www.resistenze.org - popoli resistenti - guatemala - 16-11-11 - n. 385

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Estratto e traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare 
 
Guatemala: tornano i militari
 
di Carlos Dada (estratti)
 
13/11/2011
 
In America Latina votare liberamente è un diritto molto recente. Salvo pregevoli eccezioni, come Costa Rica o Messico, gli altri paesi dovettero passare attraverso dittature, quasi tutte caratterizzate da eserciti che mantenevano il controllo politico e sociale con pugno di ferro e fucile. La democrazia significò, dunque, il trionfo dei civili sui militari, delle istituzioni sulle autocrazie, della libertà di pensiero e d’espressione sulla tortura e la morte.
 
Domenica scorsa il Guatemala ha scelto per la presidenza un ex militare. Il generale Otto Pérez Molina appartiene alla cosiddetta Promozione 73, un gruppo di militari attivi durante il conflitto armato che nel paese causò oltre 200.000 morti, e che registrò l'eliminazione sistematica di comunità indigene sospettate di filo-comunismo per il fatto d’essere povere. Pérez Molina fu direttore della temibile intelligence militare e, precedentemente, fece parte di un distaccamento nella zona indigena del Nebaj, che non scampò alle operazioni di "pulizia", che significarono morti e desaparecidos.
 
Al suo favore c’è da dire che si procurò l'inimicizia del dittatore Efraín Ríos Montt e di un suo superiore considerato uno dei maggiori capi del crimine organizzato in Guatemala. Il suo gruppo militare, che si autodenominò "Il Sindacato", venne definito dalle agenzie di sicurezza degli Stati Uniti (molto attive in Centroamerica negli anni ’80) come "I progressisti che crebbero con le mani macchiate di sangue".
 
Questo spazio è insufficiente per tentare di spiegare la complessità della politica guatemalteca, in modo da capire perché hanno eletto come presidente un militare. Bisogna dire che l'altro candidato, Manuel Baldizón, è un impresario con molto meno carisma, vincolato al crimine organizzato, la cui prepotenza lo ha aiutato ben poco a guadagnarsi voti. A volte ci si chiede se erano davvero questi gli uomini migliori, sui quali il Guatemala poteva fare affidamento per governare il paese.
 
In Guatemala i partiti politici sono dei semplici veicoli per trasportare aspiranti caudillos, che sorgono e scompaiono ad ogni elezione. Pérez Molina fondò il Partito Patriota per concorrere alla presidenza e ha saputo conservare il partito, la presenza in Parlamento e la candidatura come il grande oppositore al governo di Álvaro Colom. Ha vinto al ballottaggio con quasi il 55% dei voti validi, in elezioni cui hanno partecipato poco più della metà degli aventi diritto.
 
Il Guatemala oggi è il paese latinoamericano più prossimo a diventare uno Stato fallito. La penetrazione del narcotraffico e del crimine organizzato nelle strutture dello Stato, ed il controllo territoriale dei cartelli della droga, l'hanno reso ingovernabile. Molti sindaci sono al servizio dei narcotrafficanti. Molti pubblici ministeri. Molti poliziotti. Molti giudici. Il presidente Álvaro Colom dovette cacciare il suo capo della sicurezza quando venne a sapere che lo stava spiando; avrà pensato che, se non poteva fidarsi nemmeno del suo capo della sicurezza, allora non restava molto altro da fare.
 
Il generale Pérez Molina, che nel 2007 perse le elezioni contro Colom, ha mantenuto un solo messaggio durante la campagna elettorale: "Mano dura contro i criminali". Ciò è bastato. Non ha neanche dovuto spiegare l'origine dei fondi per la sua campagna, una delle più care nella storia del Guatemala. Ma oggi, a fronte del fallimento dei governi civili nel garantire la sicurezza pubblica, basta poco a un militare per diventare attraente quando promette mano dura, perché la storia dei nostri popoli dimostra che non hanno difese d’alcun tipo per eliminare i propri nemici.
 
La disperazione delle popolazioni sottoposte ad una costante aggressione da parte di bande e cartelli della droga, e l'incapacità del sistema politico di frenare tale aggressione, permettono l’ascesa politica di militari come Otto Pérez. In altri paesi, altri uomini in divisa iniziano a spuntare, col fucile in mano. Questa volta i nemici non sono più i comunisti, ma i narcotrafficanti e i delinquenti delle bande. Quelli che hanno comprato sindaci, deputati, impresari, poliziotti, pubblici ministeri e giudici. Quelli che agiscono, anche, con la complicità dei militari. In Guatemala, in El Salvador e in Honduras. "Ai tempi del mio generale…" Questa è una frase ricorrente nel vocabolario di questi paesi. "Ai tempi del mio generale non sarebbe rimasto un solo delinquente".
 
Nelle sue prime dichiarazioni alla stampa, Otto Pérez ha detto che non militarizzerà il Guatemala e che esigerà dagli Stati Uniti, in quanto principale consumatore di droghe, tre dollari per combattere il narcotraffico per ogni dollaro posto dal Guatemala. Tale denaro servirà per professionalizzare le forze di sicurezza. "Qui non vi è alcun ritorno al passato" ha dichiarato. "Ho vocazione democratica". Queste parole sono paradossali pronunciate da un militare. Ma un presidente che non ha cominciato il suo mandato merita, certamente, il beneficio del dubbio. Il generale Otto Pérez inizierà a governare il Guatemala in gennaio. I militari sono di ritorno. Per disperazione. Non per illusione.
 

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