www.resistenze.org
- popoli resistenti - haiti - 13-04-08 - n. 223
Haiti non è il Tibet: le miserie della doppia morale
di Raúl Zibechi*- Alai-amlatina
12/04/08
Nelle ultime settimane abbiamo potuto vedere come i grandi media e i governi conservatori del mondo hanno lanciato una campagna contro i Giochi Olimpici, ciò sulla base della repressione del governo cinese in Tibet. Contemporaneamente, abbiamo visto come le sinistre latinoamericane e i media progressisti hanno criticato con energia il governo di Alvaro Uribe per l’azione militare della Colombia contro un accampamento delle FARC in territorio ecuadoregno.
Negli ultimi giorno la popolazione di Haiti è scesa in strada per protestare contro lo scandaloso aumento dei prezzi degli alimentari, che in novembre sono triplicati, e contro la presenza delle truppe della Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione di Haiti (MINUSTAH).
La repressione ordinata dai comandi della missione ha provocato cinque morti e decine di feriti. Quelli che si stracciano le vesti per la repressione in Tibet e buona parte di chi critica, a ragione, il governo di Uribe, rimane in silenzio di fronte ai crimini a Haiti.
La doppia morale dei diritti del mondo non è una novità e nemmeno sorprende. Anzi, la doppia morale è ormai parte della cultura dei diritti. Ma il fatto che le sinistre non abbiano il valore della coerenza, quando la repressione la portano avanti truppe di paesi governati da partiti di sinistra, è una cosa che fa male. Infatti, il grosso delle truppe della MINUSTAH proviene da paesi come il Brasile (1.211 uomini) che, tra l’altro, comanda la missione, l’Uruguay (1.147 uomini), l’Argentina (562 uomini) e Cile (502 uomini). Tutti questi paesi sono governati da persone che si dicono di sinistra o progressisti.
Questa presenza militare “progressista” contrasta con le brigate sanitarie che Cuba mantiene nell’isola. A confronto dei quattro paesi del Cono Sud che mantengono i soldati a Haiti, Cuba è un paese povero, che pur tuttavia ha mostrato che l’aiuto umanitario a favore dei popoli lo si può fare senza ricorrere alla violenza.
Secondo il presidente René Preval, i 400 medici cubani che sono a Haiti da più di cinque anni “hanno curato 8 milioni di casi, eseguito più di 100 mila operazioni chirurgiche, di cui 50 mila ad alto rischio”. E sottolinea la cooperazione nell’agricoltura, la pesca, la coltivazione di zucchero. Cuba ha ospitato 600 studenti haitiani che studiano all’università di Santiago di Cuba.
I medici cubani sono sparsi in tutto il paese, incluse le regioni più remote. In cambio, Haiti ha solo due mila medici , di cui il 90% risiede nella capitale, Port Au Prince. Nelle zone seguite da medici cubani la mortalità infantile è scesa da 80 a 28 mila casi, e si stima che più di 100 mila vite siano state salvate dall’aiuto cubano.
Secondo Preval, “il tipo di aiuto di cui abbiamo bisogno è quello che ci offre Cuba”, al punto che assicura che per gli haitiani, “dopo Dio, ci sono i medici cubani”.
Perché Cuba può mandare aiuti che salvano vite mentre Brasile e Uruguay, i cui presidenti si dicono di sinistra, mandano proiettili e morte? La risposta è evidente: Cuba è un paese solidale che combatte il capitalismo, mentre i paesi del Cono Sud alimentano le stesse politiche che stanno affamando gli haitiani, tra cui l’espansione degli agrocombustibili a costo della sovranità alimentare.
Come segnala un comunicato di Serpaj América Latina: “Haiti produceva fino a venti anni fa il 95% del riso che consumava; oggi importa l’80% di questo prodotto dagli USA”.
Persino il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ha ammesso la relazione tra l’aumento del prezzo degli alimenti e la produzione di agrocombustibili. Di questo aveva già avvertito Fidel Castro nel 2007, dopo la visita di G. W. Bush in Brasile, quando prese accordi col presidente Lula per l’espansione dei combustibili a base di canna da zucchero e mais.
Didier Dominque, dirigente dell’associazione sindacale Batay Ouvriye, segnala: “Haiti viene distrutta volontariamente dagli stessi che creano un serbatoio di mano d’opera a basso costo per i loro intenti capitalisti”.
La condizione di severa distruzione sociale di Haiti, abilita l’argomento dell’aiuto della comunità internazionale secondo i parametri egemonici che promuovono un progetto di sfruttamento, del tipo di quello delle zone franche e le sue socie “maquiladoras”. Le sinistre che governano in Sudamerica fanno parte di questo progetto egemonico del capitale.
Fa male trovare tanto silenzio complice. Rallegra, invece l’iniziativa del sociologo peruviano
Aníbal Quijano (1) e della economista messicana Ana Esther Ceceña, che promuove un manifesto per reclamare l’uscita della mal denominata missione di pace di Haiti, oltre a indagini indipendenti sugli assassini compiuti da MINUSTAH che garantiscano la persecuzione dei colpevoli.
Ma il castigo politico che meritano i nostri governanti potrà venire solo dalla pressione dei movimenti sociali, per forzarli a cambiare la strada neoliberale e rompere, una volta per tutte, con le politiche funzionali all’impero.
* Raúl Zibechi, giornalista uruguayano, è docente e ricercatore alla Multiversità Francescana dell’America Latina, e facenteparte di vari collettivi.