Lo sbarramento per accedere al recupero proporzionale è al 5%. Il Bundesrat, Camera Alta, è una sorta di Senato Federale.
[iv] L. Castellina, “Sorprese tedesche”, in “Il Manifesto”, 20 settembre 2005.
[v] Sui dati, C. Zambrano, “Lafontaine-Gysi fanno il pieno all’Est”; in “L’Unità”, 20 settembre 2005. Interessante e condivisibile anche quanto ha scritto Ignazi relativamente alla scarsa traducibilità politica immediata di questo voto maggioritario collocabile a sinistra (“«Sinistra plurale», vittoria solo di carta”, in “Il Sole 24 Ore”, 20 settembre 2005). Quanto a letture strumentali si veda G. Marsilli, che conclude il suo articolo affermando: “E’ stato così che ieri Lafontaine ha vinto, ed è stato così che la sinistra ha perso la maggioranza di governo” (“Contro la Spd la vendetta di Lafontaine”, in “L’Unità”, 19 settembre 2005).
[vi] G. Ambrosino, “Germania, la rifondazione della Pds”, in “Il Manifesto”, 19 luglio 2005. G. Cadalanu, “Berlino, la Pds cambia nome. Sfida post-comunista a Shroeder”, in “La Repubblica”, 18 luglio 2005. Sulla logica di fondo che ha pervaso la creazione del Linkspartei si segnala F. Giannini, “Il caso tedesco Die Linke e l’autonomia comunista”, in “Liberazione”, 31 luglio 2005.
[vii] Tra i ferventi sostenitori del modello “Linkspartei”, G. Migliore, “Il cambio di passo della Pds tedesca. Oltre il riformismo, per l’alternativa”, in “Liberazione”, 20 luglio 2005. Sul “partito unico della classe operaia” S. Valentini e G. Piga, “Da Bad Godesberg a Berlino, passando per Giorgio Amendola”, in “Liberazione”, 23 luglio 2005. In questo contesto si inserisce il contributo di Giannini citato nella precedente nota.