Dietro al revisionismo storico un nuovo asse guerrafondaio e militarista USA-Giappone
di Marcello Graziosi
Esiste un proverbio che recita “tutto il mondo è paese”, particolarmente
azzeccato se lo si rapporta all’immane ed ignobile ondata di revisionismo storico
che continua ad attraversare l’intero pianeta. Con un obiettivo tanto evidente
quanto esplicito: superare gli equilibri internazionali raggiunti al termine
del secondo conflitto mondiale, che hanno reso possibile, pur tra mille limiti
e difetti, la costituzione dell’ONU e la lotta di interi popoli e continenti
contro il colonialismo e l’imperialismo.
Oggi, a quasi quindici anni dalla disgregazione dell’URSS, diviene sempre più
evidente il tentativo da parte degli Stati Uniti (dal multilateralismo aggressivo
di Clinton alla guerra preventiva di Bush)
di costruire un nuovo ordine internazionale funzionale ai propri piani
di egemonia, sostituendo al diritto una logica unilaterale, destabilizzatrice e
militarista. Con il nascente imperialismo europeo, troppo debole forse per
smarcarsi con decisione dall’abbraccio mortale di Washington (l’Iraq insegna),
deciso a permanere nel solco tracciato negli anni della Guerra Fredda. Con
maggiore o minore dignità (la teoria delle “due gambe” di Prodi e del centro-sinistra
– modello Jugoslavia 1999 - o la subalternità totale di Berlusconi), la nuova
NATO e le relazioni transatlantiche non si toccano.
Per questo la gigantesca ondata revisionista colpisce al cuore la stessa
Europa, tanto che alle celebrazioni ufficiali del 60° anniversario dello sbarco
in Normandia non viene nemmeno invitata la Russia, nonostante i 25 milioni di
caduti sovietici nella lotta contro il nazifascismo. Così come nel maggio 2004,
nel contesto dell’allargamento della UE a 25 paesi, le istituzioni europee
fingono di non accorgersi del fatto che due nuovi stati membri, Lettonia ed
Estonia, non solamente impediscono le celebrazioni della vittoria sul
nazifascismo, ma consentono nell’anniversario dell’indipendenza dall’URSS i
cortei delle “Waffen SS”.
Per non parlare dell’Italia dove, nell’indifferenza di tanti, prima siamo stati
costretti a riflettere sulle ragioni dei “ragazzi di Salò” ed oggi il
Parlamento si accinge ad approvare un disegno di legge che prevede per essi lo
status di “belligeranti”, equiparandoli in questo modo agli eserciti tedesco ed
alleato ed alle forze partigiane. Non collaborazionisti del nemico ed autori di
stragi ignobili contro la popolazione civile, ma “belligeranti”. Per non
parlare della vera e propria manomissione in atto della Costituzione
Repubblicana, uno dei frutti migliori della Resistenza, processo iniziato da
anni ma che oggi raggiunge un livello mai visto prima.
Difficile immaginare che l’ondata di revisionismo, fondamentale per un progetto
di nuovo ordine mondiale funzionale agli interessi dell’imperialismo, potesse
risparmiare l’Estremo Oriente, con particolare riferimento al Giappone, da anni
impegnato a “rivedere” le proprie responsabilità di potenza occupante ed
alleata dei nazisti nel corso del secondo conflitto mondiale, rispolverando i
vecchi toni della propaganda imperiale e revanscista.
I nuovi libri di storia, il governo Koizumi e
l’asse con Washington
Esiste, in Giappone, dal 1997 una “Società Giapponese per la Riforma
dei Libri di Storia”, che annovera tra le proprie fila diversi esponenti del
mondo politico e uomini d’affari e gode dei finanziamenti di importanti
corporations quali Mitsubishi ed Isuzu, con l’obiettivo dichiarato di
incoraggiare il nazionalismo, tramutando letteralmente quella che è stata una
guerra di aggressione in una guerra di “autodifesa e sopravvivenza”. Così e
semplicemente. Una “sopravvivenza” che ha portato i giapponesi, al prezzo molte
volte di indicibili massacri, a Formosa (Taiwan) nel 1895, in Corea nel 1910 ed
in Manciuria nel 1931, mentre Ciang-Kai-Shek si preoccupava di attaccare
l’URSS. Successivamente, dopo l’incidente del Ponte di Marco Polo, l’
“autodifesa” ha spinto i giapponesi a conquistare in un primo tempo Pechino e
Nanchino (1937) e, dopo Pearl Harbour, ad invadere le Filippine e l’Indonesia,
il Sud-Est asiatico, Singapore e la Birmania, alleandosi poi con la Thailandia.
I nuovi libri di testo attribuiscono, inoltre, ai paesi invasi le
responsabilità dell’accaduto, a partire dagli avvenimenti del luglio 1937 in
Cina (300.000 morti), omettendo nel contempo tutte le atrocità commesse
dall’esercito di occupazione giapponese, incluso lo sfruttamento di quasi
200.000 schiave del sesso cinesi e coreane.
L’elemento che ha scatenato proteste in tutto l’Estremo Oriente, con dure
contestazioni di piazza in Cina, è stata la disponibilità del governo Koizumi
di consentire lo studio di questi libri di testo nelle scuole giapponesi. La
provocazione di un fanatico? Niente affatto, un lucido disegno, volto a
giustificare le ormai imminenti modifiche alla Costituzione del 1947, che
impedirebbe oggi al Giappone qualsiasi missione militare all’estero, dal
momento che consentono il mantenimento di un apparato militare solamente a
scopo difensivo.
“Dopo più di un decennio di stagnazione
economica – scrive John Chan sul World Socialist Web Site – la disoccupazione in Giappone ha raggiunto
livelli record, la garanzia di un’occupazione stabile sta scomparendo e le
disuguaglianze sociali invece stanno crescendo. Questi mutamenti hanno prodotto
maggiori tensioni sociali ed un maggiore distacco tra la popolazione e la
classe politica, che si riflette in una sempre minore partecipazione al voto.
Koizumi sta cercando di ricostruire una base sociale per il Partito Liberal
Democratico promuovendo una riedizione del nazionalismo e militarismo
giapponesi.
Contemporaneamente, Koizumi ha tentato di aggirare la cosiddetta clausola
pacifista nella Costituzione giapponese successiva alla Seconda Guerra Mondiale
che limita il ruolo dell’esercito all’immediata difesa del paese. Il fattore
chiave che ha consentito a Koizumi questa operazione è stato il sostegno
dell’amministrazione Bush, che ha incoraggiato il Giappone a modificare la
propria carta costituzionale, rafforzare il proprio apparato militare ed
assumere un ruolo più “attivo” nel Nord Est asiatico – contro la Cina in
particolare”[i].
In questa maniera, inoltre, il Giappone potrebbe esportare quella tecnologia
militare utile al completamento dello “scudo stellare” statunitense, con
Washington che otterrebbe la partecipazione di Tokyo al proprio programma di
difesa missilistica, assai costoso.
Argomento tanto interessante quanto complesso ed articolato, quello delle
relazioni nippo-statunitensi successivamente ad Hiroshima e Nagasaki.
Nonostante la clausola “pacifista” imposta nella Costituzione del 1947, il
successivo contesto determinato dalla Guerra Fredda, dalla vittoria della
Rivoluzione in Cina e dal conflitto in Corea pone il tema del “riarmo”
giapponese al centro degli interessi statunitensi. Dopo i Trattati di Pace e
Sicurezza sottoscritti a San Francisco nel settembre 1951, che consentono al
Giappone la costituzione di una Forza per la Sicurezza Nazionale con funzione
squisitamente difensiva, l’asse si salda con il nuovo Trattato del gennaio
1960, aprendo prepotentemente il dibattito relativo a possibili modifiche
costituzionali[ii].
Una prima, sostanziale accelerazione del processo di riarmo giapponese si
verifica a partire dal 1991, con la disgregazione del blocco sovietico e gli
Stati Uniti decisi a far valere la propria egemonia ed il proprio sistema di
alleanze. Se in Europa questo processo ridisegna in senso offensivo le funzioni
della Nato, in prepotente espansione verso Est (ex URSS, ex Jugoslavia, Medio
Oriente, Afghanistan), in Estremo Oriente esso passa attraverso un’alleanza con
il Giappone, trasformato in potenza regionale in grado di sostenere i piani
militari di Washington. Tokyo finanzia in parte la Guerra del Golfo e, dopo
aver approvato nel giugno 1992, non senza un dibattito lacerante, una legge
sulla cooperazione per la pace internazionale, partecipa alle missioni di
“peace keeping” in Cambogia, Timor Est, Repubblica Democratica del Congo,
Mozambico e Golan.
Tra la crisi di Okinawa (1995) e l’ingresso al governo dei liberali di Ozawa a
fianco dei liberaldemocratici (gennaio 1999), il 23 settembre 1997 vengono
adottate le nuove linee guida di cooperazione nippo-statunitense, che assegnano
alle forze di autodifesa di Tokyo “compiti mai avuti dalla seconda guerra
mondiale nello scacchiere dell’Asia orientale”: dalla garanzia di supporto
logistico alle truppe di Washington allo sminamento delle rotte marittime e
perquisizione di navi[iii].
Concetti ribaditi in un documento congiunto dell’ottobre 2000, ispirato dal
Vice-segretario alla Difesa Wolfowitz, tra i più stretti collaboratori del
presidente Bush[iv].
A seguito dell’avanzata delle opposizioni democratica e comunista (elezioni del
luglio 1998)[v],
all’interno del Partito Liberal Democratico emerge gradualmente una nuova
classe dirigente, con al centro l’attuale primo ministro Koizumi,
caratterizzata da un’immagine esterna di innovazione, efficientismo e populismo
ma segnata, assai più della classe politica precedente, dal nazionalismo e dal
militarismo. Una sorta di Berlusconi del Sol Levante, insomma, legato ai
settori più aggressivi dell’imperialismo nipponico, che non ha esitato a
visitare, subito dopo il proprio insediamento, il Santuario scintoista di
Yasakuni, dove sono sepolti alcuni noti criminali di guerra. Senza suscitare, purtroppo,
un’ondata di proteste simile a quella che ha colpito nel 1985 l’allora primo
ministro Nakasone, elemento che da allora aveva dissuaso altri dal tentare una
simile impresa.
Nonostante il permanere delle difficoltà economiche e finanziarie, aggravatesi
a partire dalla seconda metà degli anni ‘90[vi],
Koizumi individua abilmente nella “lotta al terrorismo” uno strumento
essenziale per poter realizzare il proprio progetto di modifica costituzionale
e riarmo. Dopo aver sostenuto la guerra in Afghanistan attraverso l’appoggio
navale, il primo ministro giapponese licenzia l’allora ministro degli Esteri,
Makiko Tanaka, la più influente tra le cinque donne presenti nell’esecutivo,
favorevole ad una maggiore autonomia del Giappone nello scacchiere asiatico. Non
contento, Koizumi, per la prima volta dal dopoguerra e nonostante l’opposizione
di larga parte dell’opinione pubblica, dispiega proprie truppe in un teatro di
guerra sostenendo l’aggressione unilaterale di Stati Uniti e Gran Bretagna
contro l’Iraq.
Se dalla società giapponese tornano gradualmente ad emergere segnali di critica
radicale alle politiche guerrafondaie e revansciste del governo, i rapporti di
forza all’interno del quadro politico sono peggiorati, con i Democratici ed i
buddisti del Komeito che, contrariamente a quanto accaduto alla fine degli anni
’90, tendono ad allinearsi ai progetti di revisione costituzionale proposti da
liberali e liberaldemoicratici, mentre solo socialdemocratici (scottati
dall’esperienza disastrosa di governo insieme al PLD tra il 1994 ed il 1996) e
comunisti si oppongono con fermezza e decisione, tentando di costruire un
movimento di massa in grado di opporsi al disegno militarista di Koizumi[vii].
Interessante, per concludere su questo punto, quanto scrive Philippe Pons,
inviato di “Le Monde”, all’indomani della nomina di Koizumi a capo del governo,
come riportato da Mario Pirani su “La Repubblica”:
“Oltre alle irrisolte questioni
economiche se ne pongono altre sull’orientamento generale del paese e sui suoi
rapporti con i vicini. La pubblicazione dei nuovi libri di testo dove si negano
fatti storici… hanno suscitato una seria tensione con i governi di Seul e
Pechino… Koizumi però fa orecchie da mercante visto che il suo ministro
dell’Educazione ha cauzionato il punto di vista degli storici e politici
revisionisti… Infine, mettendo sul
tappeto la questione della revisione della Costituzione, compresa l’elezione
diretta del premier, egli può sperare di eludere quelle riforme economiche che
implicano misure impopolari”[viii].
Se sul piano militare e geo-strategico potrebbe davvero determinarsi un
ipotetico asse nippo-statunitense, in funzione essenzialmente anticinese – pur
se da essi strumentalmente giustificato con la crescente pericolosità della
Corea del Nord -, in parte diversa si profila la situazione sul terreno delle
politiche economiche e commerciali, a partire dal fatto che “l’Europa, e in misura minore il Giappone, si
sono trovati quasi da soli a pagare il prezzo della caduta del dollaro”,
finalizzata a sostenere le esportazioni Usa e l’acquisto di azioni di Buoni del
Tesoro, svalutando nel contempo l’attuale debito estero, stimato in circa 3.000
miliardi di dollari[ix].
Al di là delle contraddizioni emerse nei primi anni ’90, agli Stati Uniti
interessa oggi rafforzare da ogni punto di vista il Giappone. Emblematico
quanto sostenuto alla fine degli anni ’90 da Luttwak:
“All’inizio degli anni Novanta, gli
americani avevano paura dei giapponesi. Temevano la potenza dell’economia
nipponica, la sua capacità di espansione. Tokyo era agli occhi degli americani
una macchina da guerra economica capace di comprare il mondo utilizzando i
surplus delle esportazioni… Gli americani vivevano nel terrore di essere
comprati dai giapponesi, classificati loro malgrado come «nemico principale»
(almeno in senso economico) degli Stati Uniti, anche perché la fine dell’Urss
ci aveva privati del Nemico assoluto… Oggi la situazione è completamente
cambiata. L’unica preoccupazione di Washington è che Tokyo esca al più presto
possibile dalla crisi economica e riacquisti il suo ruolo di fattore di
stabilità e sicurezza nell’Asia del Nord-Est. Giacchè il Giappone soffre oggi
una vera e propria depressione, anche se gli analisti esitano ad usare questo
termine. E le radici di questa mala pianta sono molto profonde”[x].
L’Estremo Oriente in subbuglio, tensioni
crescenti tra Tokyo e Pechino. Storico incontro tra Hu e Lien
Contro la decisione del governo giapponese di autorizzare la diffusione nelle
scuole dei libri di testo “revisionati” dalla Società sono stati diversi i
governi che hanno protestato, a partire da Cina e Corea del Sud. Nel più grande
paese asiatico, poi, dove l’occupazione giapponese è stata particolarmente
dura, diverse migliaia di persone, soprattutto studenti, sono scesi in piazza a
protestare per giorni a Pechino, Shenzhen, Shenyang, Hong Kong. Nel corso delle
proteste sono stati presi di mira ambasciate e consolati, creando un clima di
forte tensione con il governo di Tokyo, sostenuto apertamente dagli Stati
Uniti.
Con i massimi dirigenti del partito liberaldemocratico (proprio loro!) e
diversi organi di stampa in Italia che hanno accusato le autorità cinesi di
fomentare un’ondata di nazionalismo per distogliere l’attenzione dalle
crescenti contraddizioni aperte dal rapido ed impetuoso sviluppo dell’economia
cinese. Non una giusta ed indignata reazione ad una spudorata politica
revisionista e di potenza, ma uno scontro tra diversi nazionalismi, tutti sullo
stesso piano e censurabili. Con i media statunitensi pronti a vaticinare ed
auspicare una graduale trasformazione delle manifestazioni antinipponiche in
moti anticomunisti ed antigovernativi, sulla scia di quanto accaduto nel maggio
1919 ed evocando una nuova Tien an Men o l’ennesima “rivoluzione di velluto”
sul modello recente di Georgia ed Ucraina. Somma delusione, con il governo
cinese determinato a non subire pressioni sul piano esterno ed a lavorare
affinché le manifestazioni non degenerassero in gratuiti atti di violenza.
E’ del tutto evidente che questa crisi si inserisce in un contesto assai
delicato e potenzialmente esplosivo, con il Giappone impegnato a rivendicare un
peso maggiore nel contesto della riforma dell’ONU, sostenendo nel contempo le
aspirazioni indipendentiste del Presidente taiwanese Chen Shui-bian e
predisponendo trivellazioni in una zona contesa del Mar Cinese Orientale.
“Soltanto un paese che rispetta la
storia e si assume le proprie responsabilità ottenendo la fiducia dei popoli
dell’Asia e del mondo può assumersi maggiori responsabilità all’interno della
comunità internazionale”, ha commentato il Primo Ministro cinese Wen
Jabao.
Solamente un incontro al vertice tra il Presidente cinese Hu Jintao e Koizumi,
avvenuto il 23 aprile a Jakarta al margine della Conferenza dei paesi di Asia
ed Africa, ha impedito un ulteriore aumento delle tensioni, anche se la fase
rimane del tutto interlocutoria. Se tra il 1976 ed il 1987 il Giappone spendeva
al massimo l’1% del PIL per programmi di difesa, oggi Tokyo investe il doppio
rispetto a Pechino, individuato come antagonista strategico dal “National
Defence Program Outline” adottato dal
governo di Tokyo nel dicembre 2004. Mentre uno dei nodi principali sul tappeto
rimane Taiwan.
Nonostante i continui tentativi di destabilizzazione da parte degli Stati Uniti
a sostegno del progetto indipendentista dell’attuale presidente Chen, la
situazione a Taipei è oggi meno esplosiva rispetto al 2000. Alle presidenziali
del 21 marzo 2004 Chen ha vinto di misura, e non senza proteste di piazza
brutalmente represse, contro il candidato del Kuo-Min Tang, Lien Chan (50,1%
contro 49,9). Nonostante le minacce di Chen di organizzare un referendum per
sancire l’indipendenza di Taiwan dalla Cina, elemento che scatenerebbe una
durissima reazione militare cinese, il 23 agosto il Parlamento ha modificato
alcune norme per impedire modifiche costituzionali, mentre alle elezioni
parlamentari dell’11 dicembre Chen ha subito una cocente sconfitta, che gli ha
di fatto impedito l’acquisto di armi dagli USA per 19.600 milioni di dollari [xi].
Per tutta risposta nel febbraio 2005 si sono incontrati i ministri degli esteri
di Stati Uniti e Giappone, definendo Taiwan un fattore di reciproca sicurezza e
legittimando in questo modo eventuali e funeste provocazioni da parte
dell’attuale presidente Chen, in evidente difficoltà.
Assai importanti risultano, in questo momento delicato, le visite in Cina dei
due esponenti dell’opposizione taiwanese usciti vittoriosi alle elezioni, il
Presidente del Kuo-Min Tang, Lien Chan, a Pechino in questi giorni, e del
Segretario del Primo Partito del Popolo, James Soong, che visiterà “il
continente” dal 5 al 12 maggio. Obiettivo della visita di Lien è, di fatto,
chiudere una fase storica, caratterizzata dalla guerra civile, per aprire un
nuovo capitolo nelle relazioni tra i due partiti, al fine di favorire la
stabilità dell’area ed accrescere la collaborazione economica tra Pechino e
Taipei. Un evento che, senza alcuna enfasi, potrebbe essere definito “epocale”,
almeno per questa parte del mondo[xii].
Importante, da questo punto di vista ed in prospettiva, risulta la visita a
metà aprile di una delegazione cinese, guidata dal Vicepresidente
dell’Assemblea Nazionale del Popolo Lu Yongxiang, a Tokyo, dove ha incontrato i
vertici del Partito Comunista Giapponese, a partire dal Presidente del Comitato
Esecutivo, Shii Kazuo. Dall’incontro emerge chiaramente la necessità di
migliorare ulteriormente le relazioni tra i due partiti, rafforzatesi
ulteriormente in questi ultimi anni, lavorando per mantenere le relazioni
economiche tra i due paesi e tentando di isolare i progetti irredentisti del
governo giapponese, evitando la degenerazione violenta delle manifestazioni in
Cina, elemento che potrebbe condizionare in negativo l’opinione pubblica
giapponese, anche quella contraria alle modifiche costituzionali[xiii].
L’attuale atteggiamento del governo giapponese non preoccupa, però, solamente
Pechino. Nel settembre 2004 Tokyo rivendica con prepotenza la sovranità sulle
Isole Curili, suscitando un’aspra reazione da parte di Putin. Successivamente,
la Prefettura di Shimane istituisce il “Giorno di Takeshima”, rivendicando in
questo modo le Isole Dokdo (Takeshima in giapponese), appartenenti alla Corea
del Sud, suscitando violenti moti di piazza a Seul, che si sono ripetuti anche
in occasione dell’attuale crisi relativa ai libri di testo revisionisti.
“Se nel 1930 il Giappone era
pesantemente dipendente dall’importazione di materie prime, particolarmente il
petrolio, per sostenere il proprio poderoso appartato industriale
manifatturiero, oggi, dopo quindici anni di recessione e crisi economica,
alcuni settori dell’elite al governo sostengono una strategia più aggressiva ed
espansionista, con l’obiettivo di assicurarsi l’accesso a prodotti fondamentali
a basso prezzo, a forza lavoro e mercati. Non a caso i conflitti territoriali
con Cina, Russia e Corea del Sud coinvolgono tutti aree nei mari circostanti
che costituiscono potenziali fonti di approvvigionamento di petrolio e gas. Per
sostenere le proprie ambizioni, il Giappone deve essere in grado di esercitare
la propria forza militare”[xiv]. Si
accontenterà il Giappone, una volta sdoganato, della propria funzione di
potenza regionale?
Se questo è il quadro, gli Stati Uniti stanno di nuovo giocando col fuoco,
utilizzando ogni strumento possibile per impedire l’ascesa sulla scena mondiale
di paesi come Cina ed India, che, non a caso, hanno consolidato proprio in
questi giorni una politica di alleanza sulla base del reciproco interesse. Fino
a quando, poi, il quadro geopolitico complessivo nell’Estremo Oriente rimarrà
contraddittorio ma stabile è davvero difficile a dirsi. E la Cina non è più
quella del 1919 o del 1937.
[i] John Chan, “Japan stokes tensions with China”; in
World Socialist Web Sites (www.wsws.org), 16 aprile 2005.
[ii] Su questo, N. Puerto, “Per Tokyo l’esercito non è più tabù”; in “Limes”, n. 1/1999. Interessante la citazione della teoria dei “due ordinamenti” elaborata dal professor Hasegawa Masayasu, vicino al Partito Comunista, secondo la quale in Giappone coesisterebbero in realtà due ordinamenti giuridici, quello costituzionale e quello relativo al “sistema San Francisco”.
[iii]
N. Puerto, art.cit. Nel settembre 1995 una ragazza undicenne è morta dopo
essere stata violentata da tre marines, suscitando aspre manifestazioni
popolari, tanto che il governatore dell’isola si è trovato costretto a
rifiutare il rinnovo dei contratti per le basi Usa. L’allora primo ministro
Hashimoto è intervenuto obbligando il governatore a recedere ed intavolando
trattative con Washington per la restituzione della base aerea di Futnma.
Interessante quanto dichiarato dal Ministro della Difesa Hosei Norota (governo Hashimoto) nel 1999: “E’ possibile attaccare basi straniere anche prima che un danno sia stato inflitto al nostro paese, nel rispetto dei principi legali basati sul diritto all’autodifesa”. Una sorta di guerra preventiva ante-litteram, una riedizione teorica di Pearl Harbour (le dichiarazioni sono contenute in “Strappo del Giappone «Ci riprendiamo il diritto di attaccare»”; in “L’Unità”, 5 marzo 1999).
[iv] P. Symonds, “Washingotn fuels Japanese militarism”;
in World Socialist Web Sites, 25 aprile 2005. L’articolo, pur contenendo
alcuni giudizi sommari sulle ragioni alla base delle proteste in Cina, è molto
interessante sul piano dell’analisi complessiva delle relazioni
nippo-statunitensi.
[v]
E’ la fase di ascesa dell’Ulivo giapponese e della sconfitta della “Balena
Gialla” liberaldemocratica, dell’asse Prodi – Naoto Kan.
[vi]
Sono diverse le fonti consultabili sulle difficoltà strutturali e di contesto
dell’economia giapponese (a partire, almeno, dal 1998), coincidenti con
l’affermazione del capitalismo globale e con l’irrompere sulla scena mondiale
di alcuni paesi in via di sviluppo, a partire da India e Cina. Per un confronto,
anche di prospettiva, tra i sistemi economici statunitense, europeo (in
costruzione) e giapponese, dagli anni ’70 alla fine degli anni ’90, si segnala
R. Tartufi / L. Vasapollo, EuroBang. La sfida del polo europeo nella
competizione globale: inchiesta su lavoro e capitale; Media Print Edizioni,
Napoli 2000. Inoltre, R. Ferraro, “I Samurai dell’export: «E’ ora di
cambiare»”; in “Corriere della Sera”, 15 aprile 1998. Successivamente, sono
interessanti alcuni articoli di approfondimento usciti su “La Repubblica” a
cura di Federico Rampini (“Tokyo, decadenza e debiti «Siamo vicini al
fallimento»”, 9 marzo 2001 e “Tokyo, la decadenza del potere centralizzato”, 17
marzo 2001).
[vii]
Su questo argomento si sono incentrati i lavori della Terza Sessione Plenaria del
CC del Partito Comunista Giapponese (Tokyo, 6 e 7 aprile 2005), a partire dalla
relazione del Presidente del Comitato Esecutivo, Shii Kazuo. Una sintesi della
discussione e degli impegni assunti è reperibile sul sito del partito –
versione inglese - www.jcp.or.jp
Riguardo il dibattito politico relativo alle modifiche costituzionali, il punto maggiormente critico riguarda la “difesa collettiva”, centrale per gli Usa, con sostenitori, oppositori e fautori di un emendamento più prudente rispetto a quanto proposto dal governo, elemento destinato a complicare i piani di Koizumi.
[ix]
Su questo I. Warde, “La sorte del dollaro si gioca a Pechino”; in “Le Monde
Diplomatique / Il Manifesto”, n. 3, anno XII, marzo 2005. Questo articolo
contiene informazioni interessanti sulla voragine apertasi nel sistema
economico statunitense con la crescita esponenziale dei “deficit gemelli” (di
bilancio e commerciale) e su alcuni, conseguenti, scenari futuri a livello
globale di importanza rilevante.
[xi]
Il Partito Progressista Democratico di Chen ha ottenuto il 38% ed 89 seggi (101
complessivamente come coalizione), contro i 113 della coalizione di opposizione
formata dal Kuo-Min Tang (partito nazionalista, che ha governato la Cina dal
1911 al 1949, anno della vittoria della rivoluzione, e Yaiwan dal 1949 al
2000), 34,9% e 79 seggi, e Primo Partito del Popolo, 14,8% e 34 seggi.
[xii]
Sull’atteggiamento dei comunisti e del governo cinesi rispetto a Taiwan si
rimanda alla traduzione del documento finale dei lavori della Quarta Sessione
Plenaria del 16° Comitato Centrale, pubblicato sul n. 91 di Resistenze, che ha
completato il passaggio dei poteri da Jiang ad Hu.