www.resistenze.org - popoli resistenti - grecia - 13-02-04

da www.solidnet.org
traduzione dall'inglese di B.F.

Partito Comunista della Grecia al forum di Bombay
Dal CP di Grecia . 5 Febbraio 2004
http://www.kke.gr , mailto:cpg@int.kke.gr

“Impero” o Imperialismo?


Contributo del Centro di Ricerca Marxista – Grecia.
Seminario su “Nuovo imperialismo nel mondo di oggi”.  Bombay, 18 Gennaio 2004

Negli ultimi anni è emersa ed è venuta in primo piano, in una varietà di versioni, la teoria del così detto “Impero”, una teoria che si pone in completa opposizione all’elaborazione Leninista dell’imperialismo come ultimo stadio del capitalismo. Il nucleo di questa teoria è costituito dalla definizione di una presunta nuova realtà socioeconomica e politica che si è già instaurata globalmente, di un nuovo stadio nello sviluppo del capitalismo che ha sorpassato e preso il posto dell’imperialismo. La fonte di questo tipo di teorie, che sono nella loro essenza una ripetizione dei  più vecchi costrutti ideologici di apologia dell’imperialismo, deve essere ricercata nella più profonda errata percezione riguardo la natura delle forze produttive nell’era presente.

In questo senso, sono tipiche e molto indicative le opinioni che la realtà economica attuale sia “meno determinata dagli oggetti materiali che sono costruiti e consumati e più dai co-prodotti servizi e relazioni”, con il risultato che nella moderna economia, informatica e immateriale, la nozione della proprietà privata dei mezzi di produzione ha perso il suo significato e la classe lavoratrice “è quasi scomparsa dalla faccia della terra”. Sulla base di queste errate stime, queste teorie descrivono il così detto “Impero” come una “forma globale di sovranità, composta da una serie di organismi nazionali e soprannazionali governati dalla stessa logica di potere”. Una sovranità senza un centro territoriale di potere, senza conflitti e rivalità, che vede il potere ed il ruolo degli stati-nazione sminuito o del tutto abolito e dove “ la storia dell’imperialismo, delle guerre inter e anti-imperialiste è finita”.

Noncuranti di particolari sfumature nell’uso della nozione di “Impero”, la loro parziale o complessiva visione dello sviluppo globale, tutte queste opinioni promuovono all’interno del mondo della classe lavoratrice e del movimento popolare l’inaccettabile valutazione che il movimento non abbia più bisogno di avere una strategia e delle tattiche. Creano auto-inganni riguardo l’oggettiva realtà materiale dell’imperialismo, confondono e disarmano il movimento di fronte alla classe avversaria. Sostituiscono la necessità di un’avanguardia rivoluzionaria - i partiti Comunisti - con manifestazioni spontanee della così detta “moltitudine”. E’ per queste ragioni che noi consideriamo ci sia una necessità cruciale di confronto ideologico con queste opinioni, per rivelare l’attualità della teoria leninista dell’imperialismo nel mondo moderno e per mettere al centro del movimento le domande sulla posizione storica dell’imperialismo, che formano la materia dei compiti del movimento comunista.

Imperialismo: la realtà dello sviluppo del capitalismo odierno

Lenin, nel suo fecondo lavoro “Imperialismo, fase avanzata del capitalismo”, ha studiato in modo dettagliato le leggi che governano la transizione dalla fase pre-monopolistica del capitalismo a quella successiva, l’imperialismo. Ha descritto non solo i lineamenti economici fondamentali dell’imperialismo ma anche la sua posizione storica più avanzata, l’ultima fase del capitalismo, per il quale la storia ha in serbo il rovesciamento rivoluzionario da parte del socialismo. La realtà attuale dello sviluppo del capitalismo conferma e corrisponde pienamente ai lineamenti economici fondamentali dell’imperialismo come sono descritti nel lavoro di Lenin.

*Dai tempi di Lenin la crescita della centralizzazione  e della concentrazione di produzione e capitale ha fatto un balzo. I monopoli, specie quelli multi settoriali, hanno dominato sempre più decisamente nei mercati nazionali e nel mercato mondiale, tanto che oggi controllano più del 60% del commercio mondiale e il valore della loro produzione  arriva al 25% della produzione mondiale (dati 1999).

Comunque non può essere discusso - come fa la teoria dell’“Impero”- che i monopoli “tendono a convertire gli stati-nazione in semplici strumenti per registrare il flusso di beni, valuta e popolazioni che essi mettono in moto”. I monopoli, la potente unione dei monopoli, hanno tutti un determinante vincolo “nazionale”, prima e soprattutto nei tre centri imperialisti. I dati sono rivelanti. Più del 50% delle vendite dei monopoli sono dirette al mercato interno del paese in cui sono basati. E’ infatti la madre delle compagnie a controllare i patrimoni del monopolio su più larga scala.

La conseguenza dell’esistenza di questi vincoli “nazionali” è che i termini della riproduzione dei monopoli (livello dei salari e delle tasse, tassi del credito, misure protezionistiche, finanziamenti e sussidi di stato...) sono in primo luogo plasmati all’interno dei confini degli stati-nazione, attraverso le misure che regolamentano i monopoli dello stato. Allo stesso tempo, comunque, fonti di profitto sono anche perseguite nei mercati esterni, scenari aggiunti per cercare le condizioni della riproduzione di capitale  attraverso accordi interstatali e regolazioni a carattere di monopoli di stato.

Varie comparazioni tra i differenti settori del monopolio e gli stati che li supportano sviluppano una ferrea determinazione sulla base delle esigenze del capitale. Emerge con tutta evidenza la moderna realtà della competizione del monopolio e della competizione tra i poteri imperialisti dominanti che è stata descritta da Lenin. La proiezione delle opinioni che argomentano che, all’interno dei confini del così detto “Impero” i monopoli “scalzano il potere degli stati-nazione”, che gli stati nazione hanno perso la loro autonomia “nella mediazione dei conflitti  e nella riconciliazione della lotta di classe” e che essi adesso formano barriere allo sviluppo, costituisce un’ovvia distorsione della oggettiva realtà dell’imperialismo. Questo tipo di opinioni accontenta i borghesi dei paesi più piccoli ed i loro impiegati politici, che trasferiscono la responsabilità per l’applicazione delle barbare politiche capitalistiche alle organizzazioni soprannazionali ( IMF; WTO, Banca Mondiale, Commissione Europea…) Essi distorcono il ruolo di queste organizzazioni soprannazionali  come meccanismi per la regolazione globale per la riproduzione del capitale monopolistico , ma anche come meccanismi per l’imposizione degli interessi dei grandi poteri imperialisti. Essi erroneamente orientano la classe lavoratrice e gli strati popolari verso le lotte contro una diffusa “rete globale” di compagnie e organizzazioni, invece di opporsi ai borghesi dei loro paesi e di rovesciare questi, con una combinazione di lotte a livello nazionale e internazionale.

*L’esportazione di capitale come forma distinta dall’esportazione di prodotti, costituisce un'altra caratteristica basilare dell’età dell’imperialismo. Un criterio importante per determinare il livello di  internazionalizzazione della produzione è il livello di Investimenti Diretti Esteri (FDI). L’espansione di tale voce non cambia le cose dalla nascita del capitalismo. La parte più grande della riproduzione del capitale sociale si realizza all’interno delle frontiere dell’economia capitalista dello stato-nazione. Ancor più, circa il 70% del FDI (dati 2001) si è mantenuto tra paesi capitalisti sviluppati, invertendo la situazione  dell’inizio del XX secolo.

*I fautori di una nuova realtà socioeconomica nel mondo moderno che trascende l’imperialismo, usano basare i loro argomenti su una presunta “autonomia” del movimento del capitale monetario rispetto a quella del capitale manifatturiero e sul conseguente dominio delle loro proprie istituzioni e strutture sull’economia globale. Marx, già sul Capitale, aveva alluso al presentarsi di tale fenomeno attraverso lo sviluppo del capitale fittizio e la funzione dello scambio di titoli. Lenin ha studiato la successiva intensificazione del carattere speculativo del capitale, come risultato della sua accresciuta concentrazione e centralizzazione, della fusione del capitale industriale con quello bancario e la comparsa dei monopoli.

Il fenomeno sviluppatosi nel mondo moderno dell’attività speculativa del capitale monetario e dell’ampia autonomia nella sua mobilità rispetto il capitale reale, è la diretta conseguenza dello sviluppo capitalistico e del ruolo della finanza nella riproduzione del capitale sociale. Allo stesso tempo è un’espressione del funzionamento parassitario della produzione capitalistica, in condizioni storiche nelle quali la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la proprietà privata sui mezzi di produzione è neutralizzata in modo negativo (attraverso le stock company) e non positivo (attraverso la partecipazione sociale). Va segnalato che il maggior volume dei flussi di capitale è controllato e diretto dai gruppi monopolistici nei tre centri imperialisti e non da qualche supposto autonomo “centro globale o centro di controllo”. Da tutto ciò consegue che si intensifica la lotta per la spartizione dei mercati e delle sfere di influenza, portando ad una crescente conflittualità e rivalità inter-imperialista. 

*Un ruolo centrale nelle teorie circa il superamento della fase imperialistica del capitalismo dal così detto “Impero” è sostenuto con  argomentando dell’unificazione del mondo moderno  attraverso l’evoluzione delle forze produttive, per una “transizione dall’economia manifatturiera a quella informatica” con una conseguente “decentralizzazione e deterritorializzazione della produzione” Si fanno frequenti riferimenti alla supposta posizione centrale che attualmente sarebbe assunta nella produzione capitalistica dal così detto “potere del lavoro immateriale (che si esplica in comunicazione, in cooperazione e in produzione e riproduzione di opinioni)” come diversa rispetto la produzione di oggetti materiali. La conclusione cui portano queste teorie è profondamente non scientifica perché confonde le relazioni di sfruttamento capitaliste con il compito storico della classe lavoratrice. Essi argomentano che “ la nozione di proprietà privata...è sempre più priva di senso nelle nuove condizioni”, che “lo sfruttamento non può essere localizzato ne quantificato”, che la classe lavoratrice è stata sostituita dalla “moltitudine”.(Hardt e Negri)

Queste teorie separano lo sviluppo delle nuove tecnologie e del sapere scientifico nell’attuale fase del sistema imperialistico dallo sviluppo globale delle forze produttive sotto il capitalismo. Nascondono il fatto che lo sviluppo accumulato delle forze produttive conduce ogni volta ad una nuova evoluzione qualitativa, che comunque non altera fondamentalmente l’esistenza dei rapporti di produzione. Si pongono le concrete questioni:

Chi possiede il conseguimento di scienza e tecnologia, capitale o classe lavoratrice? Lo sviluppo delle nuove tecnologie è sottoposto a motivazioni di necessità umane o al profitto capitalistico?

Lo sviluppo della tecnologia cambia i rapporti di produzione? Il capitale è una relazione sociale. Indifferente quindi a se il prodotto finale del processo produttivo è una costruzione metallica o un programma informatico, il rapporto di produzione rimane essenzialmente lo stesso.

Lo sfruttamento della classe lavoratrice da parte del capitale, la produzione di plusvalore e profitto per il capitalista, non solo rimangono gli stessi ma sono vieppiù intensificati.

Marx, nel I volume del Capitale, aveva già sottolineato che “la scienza è stata imprigionata al servizio del capitale”, che lo sviluppo della tecnologia sotto il capitalismo si propone di “produrre beni più a buon mercato e di accorciare la parte della giornata lavorativa necessaria al lavoratore per se stesso, per allungare invece la parte della giornata lavorativa che è data gratuitamente al capitalista. Le macchine sono mezzi di produzione di plusvalore”
                        
                              Il compito della classe lavoratrice oggi

Nel complesso queste teorie dell’”Impero” concepiscono e identificano come fenomeni qualitativamente nuovi le nuove dimensioni dei vecchi fenomeni o le nuove forme della loro manifestazione. Più o meno consciamente nascondono il fatto che gli attuali livelli di internazionalizzazione della produzione, degli investimenti o del commercio sono il portato e elementi intrinseci dello sviluppo del capitalismo. Tali opinioni costituiscono nella loro essenza una riproposizione dell’interpretazione ideologica dell’inizio del XX secolo riguardo la possibilità di un pacifico “ultra-imperialismo”, un riaffacciarsi di teorie simili a quelle di Kautsky.

Queste interpretazioni ideologiche, che furono fortemente osteggiate da Lenin ai suoi tempi, sono contraddette quotidianamente dalla realtà dalla continua barbarie delle guerre imperialiste. L’internazionalizzazione delle economie capitaliste, il dilagare e il penetrare nel mercato mondiale, attraverso l’aumento della mobilità del capitale, non ha risolto, ne può risolvere le contraddizioni del capitalismo, non ha abolito le sue crisi. I rapporti che si sviluppano tra le economie capitalistiche esprimono la tendenza verso l’unificazione del capitalismo e riflettono sempre il rapporto di forze (politicamente, economicamente e militarmente). In nessun caso comunque possono abolire lo sviluppo asimmetrico del capitalismo, i conflitti tra i monopoli, le contrapposizioni  inter-imperialistiche e la guerra. Essi  presuppongono la dipendenza economica e politica dei paesi più deboli, e portano verso la dissoluzione delle relazioni e delle alleanze tra i paesi capitalisti.

Gli accordi e i regolamenti interstatali non aboliscono gli stati-nazione capitalisti. Le decisioni internazionali non potrebbero esistere se non esistessero gli stati-nazione e i loro rispettivi governi. Una manciata di grandi poteri pone la propria determinante impronta su queste decisioni ma , allo stesso tempo, è possibile che anche altri paesi in più li aiutino attivamente nell’esecuzione (per esempio i circa 40 paesi che aiutano gli US in Iraq)

Ai giorni nostri, l’imperialismo,  socializzando la produzione su basi gigantesche, acuisce sempre più le contraddizioni fondamentali del capitalismo tra la natura sociale della produzione e il privato. Date queste condizioni la lotta della classe lavoratrice e del movimento popolare dovrebbe essere una lotta contro i monopoli e l’imperialismo, a livelli nazionali e internazionali. Non dovrebbero mai essere dimenticate le parole di Marx nel “Manifesto Comunista”, che “il proletariato di ogni paese dovrebbe occuparsi prima e soprattutto della propria borghesia”. Allo stesso tempo, comunque, la classe lavoratrice dovrebbe internazionalizzate le proprie lotte, con lo sviluppo della cooperazione del movimento Comunista su scala mondiale, con la lotta per il socialismo come suo scopo strategico.

Oggi la tesi di Lenin che in condizioni di imperialismo “ la vittoria del socialismo è possibile in un numero molto ristretto o anche in un solo paese preso separatamente” mantiene la sua estrema validità. “Il proletariato vittorioso di quel paese, con l’espropriazione dei capitalisti e con l’organizzazione della produzione socialista nel proprio paese, si leverà contro il resto del mondo, prendendo con se le classi oppresse degli altri paesi…”E Lenin sottolinea ancor più che “La libera unione delle nazioni sotto il socialismo non è possibile senza una più o meno protratta, persistente lotta delle democrazie socialiste contro gli stati riluttanti”

La lotta della classe lavoratrice e degli strati popolari per il rovesciamento del capitalismo e la costruzione del Socialismo è inseparabile dall’esistenza e dall’attività di un potente partito Comunista in ogni paese. Tale partito, armato delle analisi scientifiche Marxiste-Leniniste della realtà oggettiva, sarà capace di formulare una coerente strategia rivoluzionaria e tattiche in grado di sfidare il capitalismo. I partiti Comunisti che stanno lottando con coerenza contro l’imperialismo avendo chiaro il loro obiettivo del Socialismo, sono in posizione di assumere un ruolo di avanguardia in un’ampia alleanza anti imperialista e anti capitalista. Per unire in una comune lotta forze che possono divergere sulla finalità del socialismo, o che oggi non lo professano ma sono tuttavia desiderose di lottare consistentemente contro le forze del capitale. In questa direzione un ruolo importante potrebbe essere giocato da un coordinamento e dall’azione comune del movimento comunista internazionale,  una via che potrebbe anche passare l’esame del dialogo intorno all’ideologia dei nuovi problemi e le differenze ideologiche  che esistevano in passato, ma che diventano più acuti dopo della vittoria della controrivoluzione nei paesi socialisti.

Infine, la così detta “globalizzazione”, che è rivestita da alcuni con il manto dell’“Impero”, non è un processo neutrale ma ha un profondo orientamento di classe in favore del capitale. Non  può essere suddivisa tra il popolo e i governi borghesi, ancor più non è il risultato “dei desideri e delle richieste della classe lavoratrice”.
La lotta conto l’imperialismo può solo essere realizzata lastricando la via per il socialismo con il rovesciamento del potere dei monopoli. “Un altro mondo è possibile” ma questo mondo può essere solo Socialista.